giovedì 17 settembre 2026

L ’apice

 

Un sistema sociale “moderno” ha bisogno di due cose per rimanere politicamente e ideologicamente egemone: o un governo basato sulla coercizione, o un governo basato sul consenso. Tutti conoscono il governo basato sulla coercizione, esercitata dalla polizia, dalla magistratura e dagli altri apparati dello Stato. Non si conoscono governi più stabili di quelli coercitivi.

Quanto al governo basato sul consenso, esso s’instaura quando i governati accettano volontariamente l’ordine sociale, ossia l’ideologia della conservazione. Un’élite sociale governa in modo particolarmente efficace quando esercita una leadership culturale e morale, quando le sue concezioni di società, moralità, politica e di ciò che è “normale” sono così diffuse da apparire come senso comune, generando così consenso per l’ordine costituito.

In questo contesto, il consenso non è necessariamente un consenso consapevole. Piuttosto, si riferisce al fatto che certe idee diventano così ovvie da essere raramente messe in discussione, trasferendosi nella coscienza individuale al punto da apparire come fatti naturali. Fatto che veniva posto in luce già più di 150 anni fa da Marx (*).

Il modo in cui le persone devono rapportarsi alla società, l’interiorizzazione dei programmi di comportamento, ci viene insegnato in famiglia, a scuola, nell’uso del linguaggio, nell’atteggiamento, nella letteratura, nei media, nella religione, nella filosofia, nell’arte e nella scienza. Non è qualche cosa di astratto, di indefinito, ma di maledettamente concreto.

Per esempio: il sistema educativo delle società capitaliste è sempre stato concepito per perpetuare la disuguaglianza e garantire che i futuri lavoratori salariati trovino il posto che spetta loro nel mercato del lavoro. In altre parole, le disparità educative sono già previste, anzi, istituzionalmente garantite. E tutto ciò deve apparire ai più come un fatto normale.

Altro esempio: consideriamo normale questo benessere prolungato e infondato che si nutre di pozze di povertà. Ancora: far passare per sviluppo e progresso la sottomissione reale del lavoro e la sussunzione della tecnica al capitale, quando in realtà si tratta di un processo storico in cui il capitale ha occupato e piegato ai suoi bisogni ogni interstizio della formazione sociale.

E ciò significa profonda modificazione qualitativa, rivoluzione capitalistica dei bisogni, dei gusti, della mentalità, della morale, in una parola della coscienza. E produzione degli apparati, degli strumenti necessari allo scopo.

La distorsione intellettuale, la distruzione di memoria, e la mancanza di consapevolezza della realtà sociale effettiva non è un fatto casuale, ma il prodotto di un certo lavoro, discreto, subliminale ed efficace. Disabituare a pensare con la propria testa è un’attività della quale si occupa un’intera schiera di addetti più o meno specializzati, più o meno consapevoli del proprio ruolo. Disabituare a pensare significa disabituare al dubbio, alla critica, ad una visione alternativa delle cose, ad un modo diverso e possibile d’impiegare le risorse naturali, umane e tecniche.

Si corteggiano innanzitutto le menti dei più giovani, rinchiusi in gabbie semiotiche, in un perfido gioco degli specchi, saturandoli con un’irradiazione sistematica e martellante di input multimediali, producendo scissione con la realtà e declino intellettuale che li conduce all’apice dell’imbecillità.

Anche i comportamenti “trasgressivi” hanno perso qualunque carica antagonistica per assumere una regressione soggettiva che si accorda con le forme dominanti dell’ideologia e della spettacolarizzazione. La devianza, la cosiddetta follia, non è affatto una malattia individuale, ma una condizione sociale normale: è la somatizzazione, secondo specificazioni di classe, di stato, di gruppo, dei rapporti sociali in atto (**).

E mai come oggi, nella nuova Babilonia, sovviene l’impiego della tecnologia, dei dispositivi “intelligenti”; macchine che simulano di pensare al nostro posto: in realtà dispositivi codificanti. Ma sarebbe sbagliato attribuire lo stato delle cose presenti, la creazione di individui come figure di feticci compatibili, al determinismo tecnologico (“colpa” della macchina, del dispositivo, dell’applicazione, ecc.). È questa una troppo comoda chiave di lettura (***).

La schiavitù si compie e si riproduce ad un livello qualitativo superiore: come dominio totale del capitale sulla coscienza, come produzione consapevole ed organizzata di alienazione totale. La “normalità” diventa in tal modo il dramma dell’esecuzione automatica, inconscia, stabilita della programmazione. Se ciò ha effetti deleteri sugli adulti, sui più giovani ha effetti devastanti e in prospettiva tragici per l’intera società.

(*) «Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale a un polo e che dall’altro polo si presentino uomini che non hanno altro da vendere che la propria forza- lavoro. E non basta neppure costringere questi uomini a vendersi volontariamente. Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione» (Il Capitale, I, VII, 3).

(**) Secondo uno studio recente pubblicato su The Lancet, in Cina un cittadino su sette soffre di problemi di salute mentale. E in occidente? Sarebbe una stima altrettanto prudente.

(***) La “colpa” non è del cellulare in mano al bambino, che in tal modo si distrae con i giochini (che non sono innocui) e non rompe i coglioni agli adulti (la stessa cosa accadeva con i cartoon in tv, le telenovele per gli anziani, le serie per tutti, ecc.). Del resto, il bambino non fa che imitare gli adulti. Bambino e adulto non dialogano più tra di loro, o i bambini tra loro, o gli adulti tra loro, ma dialogano con la macchina: una follia!

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