Coraggio, che da qui a pasqua forse ce la farete.
Quando nel 1347-’48 la famosa peste nera, partita quasi un decennio prima dalla Cina, giunse in Europa, gli effetti che produsse sull’economia furono rilevanti. Tuttavia bisogna tener conto che la pandemia non fece che aggravare e rendere evidente in modo drammatico il profondo malessere che già permeava la società europea.
La decrescita demografica era cominciata già alla fine del Duecento (secolo d’oro), quando diminuirono i matrimoni e le nascite, invertendo la tendenza registrata negli ultimi secoli; ed è sempre in quel torno di tempo che cominciarono a fallire le banche, si smise di costruire e si manifestarono importanti carestie.
Come quella che, tra il 1315 e il 1317, colpì il Nord Europa; nel 1322-23 Lucca, Pisa, Pistoia e la Puglia, probabilmente estendendosi in tutta Italia; nel 1326 Parma, Modena e Bologna; nel 1228-’29 la Lombardia e ancora Bologna e la Toscana, Roma e Napoli, dove fu gravissima; nel 1333 sferzò la penisola iberica, nel 1343 Venezia e l’anno dopo Asti; nel 1347 fu micidiale in tutta Italia.
La peste colpiva ferocemente, soprattutto gli organismi debilitati dalla grande fame. All’origine di queste carestie ci fu spesso il maltempo e i cattivi raccolti, un prolungato cambiamento climatico che portava piogge e freddo, un avanzamento dei ghiacciai a valle, invasioni d’insetti, come quella di locuste che colpì il bolognese nel 1339.
Insomma, le disgrazie non vengono mai sole. Ci volle del tempo per riprendersi da quella crisi, ma uno degli effetti positivi della falcidia fu l’aumento dei salari dei lavoratori, soprattutto degli artigiani ma anche degli operai, ciò che diede nuovo impulso alla formazione di un ceto di lavoratori salariati.
Fino a epoca recente la maggioranza della popolazione, nata ed educata nella rozza semplicità, viveva di poco e spesso di quasi nulla. Il pane era ottenuto da impasti scadenti, un po’ di grasso animale, erbe e frutta dell’orto o del campo, e poco altro ancora. Quale fosse il livello d’urgenza di cibo nelle campagne ancora all’inizio del XX secolo si può leggere nella cronaca dell’assassinio della contessa Onigo.
Non c’era abbastanza cibo per tutti e le disuguaglianze sociali erano molto marcate, solo pochi avevano accesso ad una alimentazione varia e regolare, così come erano pochi quelli che potevano permettersi di viaggiare (a cavallo) prima che la ferrovia si affermasse nella seconda metà dell’Ottocento.
Per quanto fosse importante l’impatto delle pandemie su economie di sussistenza, ma anche agli albori del capitalismo, quelle società avevano poco in comune con l’epoca odierna in cui il flusso imponente di scambi di ogni genere riverbera nella vita di ognuno e ne condiziona i più minuti aspetti.
A differenza del passato, quale impatto potrà avere, infine, l’attuale pandemia virale nell’economia, nella società e quindi nella vita di ciascuno? Nessuno al momento può prefigurarlo con molto dettaglio, men che meno le previsioni econometriche, esatte quanto le lancette del famoso orologio rotto (*).
Già dopo poche settimane dalla manifestazione dell’infezione, mentre non è ancora valutabile la sua persistenza e il decorso, possiamo cogliere i segni di una crisi che non sarà circoscritta a pochi paesi e che a cascata coinvolge ogni settore di attività, sociale ed economica, con nuova disoccupazione, chiusura d’imprese, calo dei consumi, crisi finanziaria e incremento del debito pubblico.
È bene ricordare che ciò avviene in un momento in cui già si profilavano inequivocabili segnali di stagnazione e di probabile recessione, anche se nelle Borse si continuava a folleggiare grazie ai generosi e continui interventi delle banche centrali per mantenere in piedi la baracca. Fino a quando potranno continuare questi interventi di denaro facile permettendo agli speculatori di guadagnare sull’affondamento delle Borse e dell’economia?
Anche in assenza della pandemia, l’esempio del petrolio è eloquente sul cambio di fase. Le più importanti economie del pianeta stanno transitando, in accelerazione, verso fonti di approvvigionamento energetico alternative al fossile, a fronte di un’offerta abbondante e di una domanda che si farà sempre più debole. Questo fatto avrà effetti importanti in un futuro non remoto per i paesi esportatori, e l’attuale guerra dei prezzi è solo la lente d’ingrandimento di questa tendenza.
Questa non è una delle consuete crisi di ciclo, più o meno gravi; si tratta di una crisi di sistema, che investe l’economia e tutta la società, in cui esplodono le contraddizioni dell’economia capitalistica e della società borghese che ne è l’espressione. Siamo all’interno di una lunga fase di transizione che non sappiamo ancora dove ci condurrà e a quale prezzo.
(*) Questa pandemia, che per dimensioni non ha eguali negli ultimi cent’anni, ci pone ancora una volta di fronte agli sconquassi provocati dal neoliberismo duro e puro, e però già c’è chi, pur riconoscendo la necessità di radicali riforme, denuncia come ideologica la contrapposizione tra pubblico e privato nella sanità. Che è un modo di lasciare le cose come stanno andando, cioè verso una sostenuta privatizzazione.