Il presidente Xi, affezionato lettore di questo blog, riferendosi al mio post del 27 dicembre scorso (e avendone apprezzato uno di precedente sullo stesso tema), ha ammonito Trump di evitare di cadere nella trappola di Tucidide. Il presidente degli Stati Uniti, informato trattarsi di un greco, ha chiesto all’ICE di rintracciare il pericoloso immigrato.
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Su scala cinese è considerato poco più di un paesotto, in realtà Yiwu conta mezzo milione di abitanti più del Comune di Milano ed è la sede del più grande mercato all’ingrosso del pianeta. Nonostante non possieda le aziende manifatturiere di Shenzhen (15.000 stabilimenti) o il potere finanziario di Shanghai (terza Borsa mondiale per capitalizzazione), Yiwu negli anni è diventata una delle mete preferite dai piccoli e medi importatori. Un esempio banale: l’80 per cento dei nostri addobbi natalizi provengano da così lontano.
Il Yiwu International Trade Market si estende sul 6,4 milioni di metri quadri (nove volte il polo fieristico di Fiera Milano a Rho, che è uno dei maggiori d’Europa), 75.000 stand e 100.000 fornitori, oltre 2 milioni di codici, circa 220.000 visitatori ogni giorno e più di 75.000 venditori o entità commerciali. Ogni anno quasi 600.000 container vengono caricati e spediti in più di 200 paesi o territori. Secondo i dati doganali locali, i treni merci che collegano Yiwu all’Europa (la linea Yixin’ou) hanno gestito oltre 188.000 container.
Leggo su Le Monde Diplomatique di questo mese: “Qui, la burocrazia non frena il commercio: lo pianifica, lo dota degli strumenti. Così, il governo locale regolamenta gli affitti, investe nelle infrastrutture, fa da mediatore nei conflitti, e soprattutto sperimenta dispositivi volti ad agevolare l’esportazione delle piccole merci”.
Non solo. Il regime doganale di approvvigionamento sul mercato è l’esempio più rappresentativo di regolamentazione fatta con il buon senso pratico e non con l’inconcludente “lotta all’evasione”: permette agli esportatori di raggruppare in una dichiarazione semplificata migliaia di articoli eterogenei senza singole ricevute fiscali, per un importo complessivo massimo di circa 130.000 euro.
In Cina, effettuare pagamenti, più che una semplice operazione bancaria, sembra frutto di un know-how transnazionale costruito ai margini dell’economia. Sono frequenti le fatture approssimative, gli acconti non tracciati, i pagamenti effettuati parzialmente in contanti. Il ricorso ai canali di pagamento alternativi – criptovalute, compensi informali, versamenti fuori dai circuiti bancari – si è sviluppato parallelamente al crescente utilizzo dello yuan nelle transazioni internazionali.
Ciò va attribuito al pragmatismo commerciale e non un rifiuto e ideologico del dollaro. Lo yuan è una valuta disponibile, poco costosa e poco esposta a sanzioni e incertezze geopolitiche. Dopo la guerra in Ucraina e le sanzioni finanziarie contro la Russia, molti commercianti russi – particolarmente presenti a Yiwu – non hanno più accesso ai circuiti in dollari e in euro, così pagano in yuan o in criptovalute contribuendo a diffondere questa pratica. I venditori cinesi si adeguano senza esitazione.
Dal 2012, la piattaforma Yiwugo, online, supera del doppio il mercato fisico di Yiwu al fine di mantenere la posizione strategica della città come capitale mondiale del piccolo commercio all’ingrosso. Una moschea ricorda che la città non è solo un luogo di passaggio, qui vi risiedono 18.000 commercianti stranieri. Vi sono anche insegne in arabo, in cirillico e i pannelli informativi sono redatti in un inglese di uso comune.
Il vantaggio è che tutto è localizzato qui, o giusto accanto. A Yiwu la catena è continua: dalla materia prima al prodotto finito. I flussi motorizzati collegano le fabbriche agli stand, gli stand ai magazzini, e questi ultimi alle aree di carico, da qui, nella stiva di un aereo o in treno, verso un negozietto a migliaia di chilometri di distanza.
Insomma, è il capitalismo alla cinese, o il comunismo cotto e mangiato alla pechinese. Secondo i gusti. Non si sceglie Yiwu, vi si arriva per necessità. E ciò dà l’idea di quanto noi, abitanti di un lembo periferico e in parte sottosviluppato d’Europa, siamo rimasti fermi a degli slogan ideologici mentre il mondo si metteva a correre e ora viaggia a una velocità che nessuno può più controllare.
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