Prima ancora di essere una
vittoria sul piano degli interessi concreti, quella della borghesia negli
ultimi tre decenni è apparsa come una vittoria delle sue idee su quelle della
dottrina sociale d’ispirazione “marxista”, o sedicente tale, così come s’era espressa e inverata per un secolo e mezzo. Nella realtà, non si tratta di una
vittoria di “argomenti”, di “ragioni”, bensì anzitutto di un successo che ha avuto
come base la necessità del capitale
di allargare il privilegio di consumare alle classi subalterne. La democrazia è
figlia del libero scambio, e la pubblicità commerciale è la sua più alta
espressione simbolica.
La teoria e la pratica sulla
possibilità di poter costruire una società diversa, più giusta e egualitaria, e
con ciò nelle apparenze anche più libera e democratica, non poteva trovare
terreno migliore che il consumo allargato. Quel tipo di consumismo che trovava,
nei paesi sedicenti socialisti, la riprovazione moralistica nel risentimento di
una sorte di austerità imposta per necessità. Il trionfo del libero scambio e
le idee d’accompagno hanno abbattuto le barriere geografiche e morali facendo
crollare i regimi dell’Est.
L’idea – per nulla marxiana – di
voler costruire una società sull’austerità e la penuria, non solo sulla statalizzazione
dei mezzi di produzione ma anche sul sequestro dell’iniziativa individuale,
della riduzione di tutto ad un unicum, è stata l’idea di un fallimento
annunciato e protrattosi fin troppo a lungo. Si è scambiato il godimento quale
risultato della creazione con l’edonismo, l’esibizione e la dissipazione quale
prodotto dalla mercificazione. Hanno prevalso in quella concezione gli spiriti
arcaici, le divinità avare che percepivano il benessere materiale delle masse come
il “peccato”, come l’ombra velenosa da cui è affetto il capitalismo.
La linea di cambiamento nello sviluppo non poteva
del resto partire proprio dai paesi economicamente e socialmente più arretrati.
Una questione questa su cui Marx si era detto possibilista nella sua nota
corrispondenza con Vera Zasulic, dichiarando che lo schema da lui descritto di
passaggio dall’ordine economico feudale a quello capitalistico non è una
“teoria storico-filosofica della marcia trionfalmente imposta a tutti i popoli,
in qualunque situazione storica essi si trovino, per giungere infine alla forma
economica che, con la maggior somma di potere
produttivo sociale, assicura il più integrale sviluppo dell’uomo”.
Marx, in premessa, scriveva che alla
conoscenza dei fenomeni storici “non ci si arriverà mai col passe-partout di
una filosofia della storia, la cui verità suprema è d’essere soprastorica”. Non
era dunque esclusa, in linea di principio, la possibilità di poter passare da
un ordine economico ad un altro, scansando d’imitare quanto era avvenuto in
occidente. Si trattava di cogliere “l’occasione storica” di passare dalla
comune rurale russa ad un ordine sociale superiore, quindi di “appropriarsi le
conquiste positive del sistema capitalistico senza passare per le sue forche
caudine”. E tuttavia sottolineava però come ciò potesse avvenire, ripeto, solo con
“la maggior somma di potere produttivo sociale che assicuri il più integrale
sviluppo dell’uomo”.
Una diversa via al socialismo, ma non fondata sulla penuria e l'arretratezza, bensì sulle conquiste positive del capitalismo senza passare dalle sue contraddizioni. E dunque anzitutto un nuovo modo di concepire il lavoro e pianificare la cooperazione, di distribuirne il prodotto. Un nuovo modo di interpretare la partecipazione e la democrazia. Al centro del discorso marxiano c'è sempre l'uomo e il suo sviluppo libero e onnicomprensivo.
Non solo, Marx rimarcò questo: “se
la rivoluzione russa diverrà il segnale di una rivoluzione proletaria in
Occidente, in modo che le due rivoluzioni
si completino a vicenda, allora l’odierna proprietà comune della terra in
Russia potrà servire come punto di partenza ad uno sviluppo in senso comunistico”
(prefazione all’edizione russa del Manifesto,
1882).
Non quindi un'idea di socialismo, uno stato di cose che deve essere instaurato, da "costruire" in un paese isolato e in ogni senso arretrato, che politicamente non aveva mai conosciuto almeno gli elementi costitutivi più elementari e positivi della libertà e della democrazia.
Non quindi un'idea di socialismo, uno stato di cose che deve essere instaurato, da "costruire" in un paese isolato e in ogni senso arretrato, che politicamente non aveva mai conosciuto almeno gli elementi costitutivi più elementari e positivi della libertà e della democrazia.
Nella lettera a Vera, Marx
scriveva: “se la Russia continua a battere il sentiero sul quale dal 1861 ha
camminato, perderà la più bella occasione che la storia abbia mai offerta a un
popolo, e subirà tutte le peripezie del regime capitalistico”. Sempre coerente
la sua analisi.
Gli esponenti capitalisti proprio in questo momento dicono, dalla bocca di un loro rappresentante, Squinzi di Confindustria, che hanno assolutamente bisogno dei soldi dei lavoratori, quelli del TFR.
RispondiEliminaAh, cosa fondamentale, non possono essere definiti padroni:
A chi “parla di noi come padroni” che vogliono “il lavoratore più debole e senza protezioni”, il leader degli industriali replica: faccia “un corso di formazione nelle nostre fabbriche.
Capito? Tutti a fare un corso di formazione da Squinzi, compresa la cattiva e invidiosa Olympe de Gouges :-)) .
Saluti,
Carlo.
corso di formazione? e perché no? lui, squinzi, farà quello da operaio e gli operai quello da padroni, pardon, da imprenditori
Eliminaciao
...alla conoscenza dei fenomeni storici “non ci si arriverà mai col passe-partout di una filosofia della storia, la cui verità suprema è d’essere soprastorica” - per estensione, mi sembra vero sempre nella conoscenza del versante psichico: nessuna teoria metapsicologica, nessuna filosofia dell'uomo, può essere usata come un passe-partout, anzi: quando sei in situazione devi dimenticare per quanto possibile ogni teoria e lasciarti andare alla ricerca della percezione della complessità che va dalle condizioni materiali di vita ai comportamenti verbali e non verbali, ai vissuti passati e presenti comunicati o intuiti dalla postura e dalla mimica - metodo "clinico", che non può certamente essere adottato da altre "scienze umane", ma penso possa diventare soprastorica la stessa analisi marxista quando essa viene usata come un passe-partout (Marx lo ha fatto, con "Il capitale"? - te lo chiedo, non lo so). Insomma, per alcune porte di fenomeni storici penso che la chiave interpretativa offerta da Marx non basti, anche se senza la sua chiave quelle porte rimangono chiuse.
RispondiEliminabeh, marx non ha scritto solo il capitale, i suoi scritti sono percorsi da tesori di senso che illuminano molti aspetti.non comincerei a leggere il capitale, bensi, come ho fatto io, l'ideologia tedesca (ne esiste una versione ridotta dal titolo La concezione matarialistica della storia, e poi i Lineamenti fondamentali per la critica dell'economia politica. Marx è un autore che è necessario leggere, non se ne può parlare di seconda mano, assolutamente no.
Eliminaletto Lev Vigotskij., Storia dello sviluppo delle funzioni psichiche superiori, oppure Pensiero e linguaggio, oppure Freudismo di Valentin Nikolaevich Voloshinov?
Vigotskij l'ho studiato, non ricordo per quale esame, e dimenticato - forse no, qualcosa sarà rimasto - Voloshinov no, non lo ho letto. Lo farò. Quanto agli scritti di Marx, li ho letti, anzi studiati (per l'esame di Filosofia teoretica, con Capizzi, questo me lo ricordo, ma anche Garrone per Estetica voleva la conoscenza delle opere di Marx), e dimenticati - forse no, qualcosa sarà rimasto. Mi riferivo proprio a "Il capitale", con la mia domanda.
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