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il nucleo del pensiero rivoluzionario di Marx non è stato mai realizzato
davvero. La mia ortodossia fa riferimento a questa realtà. Il comunismo che
abbiamo conosciuto è tutt’altra cosa. Pieno di cose orribili».
Se era “tutt’altra cosa” dal “nucleo del
pensiero rivoluzionario di Marx”, che cos’era realmente quel “comunismo che
abbiamo conosciuto”? Pieno di cose orribili, d’accordo, ma esattamente?
Questa era la domanda più interessante che
l’intervistatore doveva fare a Rossana Rossanda, ma non gliel’ha fatta. Evidentemente
l’intervistatore conosce a menadito il “nucleo del pensiero rivoluzionario di
Marx” e ciò che lo differenziava dal “comunismo che abbiamo conosciuto”.
Personalmente non ho conosciuto nessun tipo
di “comunismo”, né quello di Marx (e questo è pacifico) e nemmeno di altro
tipo.
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A nulla è servito modificare i rapporti
giuridici di proprietà dei mezzi di produzione lasciando inalterata
l’organizzazione del lavoro, la forma merce del lavoro stesso, la sua
sottomissione reale alla produzione di plusvalore. Una classe di sfruttatori inefficienti
e corrotti è stata sostituita da una burocrazia di partito e tecnico-amministrativa
che inizialmente ha saputo senz’altro raggiungere, con elevati costi umani,
degli obiettivi importanti sul piano economico e sociale, ma essa non aveva
alcun interesse di spingersi oltre lo status quo, e oggettivamente non poteva nemmeno farlo.
Il successo o insuccesso di simili ed
epocali imprese non può dipendere anzitutto che dallo sviluppo della produzione
materiale, dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia,
insomma dallo stato della ricchezza reale della società, che si manifesta in
una straordinaria proporzione tra tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto.
La produzione eccedente è misura della
grandezza del lavoro eccedente, che
dipende dalla produttività del lavoro necessario.
Solo dal grado di produttività e di sovrabbondanza relativa già raggiunto si
può stabilire quale parte del tempo e quali mezzi di produzione possono essere impiegati
alla produzione immediata di valori d’uso.
Su tale frangente sia la Russia sovietica e
sia la Cina maoista hanno dovuto misurarsi. L’accumulazione originaria e lo
sviluppo dell’industria e meccanizzazione dell’agricoltura non sono stati
obiettivi di poco conto nemmeno in occidente. Sennonché in nessun caso, ad
oriente e a occidente, il valore di scambio mai ha cessato di essere la misura
del valore d’uso. E questo fatto la dice lunga sul “comunismo che abbiamo
conosciuto”.
Per raggiungere una tale condizione di
eccedenza è necessario che la parte di produzione indirizzata alla produzione
di capitale fisso (per dirla come un economista borghese) non produca immediati
oggetti di consumo e neppure immediati valori di scambio, o perlomeno non
valore di scambio immediatamente realizzabile.
Può sembrare una questione puramente
accademica, ma non è così; si tratta viceversa di una questione maledettamente
pratica. Se devo lavorare per un certo numero di ore il giorno, non fa alcuna
differenza se il padrone è lo Stato o un consiglio d’amministrazione di una
multinazionale. La
riduzione del tempo di lavoro a un minimo decrescente, per la società in
generale e per ogni membro di essa, garantiti ovviamente i bisogni primari,
costituisce una delle più essenziali differenze tra un sistema che ha lo scopo diretto di
appropriarsi del tempo di lavoro eccedente e una società comunista.
Rossana Rossanda, se l'intervistatore glielo avesse chiesto, avrebbe risposto meglio di così, forse sottolineando anche questo aspetto.