lunedì 11 gennaio 2021

Quand’erano i Democratici a dare l’assalto

 

Il celeberrimo film di Sergio Leone apre con un omicidio, quello di una giovane donna. Segue subito un pestaggio e poi un altro omicidio, quello dell’uomo che aveva assassinato la giovane donna. Racconta la storia di una delle tante gang dedite ad attività illegali, che infine si specializza nel contrabbando degli alcolici, il cui commercio la puritana America proibì fino a quando non scoprì quanto facessero agio per le finanze pubbliche le imposte sulla produzione di quelle bevande (il XXI emendamento, che aboliva il XVIII, vietava l’importazione).

Che si tratti di C’era una volta il West o di C’era una volta in America, questi film documentano come la violenza fosse (e resti) uno dei tratti dominanti della società americana. Ci sono molti altri film che fotografano gli aspetti violenti della realtà storica americana, per esempio I cancelli del cielo, un lavoro che ricevette recensioni negative e scosse la reputazione di Michael Cimino: va bene la critica al sistema nella finzione cinematografica, ma non bisogna esagerare con il realismo, come sapeva bene il sottosegretario Andreotti.

Prendiamo il caso di Wilmington, la città della Carolina del Nord (da non confondere con l’omonima città del Delaware, feudo di Biden). Verso la fine del XIX secolo, Wilmington era la più grande e prospera città dello Stato a maggioranza nera, ben integrata. Nel 1894, una coalizione, formata da “popolari” e dai Repubblicani in una cosiddetta lista “fusionista”, vinse le elezioni eleggendo il sindaco e riuscendo a piazzare i propri uomini in altre posizioni chiave dell’amministrazione cittadina. Anche i neri svolsero un ruolo di primo piano. In quel periodo, Wilmington fu descritta come “la città dell’America più libera per un negro”.

Nel 1898, i Democratici, facendo leva sulla demagogia della supremazia bianca, riuscirono a mobilitare anche i bianchi che non avevano mai votato e a scatenare il terrore contro gli elettori neri. Vinsero le elezioni nello Stato e sulla scia della vittoria elettorale solo due giorni dopo si sono mossi per rovesciare il governo multirazziale di Wilmington (*).

L’assalto alla città, da parte di circa 2.000 uomini bianchi armati, ebbe luogo il 10 novembre 1898, dapprima con l’incendio dell’edificio del Daily Recor, un influente quotidiano il cui direttore, nero, era già fuggito dalla città per evitare il linciaggio. Per il resto della giornata, folle di razzisti attaccarono la popolazione nera, distruggendo le proprietà e le attività, provocando la morte di centinaia di persone e costringendo intere famiglie a fuggire nelle paludi vicine.

Wikipedia dà notizia sull’origine di quei fatti: «Sebbene la stampa bianca di Wilmington abbia originariamente descritto l’evento come una rivolta razziale causata dai neri, man mano che più fatti sono stati pubblicizzati nel tempo, è stato visto come un colpo di stato, il rovesciamento violento di un governo regolarmente eletto da parte di un gruppo di suprematisti bianchi».

Ciò che politicamente è più significativo, Wikipedia lo riporta così: « È stato descritto come l’unico incidente del suo genere nella storia americana, perché altri episodi di violenza della tarda Era della Ricostruzione non hanno portato alla rimozione e alla sostituzione diretta di funzionari eletti con individui non eletti».

Dunque, non si è trattato dell’unico episodio (basterebbe citare a tale riguardo la Wihisky Ribellion).

La cosa che non dice Wikipedia: i principali suprematisti bianchi responsabili del golpe includevano Josephus Daniels, l’editore del News and Observer; il colonnello Alfred Waddell, ex ufficiale confederato ed ex sindaco di Wilmington; il presidente democratico di stato Furnifold Simmons e altre figure di spicco del mondo economico e militare. Alcuni avrebbero fatto carriere politiche per i decenni in cui i Democratici meridionali razzisti esercitarono un’enorme influenza all’interno del Partito Democratico. Simmons per 30 anni sedette al Senato degli Stati Uniti e Daniels fu nominato Segretario della Marina da Woodrow Wilson nel 1913 e ambasciatore in Messico nel 1933 da Franklin D. Roosevelt.

Quando i leader politici statunitensi (e europei) hanno sostenuto che gli eventi di mercoledì scorso non fanno parte della tradizione democratica americana, chi conosce un po’ di storia non ne è così convinto. Anche perché la guerra civile del 1861-65 non fu un episodio marginale. 

(*) Un esempio di chi aveva diritto di voto in alcuni Stati: tutti gli elettori dovevano dimostrare di essere alfabetizzati, ma coloro i cui padri o nonni avevano votato potevano votare anche se analfabeti. Questo significava che mentre la maggior parte dei bianchi analfabeti avrebbe potuto votare, i neri no, perché i loro padri e nonni erano stati schiavi.

Nel 1915, la Corte Suprema invalidò tale legge ma a quel punto i razzisti bianchi avevano già realizzato ciò che si erano proposti di fare, e del resto escogitarono altri sistemi per negare il diritto di voto ai neri, ma anche molti bianchi poveri rimasero effettivamente privi dei diritti civili.


domenica 10 gennaio 2021

La fiduciosa attesa di Angus Deaton

 

Quando ci imbattiamo nella definizione di un determinato concetto, facciamo male a trascurare il metodo dell’analisi meramente linguistica della stessa denominazione. Le parole che pronunciamo, talvolta, sono molto più “intelligenti” di noi.

Segrej M. Ejzenstein

*
Un vecchio amico mi segnala un articolo di Angus Deaton, economista scozzese e Nobel per l’economia, dal titolo: Repubblica degli ineguali.

Merita di essere letto fino in fondo, soprattutto da chi crede ancora in buona fede che gli Stati Uniti d’America siano il paese della libertà e delle opportunità, ignorando la situazione economica e sociale in cui vivono, non da oggi, centinaia di milioni di persone.

Gli Stati Uniti sono certamente il paese del progresso scientifico e tecnologico, ma intriso di aspre contraddizioni e campione di stridenti disuguaglianze tra le classi sociali, specie tra chi – e su ciò insiste Deaton – può far valere un titolo di studio universitario e chi invece deve accontentarsi di umili lavori e corrispondenti bassi salari, ossia quelle persone che l’algida Hillary Clinton definì come “the deplorables”.

sabato 9 gennaio 2021

Al cuore dell’Impero

 

Ho per le mani il libro, uscito il mese scorso, di Alessandra Necci, Al cuore dell’Impero, Napoleone e le sue donne fra sentimento e potere, Marsilio, € 18.

Senza una presentazione, introduzione o altro, il libro si apre con 37 pagine stampate in corsivo, che riportano le parole dell’imperatore da Sant’Elena. In esse, con una prosa aulica e però con dettagli narrativi accattivanti, Napoleone racconta il recente viaggio in nave verso il suo Inferno. Il lettore troppo ingenuo potrebbe credere si tratti di un dettato autentico.

Seguono poi i capitoli dedicati alle singole donne la cui vicenda umana e storica s’intrecciò con quella di Napoleone. A cominciare ovviamente da sua madre, Letizia Ramolino Buonaparte, poi Madame Mère. Come il marito, aveva origini italiane, parlava il patois còrso e ovviamente l’italiano (la Corsica venne veduta alla Francia nel maggio 1768), come del resto il figlio suo più famoso, e solo in seguito imparerà il francese, con un accento che farà ridere i salotti parigini. Donna pratica ed energica, si farà tuttavia infinocchiare, durante la prigionia del figlio, dalle malìe esoteriche di una veggente, peraltro austriaca!

I capitoli successivi riguardano dapprima le sorelle di Napoleone, poi la prima moglie, la famosa Giuseppina de Beauharnais, donna che non si faceva scrupoli di cornificare il marito in modo plateale, in seguito ricambiata generosamente dal suo consorte. La rassegna di ritratti si chiude con quello della ragazzina inglese, Elizabeth (detta Betsy) Balcombe, che Napoleone incontrerà Sant’Elena e diventerà sua amica di giochi e facezie.

Il libro di Alessandra Necci non vuole essere con tutta evidenza un saggio storico, non ne ha il rigore e l’approccio critico alle fonti (nel testo non sono presenti richiami alla pur nutrita bibliografia, peraltro non puntualmente aggiornata per le traduzioni italiane, cito tra tutte quella delle Memorie di Talleyrand, edite da Aragno). Si tratta di un romanzo storico-sentimentale, tranquillo e scritto assai bene, che va ad alimentare il Mito. Un libro, in occasione del bicentenario, destinato al grosso pubblico, ai non specialisti che vogliono leggere qualcosa di tranquillo e di ben documentato su un argomento ammaliante e suggestivo, quale quello di un personaggio del calibro di Napoleone e le sue donne.


venerdì 8 gennaio 2021

Sulle "diversità culturali estreme"

 

L’omologia tra la crisi che portò al declino dell’impero romano d’occidente e quella attuale è uno dei leitmotiv storici più frequentati. Bisognerebbe discutere su quanto questo parallelismo storico sia aderente e fondato e per quali aspetti invece non lo sia, ma lascio volentieri il compito a chi molto meglio di me se ne intende, cioè agli storici. Tuttavia ognuno di noi qualche idea su certi confronti tra passato e presente se la fa, pertinente o meno che sia.

Per esempio sull’immigrazione e la crisi demografica, temi che offrono molti spunti di riflessione tra l’antico e l’attualità. Il carattere economico e sociale della società antica favoriva l’immigrazione, anzi, imponeva una vera e propria importazione coatta di braccia, di forza-lavoro, vale a dire di schiavi. Fenomeno, a dire il vero, che è continuato anche dopo, per millenni.

In epoca più recente e anche nei nostri anni non è più necessario ricorrere a certe pratiche per importare forza-lavoro. È sufficiente creare le condizioni economiche per favorire l’immigrazione, cioè per arruolare nuovi schiavi volontari, per status, istruzione, utilità d’impiego.

giovedì 7 gennaio 2021

Accade in America


Ci rendiamo conto di ciò che è successo ieri a Washington? L’assalto armato al Congresso degli Stati Uniti, la dispersione in preda al panico di senatori e membri della Camera terrorizzati, il ritardo della convalida ufficiale della maggioranza del collegio elettorale di Joseph Biden e persino l’occupazione della carica della presidente della Camera Nancy Pelosi sono fatti che costituiscono un punto di svolta nella storia politica degli Stati Uniti.

È stato il risultato di una cospirazione attentamente pianificata, istigata dal presidente in carica Trump, da suoi stretti collaboratori come Stephen Miller e numerosi altri che lavorano dietro le quinte all’interno dell’esercito, della guardia nazionale e della polizia, cospiratori strategicamente posizionati all’interno della Casa Bianca e di altre potenti istituzioni, dipartimenti e agenzie dello Stato.

I cospiratori hanno scelto come momento propizio per l’azione la seduta del Congresso per ratificare la maggioranza del collegio elettorale di Biden. L’assalto ha fatto seguito a una propedeutica di mesi fatta di menzognere da parte di Trump e dei suoi tirapiedi secondo cui le elezioni del 2020 erano state falsate. Il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell ha perfino negato il riconoscimento repubblicano all’elezione di Biden per settimane, fornendo legittimità agli sforzi di Trump per screditare il risultato delle elezioni con accuse esplicite di frode elettorale.

La maggioranza dei membri repubblicani del Congresso e un numero considerevole di senatori repubblicani hanno orchestrato il dibattito politico di ieri contestando la legittimità del voto del Collegio elettorale per fornire il pretesto necessario alla rivolta. Il segnale finale per l’assalto al Campidoglio è stato dato dallo stesso Trump, che ha pronunciato un’arringa diretta ai suoi sostenitori con toni apertamente insurrezionali.

Certo, ci si è avvalsi di manovalanza, ma essa era diretta da elementi con addestramento militare e paramilitare, nell’insieme tutte persone che rappresentano un’anomalia nella misura in cui certe anomalie sono parte non trascurabile e anzi costitutiva della società statunitense: fanatici di tutti i tipi, politici, religiosi, razzisti, fascisti, eccetera.

Per contro, immaginiamoci una manifestazione convocata a Washington per protestare contro l’avvenuta ipotetica rielezione di Trump e per rovesciare i risultati delle elezioni. I manifestanti, pur non tentando un assalto al Congresso, avrebbero ricevuto una massiccia dimostrazione di forza da parte della polizia e della guardia nazionale. Ci sarebbero stati tiratori scelti strategicamente posizionati su ogni edificio, elicotteri e droni in sorvolo, e al minimo movimento non autorizzato della folla, per quanto pacifico, sarebbe stata immediatamente dispersa, quindi il lancio di raffiche di lacrimogeni, centinaia se non migliaia sarebbero stati i pestati e gli arrestati.

È già stato invece ampiamente notato che ieri gli assalitori non hanno incontrato particolare resistenza e nelle zone più critiche e vulnerabili del Campidoglio non si vedeva quasi la polizia.

Non solo si poteva preventivare che accadesse, ma è accaduto nel pomeriggio del 6 gennaio 2021. Anche se questo tentativo non ha raggiunto il suo obiettivo, nessuno può scartare l’ipotesi che in futuro non si possano creare le condizioni perché accada di nuovo. Le glorificazioni sulla stabilità e l’eternità della democrazia americana sono state smascherate e screditate come un vuoto mito.