Dopo pranzo desidero evitare di leggere o di scrivere, dunque, seppur quasi di malavoglia, accendo il televisore. Ovvio che cerco di evitare il culmine dell’idiozia televisiva. L’apparecchio è sintonizzato su Rai Storia, uno dei pochissimi canali televisivi ai quali mi collego, offrendo ormai Rai Scuola da un paio d’anni solo delle repliche.
Per farla breve, su Rai Storia oggi trasmettevano un varietà del 1962, regia di Enzo Trapani. Ripeto: un varietà, non per esempio quell’inchiesta sul ruolo delle multinazionali trasmessa la notte del 15 agosto 1977. Ebbene, mi è preso un senso di nostalgia. A 71 anni, l’ammetto, lo stato più morboso che mi sento addosso è la nostalgia. Ma in tal caso non è una nostalgia romantica e nemmeno genericamente canaglia, ma di un tipo di più complessa classificazione. Una sindrome per la quale non esiste terapia efficace, e nemmeno dei sedativi al bisogno. Si aspetta solo che passi in attesa di una nuova crisi.
Uno dei momenti nei quali tale nostalgia si palesa è quando guardo quei programmi semplici, genuini e democristianamente controllati di molti decenni or sono. Diceva Luigi Pintor che non saremmo morti democristiani. E aveva ragione, ma il capitalismo cibernetico è anche peggio.
Qualcosa da tempo sta accadendo senza che molti ne siano pienamente consapevoli. Questa cosa, che non è un segreto, esiste sullo sfondo, e sta travolgendo un po’ tutto. A cominciare dall’impoverimento del linguaggio. Non solo di quello televisivo, che ormai non fa quasi più da matrice, sostituito da quello dei cosiddetti social.
Ognuno, nel proprio ambiente o nella propria vita privata, può osservare e deplorare: si tratta piuttosto di percepire l’avanzare inesorabile della sua distruzione e come essa favorisca un potere concentrato esclusivamente sul perseguimento di certi interessi.
Ma non basta denunciare l’impoverimento del linguaggio, che ai più sembrerà l’ultimo dei problemi, ed è in realtà tra i maggiori e dei più severi. La pervasività della tecnologia ha imposto il regno indiscusso delle procedure, le quali, legate alla natura istantanea dei comandi, cercano di rendere obsoleta l’esperienza del linguaggio, della scrittura manuale, della lettura profonda e, cosa gravissima, dell’attenzione.
Non appena gli specialisti della manipolazione si accorgeranno che la riproposizione di queste vecchie trasmissioni tratte dagli archivi Rai possono diventare pericolose, ossia che possono indurre a considerazioni sullo stato delle cose presenti alla luce del passato, allora anche Rai Storia dovrà cambiar pelle, oppure venir assassinata come Rai Scuola.
A pensarci bene, quanti sono coloro che abitualmente guardano Rai Storia e soprattutto qual è la fascia d’età prevalente? Rai Storia potrà continuare ancora così a lungo, semmai la infarciranno di gente come Mario Sechi. Dio non voglia.

Nessun commento:
Posta un commento