martedì 22 settembre 2026

Lealtà suprema

 

«L’unità economica europea si realizzerà, poiché è giunto il suo momento.»

Walther Funk, Ministro dell’Economia del Reich, 1942.


Leggo dal Sole 24ore: «In un quarto di secolo i dividendi sono cresciuti in termini nominali del 380%, ma il valore delle azioni nel frattempo è salito più velocemente: + 410%. E poi, soprattutto a Wall Street, la lettura del dividendo non basta perché assai diffuso il ricorso al buyback, il meccanismo attraverso il quale le società di acquisto azioni proprie riducono il numero di titoli in circolazione». È come con i francobolli da collezione: meno ce ne sono in circolazione e maggiore è il loro prezzo.

Tutto sommato il fulcro dell’economia finanziaria capitalistica è questo e poco altro. I fondamentali contano sempre meno: gli acquisti sono guidati dagli investimenti del retail, da basket e da Eft, dalla volatilità che determina comportamenti automatici e, appunto, da buyback. Un linguaggio da iniziati (in una situazione di voluta scarsa alfabetizzazione finanziaria), che significa semplicemente: si tratta di azzardo.

Scrivevo il 6 luglio dell’anno scorso: « [...] è un gioco truccato. Gli stop-loss si attivano, le liquidazioni si incatenano, i prezzi scendono ancora, e chi aveva scommesso su una discesa fa cassa. I trader in preda al panico fissano i loro schermi, increduli. Gli ordini stop-loss sono inghiottiti in un abisso senza fondo. C’è anche chi ne approfitta, un qualche miliardario che compra la paura a un prezzo sempre più basso. In pochi secondi, la marea cambia. Ma per alcuni, è già troppo tardi. In questo modo, gli algoritmi non seguono il mercato: lo guidano.»

Interessante ciò che precisavo al riguardo: «In tale situazione, ogni pretesa schematica (di modello matematico), basata sulla famigerata e tautologica “crescita”, che si richiami ad un mitico equilibrio, sia pure in una prospettiva di dinamica ciclica, perde di senso sia teorico che pratico.» Se poi il lettore vorrà prendersi la briga di andare a leggere la nota che scrissi in fondo a quel post, avrà più chiaro che cosa succede nel presente e soprattutto ciò che accadrà nel futuro prossimo.

Ma andiamo un po’ più a fondo sul tema di chi controlla e decide le politiche finanziarie. Fino al 1977, a Basilea, vicino alla stazione centrale, nel palazzo di un ex albergo, vi era una porta, seminascosta da un negozio di cioccolato. Solo una piccola targa indicava che quella stretta porta conduceva alla BRI, ossia alla Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI). La più antica istituzione finanziaria internazionale al mondo, nata nel 1930 tramite l’accordo dell’Aia sul Piano Young (quello relativo al debito tedesco per le riparazioni di guerra). La BRI funge tutt’ora da “banca delle banche centrali” per promuovere la cooperazione monetaria e finanziaria globale.

Basilea costituiva la sede ideale, situata com’era all’estremità settentrionale della Svizzera, quasi a ridosso dei confini francese e tedesco. A pochi chilometri di distanza, soldati nazisti e alleati combattevano e morivano; alla BRI, però, tutto ciò non aveva importanza. Le riunioni del Consiglio di amministrazione vennero sospese durante la IIGM, ma la BRI rimase incredibilmente attiva, fungendo da unico canale di contatto finanziario (spesso ambiguo e criticato nel dopoguerra) tra le potenze dell’Asse e gli Alleati. Anche i rapporti tra il personale della BRI proveniente dalle nazioni belligeranti rimasero cordiali, professionali e produttivi. La nazionalità era irrilevante: la lealtà suprema era rivolta alla finanza internazionale.

Il triunvirato di gestione della BRI era formato da presidente, Thomas McKittrick, un americano; dal direttore generale, Roger Auboin, francese; dal segretario generale, Raffaele Pilotti, italiano e uomo di fiducia del Regime (*). Quindi il vicedirettore generale, Paul Hechler, era membro del partito nazista e firmava la corrispondenza con la formula “Heil Hitler”; Per Jacobsson, svedese, era l’influente capo economista della banca (dal 1956 direttore generale del Fondo Monetario Internazionale). I vice di quest’ultimo e di Pilotti erano britannici.

L’istituto divenne rapidamente una delle istituzioni finanziarie meglio informate al mondo, in particolare riguardo alle transazioni bancarie transfrontaliere e ai flussi di capitale internazionali. Dalla sua fondazione, le corpose relazioni annuali costituivano una vera e propria enciclopedia di statistiche e indicatori economici e finanziari. Ogni anno il Rapporto Economico Annuale analizzava il commercio internazionale sia nel mondo occidentale che in quello in via di sviluppo, trattando temi quali la politica monetaria, i mercati obbligazionari, i tassi di cambio, i flussi di capitale nei mercati emergenti e occidentali, nonché l’evoluzione dei mercati finanziari internazionali.

Dopo il 1945, cinque dirigenti della BRI, furono accusati di crimini di guerra. La Germania perse la guerra ma vinse la pace economica, in gran parte grazie alla BRI. La visibilità internazionale, i contatti, le reti bancarie e la legittimazione che la BRI garantì – dapprima alla Reichsbank e successivamente agli istituti che ne raccolsero l’eredità – contribuirono a preservare la continuità di interessi economici e finanziari di enorme portata, dall’epoca nazista fino ai giorni nostri.

L’adesione alla BRI non è aperta automaticamente a qualsiasi stato o banca centrale. L’adesione rimane un privilegio piuttosto che un diritto. Nel 1994, la Federal Reserve acquisì proprie quote della BRI, aderì all’istituto e nominò due membri del Consiglio di amministrazione: il presidente della Federal Reserve e il presidente della Federal Reserve di New York. La BRI passò dall’essere un’istituzione eurocentrica, a cui gli Stati Uniti prestavano scarsa attenzione, a una realtà globale e internazionale. Nel 1996, aderirono anche le banche centrali e le autorità monetarie di Cina, India, Russia, Brasile, Hong Kong, Singapore e Arabia Saudita.

Considerato il ruolo cruciale della BRI nell’economia internazionale, il suo basso profilo è sorprendente. Ai giornalisti non è consentito accedere alla sede centrale durante lo svolgimento del Global Economy Meeting. I funzionari della BRI parlano raramente e con riluttanza con la stampa, e quasi mai “ufficialmente”.

Attualmente la BRI ha sede al civico 2 di Centralbahnplatz, a Basilea, a pochi passi dalla stazione centrale. È un luogo silenzioso e tranquillo. Non ci sono manifestanti radunati davanti alla sede della BRI, né accampamenti di protesta nel parco adiacente, né vivaci comitati di accoglienza per i banchieri centrali di tutto il mondo. Schiere di blogger e giornalisti chiacchierano delle banche, eppure, a parte brevi accenni, della BRI ci si occupa quasi nulla.

La BRI ospita quattro dei più importanti comitati internazionali che si occupano di attività bancarie a livello mondiale: il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, il Comitato sul sistema finanziario globale (Committee on the Global Financial System, abbreviato in CGFS, o CSFG in italiano), il Comitato sui sistemi di pagamento e regolamento (Committee on Payments and Market Infrastructures) e il Comitato Irving Fisher, una rete globale di statistici ed economisti di banche centrali.

La BRI ospita inoltre tre organizzazioni indipendenti: due gruppi che si occupano di assicurazioni e il Financial Stability Board (FSB). Quest’ultimo, che coordina le autorità finanziarie nazionali e le politiche di regolamentazione, viene già considerato il quarto pilastro del sistema finanziario globale, accanto alla BRI, al FMI e alle banche commerciali.

Secondo la BRI, i compiti principali di una banca centrale consistono nel controllare il flusso del credito e il volume di valuta in circolazione, garantendo così un clima economico stabile, e nel mantenere i tassi di cambio entro fasce gestibili per assicurare il valore della moneta e agevolare il commercio internazionale e i movimenti di capitale. Ciò è fondamentale, soprattutto in un’economia globalizzata in cui i mercati reagiscono in microsecondi e la percezione della stabilità economica e del valore conta quasi quanto la realtà stessa (**).

L’Italia una Banca centrale non ce l’ha più, salvo che per eseguire gli ordini della BCE, distribuire euro, stampare brochure e organizzare convegni. La realtà è che siamo entrati in una nuova fase storica, segnata da una profonda crisi strutturale, alimentata dall’avidità e dalla rapacità delle banche e delle grandi società di speculazione finanziaria. Complice la venalità e la corruzione della classe dirigente di ogni Paese. Ovvio che la rabbia e il cinismo stiano logorando la già scarsa fiducia dei cittadini nella democrazia e nello stato di diritto, così come non deve meravigliare che i giovani e le persone più mobili lascino il proprio paese d’origine in cerca di una nuova vita all’estero.

Le potenti forze del capitale internazionale stanno trionfando e non si vede chi possa almeno contenerle. Quanto al potere politico e a tutta l’agitazione mediatiche che gli scodinzola intorno, si tratta di semplice fuffa. Per molti, ma sempre meno, il progetto d’integrazione europea è diventato una verità intangibile, un articolo di fede nell’inesorabile cammino del mondo verso un futuro più radioso e sicuro. E tuttavia, le decisioni importanti sono prese dietro le quinte di santuari politici e finanziari. La chiamano democrazia e ci raccontano che le elezioni, quelle degli altri, sono truccate.

Una verità scomoda e taciuta è che esistono reali parallelismi tra i piani della leadership nazista per l’economia europea del dopoguerra e il successivo processo di integrazione economica e monetaria europea, che non a caso ha avuto la Germania come protagonista principale. La Banca dei Regolamenti Internazionali ha fatto da filo conduttore in entrambi i casi (***).

L’élite tecnocratica e finanziaria europea e statunitense, fatta da amicizie personali basate su frequentazioni scolastiche d’élite, viaggi e pranzi comuni, nonché da legami matrimoniali, è intimamente convinta di dover trasformare lo “spazio vitale” che ritiene assegnatogli dalla storia in un’unica dimensione economica, politica e ideologica. Del resto, a chi deve rendere conto democraticamente la BCE? Di fatto, a nessuno (lo stesso vale per la BRI). Ha il controllo sulla maggior parte degli strumenti di politica monetaria e la libertà di utilizzarli a propria discrezione (****).

Un gesto di apertura alla democrazia si ebbe quando con il Trattato di Maastricht si stabilì dovesse essere ratificato da tutti i dodici membri dell’UE. Tuttavia, solo tre dei firmatari si fidarono a sufficienza dei propri cittadini da indire un referendum. Nel 2005, sia la Francia che i Paesi Bassi votarono contro la nuova Costituzione europea nei rispettivi referendum. I funzionari europei aggirarono l’ostacolo ribattezzando la Costituzione “Trattato di Lisbona”, sostenendo che si limitasse a modificare i trattati precedenti, rendendo così superfluo il ricorso a referendum.

Quanto al fatto che l’Europa è rimasta immune da guerre dal 1945 al 1989, ciò non è dipeso dall’Unione Europea e dal “mercato”, bensì grazie alla presenza di forti partiti riformisti di sinistra che hanno puntellato, nonostante tutto, un sistema improntato alla democrazia. È un merito storico che va loro riconosciuto nella travagliata vicenda della Guerra Fredda. Quei partiti, con un abile lavoro, sono stati smantellati e alcuni riconvertiti in partiti a sostegno del mercato e della dittatura di chi lo controlla.

(*) Pilotti monitorava i movimenti dei cambi, i regolamenti dei pagamenti internazionali e i crediti commerciali, aggirando dove possibile le sanzioni e i blocchi economici. Sempre durante il conflitto, Pilotti dovette gestire le delicatissime transazioni della Reichsbank nazista e della stessa Banca d’Italia. Il regime fascista vedeva nella BRI una cassaforte sicura e un canale di regolamento preferenziale, specialmente quando le riserve auree italiane iniziarono a subire forti pressioni a causa delle spese belliche. Nel dopoguerra Pilotti ricoprirà anche ruoli presso la Banque d’État du Maroc.

Il ruolo di Raffaele Pilotti nella gestione dell’oro della Banca d’Italia rappresenta uno dei capitoli più complessi, ambigui e affascinanti della storia economico-diplomatica italiana durante la Seconda Guerra Mondiale. L’oro fisico (119 tonnellate, composte da 626 cassette di lingotti e 543 sacchi di monete) finì dapprima nel Forte di Fortezza (BZ), una delle fortificazioni asburgiche ottocentesche più grandi e imponenti dell’arco alpino, e poi in gran parte in Germania. Quest’estate ho visitato il Forte e tratto documentazione fotografica e notizie sul travagliato iter di quell’oro. Forse pubblicherò un post sulla vicenda.

(**) Negli anni Settanta, la BRI gestì il cosiddetto “Serpente monetario”, il meccanismo attraverso il quale le valute europee venivano mantenute entro specifici margini di oscillazione dei tassi di cambio. Negli anni Ottanta, la BRI ospitò il Comitato Delors, il cui rapporto del 1988 delineò il percorso verso l’Unione monetaria europea e l’adozione di una moneta unica.

La BRI favorì la nascita dell’Istituto Monetario Europeo (IME), precursore della Banca Centrale Europea. Presidente dell’IME fu Alexandre Lamfalussy (1929-2015), uno degli economisti più influenti al mondo, noto come il “padre dell’euro”. Prima di entrare nel 1994 all’IME, precursore della Banca Centrale Europea, Lamfalussy aveva lavorato presso la BRI per diciassette anni, dapprima come consulente economico e successivamente come direttore generale della banca. Lamfalussy non dovette allontanarsi molto: l’IME aveva sede proprio presso la BRI. Gli fu affidato il compito di creare la prima istituzione monetaria transeuropea, in vista dell’introduzione della moneta unica. Dopo undici mesi, nel novembre 1994, l’IME aveva ormai superato le dimensioni consentite dalla sede della BRI e si trasferì a Francoforte. La nuova sede era un grattacielo in Willy-Brandt-Platz, noto come Eurotower. L’Eurotower conta quaranta piani, più del doppio dei diciotto della sede della BRI. Il presidente dell’IME condivideva la stessa intesa con Hans Tietmeyer, presidente della Bundesbank, e con Jacques Delors, presidente della Commissione europea.

La Banca Centrale Europea entrò in attività. Sette mesi più tardi, il 1° gennaio 1999, undici paesi lanciarono l’euro. Dal punto di vista tecnico, la nascita della moneta unica rappresentò un risultato straordinario. I deficit di bilancio nazionali non avrebbero potuto superare il tre per cento del PIL. In questo clima di euforia, si prestò minore attenzione agli aspetti politici della moneta unica. Ancora una volta, la progressiva erosione della sovranità nazionale venne presentata come un’innovazione di natura essenzialmente tecnocratica, anziché come una decisione politica. La Bundesbank plasmò l’assetto della BCE, garantendo che si concentrasse sulla stabilità dei prezzi, e mantenne un’enorme influenza sulle operazioni della BRI.

A Londra, l’idea di cedere la sovranità monetaria suscitava orrore. A Washington, Paul Volcker sosteneva che l’idea di una Banca Centrale Europea fosse “una cosa molto singolare senza un governo e una stessa disciplina fiscale”.

La perdita di sovranità monetaria era un prezzo modesto da pagare per ridisegnare un continente, seguendo un piano elaborato tanto a Berlino quanto a Parigi e Bruxelles. Il cancelliere Helmut Kohl, il presidente François Mitterrand e Jacques Delors erano ossessionati dal loro posto nei libri di storia.

La BRI oggi detiene circa 119 tonnellate metriche d’oro e si posiziona solidamente tra i maggiori possessori di metallo prezioso al mondo. Il confronto con paesi come il Canada è particolarmente calzante, dato che la banca centrale canadese ha venduto l’ultima delle sue riserve d’oro nel 2016 per diversificare il proprio portafoglio in valute estere facilmente scambiabili (idioti).

(**) L’Eurozona non costituiva un’area valutaria omogenea. Unire paesi tanto diversi tra loro come la Germania e la Grecia, oppure l’Italia e l’Olanda, ciascuno con culture, storie, politiche economiche e fiscali e concezioni differenti del ruolo dello Stato e del potere di imposizione fiscale, si prospettava sin dall’inizio come un’impresa non solo rischiosa, ma assurda.

L’Eurozona necessitava di un sistema fiscale transnazionale credibile, dotato di regole e di un meccanismo di applicazione delle stesse. I governi nazionali dell’Eurozona mantenevano il potere di imporre tributi e di gestire la spesa pubblica, e tali decisioni hanno ripercussioni sugli altri membri. Di conseguenza, tutti i paesi dell’Eurozona si ritrovavano, di fatto, ostaggi l’uno dell’altro, ma alcuni molto più di altri.

In altre parole, le decisioni tecniche riguardanti la politica finanziaria e monetaria sono state utilizzate per introdurre surrettiziamente, spesso attraverso la BRI, uno Stato sovranazionale controllato dai tecnocrati e dalla finanza. Fu reso impossibile per un Paese uscire dalla presa dell’euro e le contraddizioni della moneta unica sono state aggravate dalla successiva espansione dell’Eurozona ai Paesi dell’Est Europa, molto più disomogenei rispetto ai Paesi fondatori.

(***) Il Parlamento europeo ha approvato diverse risoluzioni chiedendo alla BCE di pubblicare i verbali delle riunioni del Consiglio direttivo e di diffondere una sintesi delle votazioni, senza indicare i nomi dei singoli membri. I governatori delle banche centrali nazionali che siedono nel Consiglio direttivo della BCE adducono, contro tale richiesta di pubblicazione, le stesse argomentazioni avanzate dai funzionari della BRI per giustificare la mancata diffusione dei verbali delle riunioni dei governatori: il timore che ciò possa limitare il libero scambio di idee durante le sedute.

2 commenti:

  1. Anch'io ho scritto su Walter Funk https://erasmodue.wordpress.com/2017/07/03/1015/
    Riguardo alla BRI, forse la sopravvaluti. Aveva un ruolo ai tempi dei cambi fissi, perché fungeva da necessaria stanza di compensazione (clearing house). Oggi più che altro è un buco dove imbucare raccomandati ben pagati.

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    1. Anch'io pensavo così, ma è solo apparenza. Sul Piano Funk avevo già scritto nel 19.

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