martedì 20 gennaio 2015

Neppure Dio


Il post che segue tratta di un tema dell’economia con semplicità elementare, perciò è rivolto specialmente a quelli che affermano, schermendosi, di comprendere poco o nulla di tale materia (e come facciano ad occuparsi di tutto il resto un po’, per me resta un mistero).

*

In questi giorni si parla molto della distribuzione della ricchezza nel mondo, spesso accompagnando i dati con considerazioni etiche, come potrebbe un Ratzinger, e moralistiche, come fa Bergoglio. La “spirale della disuguaglianza perpetua” la chiama quel bel tomo che risponde al nome di Piketty, ed Obama prende per buona l’”utopia utile” pikettiana per proporre maggiori imposte sulla ricchezza come leva dell’imperialismo per regolare il “capitalismo patrimoniale globalizzato”, in realtà per ridurre il fardello dei suoi rentier nella competizione mondiale (leggi Cina, anzitutto).

Ciò che invece m’interessa è un altro aspetto di questa disuguaglianza, la quale oggi appare più abnorme che un tempo (*).

Secondo il Credit Suisse, la ricchezza privata nel mondo viene calcolata in 262 trilioni di dollari, vale a dire, facendo una media, 56mila dollari per adulto, con un aumento tra il 2013 e l’anno scorso dell’8,3 per cento. E ciò nonostante la crisi, o forse anche grazie ad essa.




Queste sono solo medie, la realtà, come sappiamo, è ben diversa. Oggi il 94,5% delle risorse è nelle mani del 20% della popolazione adulta, vale a dire che l’80 per cento della popolazione globale o non possiede nulla o possiede il giaciglio in cui dorme, tanto è vero che basta possedere solo 3.150 euro per appartenere alla metà più ricca della popolazione. Invece sono solo 128 mila gli adulti con un patrimonio netto superiore ai 50 milioni di dollari, e metà di loro sono negli Stati Uniti.

Tale squilibrio comporta effetti devastanti su quella che chiamano “crescita economica”, ben oltre gli asettici coefficienti di Gini, poiché larga parte di questa ricchezza non trova alcun impiego produttivo, e semmai è investita in speculazioni finanziarie che, com’è noto, solo in piccola parte partecipano all’attività economica vera e propria e pertanto la massa non crea ricchezza (**).

Qui si tratta evidentemente dei rapporti di distribuzione della ricchezza prodotta che al senso comune appaiono come rapporti naturali, come rapporti che scaturiscono dalla natura di tutta la produzione sociale, dalle leggi della produzione umana in generale. E tuttavia il prodotto sociale si ripartisce da un lato in capitale, dall’altro in redditi. Uno di questi redditi, il salario, non assume mai la forma di un reddito, il reddito dell’operaio, se non dopo essersi contrapposto all’operaio stesso nella forma di capitale.

E ciò per dire che se il modo di produzione capitalistico presuppone questa forma sociale determinata delle condizioni di produzione, le riproduce anche continuamente. Non riproduce solamente i prodotti materiali, ma riproduce continuamente i rapporti di produzione, nell’ambito dei quali quelli vengono prodotti, e con essi anche i rapporti di distribuzione corrispondenti.

In altri termini, spero più semplici, i rapporti di produzione e le forme con le quali il prodotto sociale viene ripartito, presuppongono una ripartizione che è in ogni caso l’espropriazione degli operai dalle condizioni di lavoro, la concentrazione di queste condizioni in mano a una minoranza di individui.

Ciò su cui punta prevalentemente la pubblicistica borghese (e il cazzeggio “de sinistra”) riguarda l’aspetto etico e morale di questa ineguaglianza distributiva, oppure, come detto sopra, l’aspetto distorsivo di tale polarizzazione ai fini della “crescita”, oppure i problemi che la caduta del reddito può avere sulla riproduzione della forza-lavoro più qualificata (***).

Ciò serve a distogliere l’attenzione dalla natura oggettiva dei rapporti di produzione capitalistici, cui i rapporti di distribuzione sono una conseguenza, e dunque distoglie l’attenzione dal tema reale dei rapporti di sfruttamento.

Il pensiero separato, a-dialettico, vede le cose con la lente deformante dell’ideologia borghese, ha cioè tutto l’interesse di cogliere il capitalismo solo da un lato, quello della distribuzione. E anche volendo considerare solo tale aspetto, e cioè la sempre maggiore polarizzazione della ricchezza, è evidente che ciò ha conseguenze anche sotto l’aspetto della benedetta “crescita”, laddove tanto più la forza produttiva si sviluppa e tanto maggiore è il contrasto in cui viene a trovarsi con la base ristretta su cui poggiano i rapporti di consumo. Neppure Dio può rendere due più due uguale a cinque!



(*) Alla vigilia della prima guerra mondiale il rapporto di disuguaglianza fu analogo. Significativo il fatto che dei 15 punti addizionali di reddito guadagnati dopo gli anni 70 dal 10% più ricco, 11 punti sono andati all’1% dei ricchissimi.

(**) Gli analisti borghesi non riescono a cogliere la differenza tra patrimonio e capitale (differenza che qui ho trascurato per mantenere fede alla promessa di semplicità espositiva), e quando parlano di capitale ne hanno un’idea fisica, come in Piketty, e ne calcolano la massa a prezzi di mercato. Rilevava J.K. Galbraith che la quantificazione “finanziaria” del capitale fisico è fonte di terribile confusione. E lo diceva senza strizzare l'occhio a Marx!

(***) Va rilevato che la perdita patrimoniale delle famiglie della classe media si riflette sulla diminuita possibilità di garantire ai figli un’istruzione superiore, ossia la posta in gioco è la riproduzione di una forza-lavoro adatta allo sviluppo tecnologico e specialistico dell’industria e dei servizi. E però figuriamoci se ciò può turbare in qualsiasi modo le preoccupazioni dei due statisti che stamani s’incontrano per discutere di cose di ben altro momento.


3 commenti:

  1. altre volte hai messo in evidenza che la forma più certa di tassazione sarebbe quella sulle successioni, giacché alla morte non si scappa; ma da quello che se ne ricaverebbe in termini economici, sembra da considerarsi preponderante l'effetto pedagogico: t'immagini in Italia? da noi a seguito di tassazioni patrimoniali è piuttosto facile prevedere bombe nei treni, in autostrada, è stata la mafia ecc. E lo stesso dicasi di una norma stringente sul conflitto d'interessi che fondamentalmente (e fondamentalisticamente) interdica qualche familismo amorale. Bergoglio allora non si limiterebbe ai pugni in aria, c'è da scommetterci. Domanda: la combinazione di patrimoniale, tasse di successione, conflitto d'interessi, sarebbe un buon metodo di liquidare la borghesia italiana come classe? (Olly, devi rispondere di no, son provvedimenti liberali classici! saluti)

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    1. le buone domande contengono almeno in parte le risposte

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  2. Capiscono..uhhh se capiscono di economia dal mattino alla sera non fanno altro che capire e anche dopo aver chiuso bottega continuano a capire....

    c

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