lunedì 27 ottobre 2014

Vecchio squadrismo e nuove parole d'ordine


Il mondo è cambiato, grida Renzi Matteo dallo stesso palcoscenico in cui uno speculatore finanziario e suo finanziatore afferma che lo sciopero non deve più essere un diritto. E lo fa, Renzi, per giustificare la sua politica economica estremista, d’impronta reazionaria. Il mondo è cambiato, dice, ma a me personalmente non convince, poiché si tratta pur sempre di quello stesso vecchio mondo capitalistico di prima, le cui contraddizioni si vanno divaricando in modo estremo sotto l’incalzare della crisi dalla quale non c’è uscita per le vie ordinarie.



La contraddizione fondamentale, dalla quale dipartono tutte le altre, quella che verrebbe agli occhi se ci fosse permesso vedere il mondo per quello che è e non per come viene illustrato, riguarda il fondamento della società borghese – e perciò è una contraddizione per nulla nuova –, ossia quella fra il carattere sociale della produzione e l’appropriazione privata della ricchezza prodotta.

Non è questione teorica come dicono i reazionari e ripetono gli idioti, bensì è questione pratica e che ci riguarda direttamente e immediatamente in ogni momento della nostra vita. Il frutto del lavoro viene accumulato e goduto da una cerchia sempre più ristretta di persone, come confermano viepiù le statistiche, e ciò non solo crea sfruttamento, disuguaglianze e squilibri di ogni genere, ossia tutte cose che si sapevano fin dall’epoca di Lucrezio e anzi ben prima.

Ora noi sappiamo, tra l’altro, che ciò costituisce nel modo di produzione capitalistico il motivo e l’origine della crisi. E, a un dato momento del suo sviluppo, ciò non è solo il motivo e l’origine delle crisi di ciclo del capitalismo, ma della sua crisi storica generale. E dunque si tratta, per chi è interessato prenderne visione in dettaglio (anche algebrico, se vuole, monsieur Piketty), di una questione fondata scientificamente e non più solo da un punto di vista morale e di giustizia sociale. E non si tratta nemmeno di proporre soluzioni temporanee per far quadrare il cerchio capitalistico, signor Gallino, ma di prendere atto di una tendenza storica.

Noi vediamo che ogni politica economica e monetaria posta in atto dai governi non produce alcun effetto strutturale sulle cause della crisi, posto che queste cause sono eluse e spesso confuse, per motivi ideologici a coperchio di ben concreti interessi di classe, con gli effetti. Si vuole, per esempio, favorire, attraverso i consumi di massa, la crescita economica, agendo però in parte sulla fiscalità generale e dall’altro lato sulle riserve salariali accantonate per la vecchiaia e simili. In tal modo si rimescola nella stessa pentola, si ridistribuisce la miseria, senza attingere ai profitti, alla ricchezza cospicua. Ben sapendo, da un lato, che i profitti non si possono toccare, altrimenti i capitali vanno altrove, e, dall’altro, che l’evasione fiscale costituisce lo zoccolo duro del consenso elettorale.

Un’altra bella e forte contraddizione del vecchio così come del nuovo capitalismo è data dalla disoccupazione. Lo sviluppo tecnologico espelle manodopera, una vecchia storia che però ora ha assunto un carattere particolarmente marcato e irreversibile. E quali sono le ricette messe in campo dal riformismo di ogni colore politico? Decine di tipologie di contratto, precarizzazione a manetta e smantellamento delle tutele, poiché dobbiamo diventare compatibili con la forza-lavoro di quei paesi che solo ora incominciano ad uscire dal medioevo. Dobbiamo cedere loro una parte della nostra “opulenza”, ha scoperto Scalfari, ossia ridurre i salari per ingrassare i profitti. È anche questa la vecchia storia dello sviluppo ineguale di cui sa bene approfittare il capitale (*).

Insomma, non vedo nulla di nuovo se non il vecchio squadrismo sotto nuove spoglie. Quello squadrismo che ora sta randellando di santa ragione la vecchia guardia riformista che credeva di poter cavalcare a piacimento il neoliberismo. La borghesia non sa più cosa farsene di queste vecchie cariatidi liberaloidi. Anche questa una storia ampiamente vista, alla nausea.



(*) In questi giorni gli scioperi non riguardano solo alcuni paesi del nord Europa, ma si fanno sentire pesanti anche in Serbia, laddove agli operai si raccontano le stesse barzellette di qui.   

6 commenti:

  1. E tu vuoi chiudere questo blog Olympe? Senza le tue bordate giornaliere, come faremmo?
    Ciao, Franco.

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    1. e senza il tuo sostegno dove andrei?

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    2. Troppo buono (ironia).

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  2. quando lo spettacolo termina e inizia il deflusso sembra che nessuno possa fare a meno di recitare la propria parte nella vita reale. La stima verso la borghesia classe rivoluzionaria diventa disprezzo nel momento in cui questa non recita più la propria parte reale, ma continua a replicare un film stravisto; nel momento in cui scavalca (sempre a destra) le proprie istituzioni, dal parlamento al lavoro salariato.
    Recitare la propria parte, conquistata sgozzando sul palco i propri vecchi alleati, significa anche orchestrare dissensi. Qui invece sembra non essercene consapevolezza e si va verso un grande consenso bello idiota che è come quello di una fase finale di dittatura. Forse qualcuno non ha preso atto per tempo che si è era sotto dittatura giacché questa oppressione non riguardava direttametne la propria pensione? ecc ecc. Ma il movimento rivoluzionario non può non esigere un nemico di classe degno da odiare. Invece, specie in Italia, pur giocando al capitalismo, pur maturando profitti spaventosi sfruttando selvaggiamente, prevale l'indegnità di forme, di metodo, di sostanza, da cui, l'attuale governo idiota.
    La borghesia italiana non riesce nemmeno a porre delle questioni liberali: né sui diritti civili, né su patrimoniali, né su imposte di successione, niente sui conflitti d'interessi. Che questi provvedimenti liberali classici - in uso in tutti i paesi capitalisti - siano lasciati alle rivendicazioni dei sindacati la dice lunga sulla borghesia italiana. A mio avviso si è ancora in una situazione da russia zarista.

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    1. eravamo, siamo e resteremo mera espressione geografica

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    2. l'italia è solo un'espressione del classismo.
      storicamente è il laboratorio del peggio in europa.

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