venerdì 11 maggio 2012

Una nuova idea politica: la socialdemocrazia



Scrive Alberto Burgio su il manifesto di ieri: “Non è difficile mostrare come le sorti della sinistra, non solo in Italia, dipendano in larga misura dalla capacità di compiere e diffondere una corretta lettura delle cause della crisi in tutte le sue dimensioni (economica e sociale, politica,‘intellettuale e morale’)”.

Sembra quindi che le sorti della sinistra siano legate soprattutto a tale consapevolezza delle cause di questa crisi che egli giudica avere una sua “specificità che tende a passare inosservata”, laddove “la povertà dilaga mentre la ricchezza sovrabbonda, grazie a un impetuoso sviluppo tecnologico e alla conseguente forte crescita della produttività del capitale”.

Scrive Burgio che chi “ha letto Marx e non lo abbia gettato alle ortiche” sa bene queste cose ed è in grado di spiegarle senza difficoltà: “La crisi c'è non già nonostante la ricchezza, bensì per causa sua, data la forma sociale in cui essa oggi è prodotta. […] Gli Stati e i governi presidiano il modo di produzione capitalistico (e il sistema di rapporti sociali che su di esso si basa) proteggendone la funzione essenziale: la produzione di profitti e rendite. Questa difesa (attuata oggi principalmente per mezzo dello strumento finanziario) ha luogo, come sempre, tramite la regolazione dell'impiego delle forze produttive sociali (capitale, saperi e lavoro vivo), che non deve eccedere la capacità del capitale di valorizzarsi. Qui emerge il carattere irriducibilmente anti-sociale della funzione oggi svolta dal capitale privato”.

Se si crede che questo modo confuso di esprimersi sia dovuto a casualità, si sbaglia. È il modo per far passare il solito inganno opportunista, ossia l’idea che esista un capitalismo “buono”, dove lo Stato interviene direttamente nei processi, regola, dirige, sorveglia, e un capitalismo cattivo, appunto “anti-sociale”. Poi Burgio precisa: “Il fatto che esso [capitale privato] si valorizzi in funzione inversa alla propria composizione organica (cioè tanto più, quanto meno il capitale costante contribuisce ad ogni unità di prodotto) fa sì che l'aumento della produttività (che per la società è un valore, poiché riduce il lavoro necessario) sia invece per il capitale un costo improduttivo e una minaccia (in quanto determina la riduzione del saggio di profitto)”.

La caduta tendenziale del saggio del profitto poteva essere riassunta meglio (e anche più correttamente) ma lasciamo perdere le questioni teoriche e veniamo al dunque, ossia al motivo della lunghissima premessa da cui è partito l’articolista del manifesto: “Che cosa deve intendersi con ‘sinistra’ in questo discorso? E che cosa si richiede perché essa torni finalmente a giocare un ruolo nel conflitto sociale e politico? Rispondere a queste domande non è difficile: la risposta, anzi, è in qualche modo contenuta in quanto sin qui considerato. Possiamo definire la sinistra come il campo delle soggettività che nell'essenziale condividono questa analisi della crisi, o si generano a partire da essa: come l'insieme delle forze sociali, politiche e intellettuali che convergono nella consapevolezza di un dato epocale (l'operare del capitale privato, oggi, come potenza organicamente anti-sociale) e ne traggono le conseguenze sul piano della propria iniziativa (prefiggendosi l'obiettivo di liberare la società dalla sua azione distruttiva e oppressiva)".

Non quindi liberare la società dal capitalismo, ma dalla azione distruttiva e oppressiva del “capitale privato” in quanto tale. Scrive ancora Burgio: “Ma questo che cos'altro significa, se non che il terreno qui e ora decisivo per la ricomposizione delle forze e la costruzione di un soggetto unitario in grado di stare efficacemente nel conflitto è di ordine culturale o, come direbbe Gramsci, ideologico?”. Ecco che siamo arrivati al dunque: il cambiamento non è più in capo alle dinamiche della lotta di classe (né si tratta del superamento del modo di produzione capitalistico, utopia evidentemente), ma a quei soggetti, soprattutto  “politici e intellettuali che convergono nella consapevolezza” che la crisi ha origini nelle malefatte del “capitale privato” e che ritengono di opporvi invece “la direzione pubblica dello sviluppo, in un quadro di politica economica vincolato alla tutela delle classi subalterne”.

Si tratta di richiamare in vita il keynesismo (o comunque si voglia definire), coinvolgendo nell’obiettivo (nel ripensamento della propria acritica adesione al liberismo) il Partito democratico, al quale si chiede di “voltare pagina quando il tempo lo richieda, superando divisioni divenute anacronistiche”. Del resto, va detto, questa sinistra si accontenta di essere socialdemocratica e oggi ha un motivo in più per esserlo e dichiararlo, la minaccia dell’involuzione autoritaria e la guerra.

6 commenti:

  1. Ti consiglio la seguente lettura:

    http://temi.repubblica.it/micromega-online/hobsbawn-%E2%80%9Cil-capitalismo-di-stato-sostituira-quello-del-libero-mercato%E2%80%9D/

    Un estratto:

    "Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro"

    In Occidente si parla sempre meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?
    "Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società".

    E con:

    "Si tratta di richiamare in vita il keynesismo"

    Io mi chiedo, se la sinistra che auspicano questi signori non sia REAZIONARIA? Sembrerebbe una contraddizioni in termini, ma non trovo altri aggettivi calzanti all'idea quando la sinistra si richiama al keynesismo o al capitalismo di stato. ASSURDO!

    Possibile che non si riesca ad andare avanti? Sì perché sono formule già viste in passato (pensa alla Iugoslavia: capitalismo di stato+keynesismo) e si sono dimostrate fallimentari.

    Il motivo è semplice da individuare: l'egoismo, il cinismo, la megalomania degli individui al potere. E' possibile che non si riesca in una formula che non sia la prevalenza di una minoranza (capitalista, dirigente di partito comunista o fascista, aristocratico, oligarca) sulla maggioranza (cittadini)?

    Pensi seriamente che mandando un comunista al potere avrai risolto tutto?

    Guarda che io non vedo la differenza se a comandarmi sia un comunista o un capitalista. IO NON VOGLIO ESSERE COMANDATO DALL'ALTO, E BASTA!!!

    Qualche anno fa ho parlato del comunismo reazionario, che sembrerebbe un'altra contraddizione in termini, ma non lo è se si considera tutto quello che la gente intende sotto lo stesso termine del comunismo.

    Che senso potrebbe mai avere abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e lasciarne il possesso al partito? Sarebbe stato meglio se Marx si fosse espresso nei termini seguenti:

    abolire la gestione di una minoranza dei cittadini sui mezzi di produzione. Non ti pare?

    saluti

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  2. Per Burgio il superamento del modo di produzione capitalistico è «evidentemente un'utopia». Ma si è mai accorto che la maggior parte dei sistemi economici che la storia ha finora conosciuto sono durati più dell'attuale? Forse crede che i rapporti sociali della società capitalistica siano determinati da leggi di natura, ma se è così si sbaglia.

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  3. Burgio non ha buttato Marx alle ortiche. Lo ha direttamente buttato nel cesso. Saluti rossi.

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  4. Siccome anche le definizioni hanno la loro importanza, il fatto che la sinistra, almeno quella mainstream, si definisca sempre più in questi termini “spogli”, rifiutando altre qualificazioni (comunismo, perfino socialismo...), indica in maniera eloquente la perdita di una visione chiara.
    In questo senso, condivido le citazioni di Hobsbawm riportate da Tony, in particolare: "Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società".
    Ed è tra l'altro questo uno dei motivi dello scarso séguito dei partiti di sinistra oggi, della loro “fatica” a conquistare consensi, se non in congiunture particolari (Hollande docet). Le aspirazioni e le “idiosincrasie” (il rigetto “fisico”, più che politico, del “Berlusconi impresentabile”, ad es., perché considerato da “cinque in condotta”, non perché “capitalista” o “liberista”, si badi) della classe media istruita non sono necessariamente condivise dal resto della popolazione, anche perché quel gruppo sociale non fa nulla per tessere concretamente alleanze strategiche con gli sfruttati e il “proletariato” di oggi.
    In sostanza, si tratta ormai soltanto – secondo questa impostazione – di distinguere un “capitalismo buono” da uno “cattivo”; ma mentre – anziché proiettarci in avanti e spiazzare sul piano della teoria l'attuale “palude” della crisi – cerchiamo di metterci d'accordo sui criteri (molto “sottili”, volatili, quasi come il “sesso degli angeli”) adatti a distinguere il “buono” dal “cattivo”, l'azione “divoratrice” del capitale finanziario procede inesorabile e falcia le classi sociali più deboli e (già abbondantemente) sfruttate. Quindi, quale credito può conquistare chi pensa al “sesso degli angeli” invece di concentrarsi sull'analisi dell'attuale struttura dello sfruttamento?
    Concordo poi col commento di Tony (Possibile che non si riesca ad andare avanti?, con tutte le considerazioni che fa seguire), in quanto anche a me è capitato di riflettere sull'esistenza di una forma reazionaria di comunismo: può sembrare una contraddizione in termini, ma – per dirne una – certi ripiegamenti sulle “celebrazioni nostalgiche”, in certi settori del comunismo “fedele alla linea” (sovietica?), non possono che richiamarmi alla mente determinati topoi della “reazione”. Il passato ibernato in una teca e amorosamente vegliato da “fedelissimi all'idea”, in attesa di un messianico “scongelamento”, mi ricorda inevitabilmente qualcosa... qualcosa che poco somiglia al marxismo. E non sto dicendo che non si deve studiare la storia, anche molto accuratamente, individuando punti di forza e di debolezza delle passate esperienze, non è questo il punto.

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  5. MHH, mai sentito parlare di decrescita?

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  6. lei dev'essere la prima volta che legge questo blog.
    Latouche vede la produzione solo dal lato del valore d’uso, un vero colpo di genio in un modo di produzione dominato dal valore di scambio!

    legga per esempio questo:
    http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2012/02/decrescita-e-marxismo-di-riccardo.html

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