mercoledì 21 gennaio 2015

“Oggi voglio venirti a tergo"



Ieri sera ho fatta un’eccezione, ho seguito il dibattito sul tema dell’euro e dell’immigrazione tra il signor D’Alema e madame Le Pen. Poi, prima dell’arrivo in video della ministra Pinotti, ho spento per poter leggere la recensione, sul Domenicale, al libro che raccoglie la corrispondenza tra Federico De Roberto ed Ernesta Valle (*).

Per De Roberto ho avuta una passione in gioventù, tanto da aver letto, credo, tutto ciò che ha scritto e che ora è raccolto in un volume dei Meridiani, salvo appunto la corrispondenza con la sua amante Ernesta (che Federico chiama Renata, maritata all’avvocato messinese Guido Ribera), con la quale intrattenne una relazione, un’ardente storia d’amore, durata intensa per oltre sei anni: 1897-1903. Gli incontri avvengono a Milano, capitale dei poteri mediatici, industriali e finanziari nonché di salotti culturali.




L’amica di Ernesta è Giulia Dembowska, al centro in quegli anni di una turbolenta storia amorosa con il giornalista e critico teatrale Luigi Bevilacuqa Lombardo. Giulia, già moglie di Aleksander Karpiński, geologo polacco e futuro presidente dell'Accademia delle Scienze dell'URSS, terminata la sua storia con Luigi, con lo pseudonimo di Giulia Darsenne finirà a Parigi come traduttrice in francese proprio di De Roberto, oltre che di Verga, Giacosa e altri.


Anche sulla base delle foto d’epoca che ritraggono De Roberto, avevo immaginato lo scrittore come un tipico prodotto d’epoca umbertina, uomo tutto d’un pezzo, serio, regolato, controllato, anche se tutto sommato una personalità irrisolta. E non posso escludere che egli fosse stato tale, come fu misogino stante una madre possessiva sino all'inverosimile, tale Marianna degli Asmundo Ferrara. Ma ciò che non gli si attaglia, a leggere la corrispondenza, è il codice vittoriano della morigeratezza sessuale, intesa nelle apparenze che ne tramandano lo stereotipo.

Del resto, come interpretare frasi come queste: “Oggi voglio venirti a tergo, stringerti con le mani la nuda vita, la vita mia; risalire ai grappoli elastici, e poi possederti, e farti morire una volta, due volte, tre volte, e poi ancora, ancora, e darti fino all’ultima stilla la midolla delle mie ossa”. Fosse stato D’Annunzio che scrive alla Duse, potrei capire, ma De Roberto che scrive alla sua amante “Voglio i tuoi piedi nudi sulla mia faccia, volgio la tua carne nuda contro la mia carne”, non l’avrei sospettato. E ancora: “Sai come le apro e come le leggo queste tue lettere? Con la carne irrigidita e infocata come nell’attesa di penetrare nella tua carne umida e pulsante”.

Quest’ultima frase, che il recensore del libro esclama rasentare la pornografia pura, a me sembra quella di un liceale infoiato che decenni or sono scriveva, forse anonimo, un bigliettino ad una vicina di banco che nel leggerlo non poteva evitare il rossore, più per lusinga che per indignazione. Oggi con gli smartphone immagino ci si scambi ben altro.


Si può ben dunque comprendere perché abbia preferito leggere invece che stare a sentire madame Le Pen e la signora Pinotti. Già il confronto con D’Alema aveva rivelato quanto era in preventivo, ossia da una parte le motivazioni di chi si fa interprete di un certo risentimento, non privo di ragioni, verso la UE, e dall’altra le ragioni, non prive di lucido buon senso, di un riformismo impotente.


(*) Ernestina Emilia è nata a Ventimiglia nel 1876, figlia di Giuseppe Valle, un impiegato di Valle Lomellina, e di Adelaide Corradi.

2 commenti:

  1. Non ho seguito il confronto tra il signor D’Alema e madame Le Pen, ma da come lo descrivi sembra il classico - visto e rivisto - stallo alla messicana. Hai fatto bene a spegnere. :)

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  2. A proposito di Terga..

    Oggi, Don Matteo ci ha detto che mi vuole restituire Orgoglio,Onore e Speranza...sento le mie Terga ,sempre piu' in pericolo

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