mercoledì 13 novembre 2019

Dovrò quindi rimproverare i fiori di glicine


Se avete apprezzato, che so, I miserabili di Hugo, oppure Port Royal di quell’”imbecille” Sainte-Beuve (il complimento non è mio), allora La storia di Genji, l’opera suprema del canone classico nipponico, potrebbe deliziarvi fino al punto da farvi balenare l’idea, non solo bizzarra ma temeraria, di cimentarvi con la lingua giapponese.

Il volume einaudiano a vederlo mette soggezione poiché consta (in edizione economica, esiste anche in due volumi in ediz. di pregio) di 1235 pp. in corpo 11, più circa 150 pp. di note in corpo 6, il tutto preceduto da XLVII pp. d’Introduzione. Opera in prosa, ma intercalata di meravigliose strofe poetiche, tradotta dal giapponese da Maria Teresa Orsi, è composta da 54 capitoli redatti durante il periodo Heian (*), scritta da una nobildonna nipponica, Murasaki Shikibu, dama di corte (sulla biografia, l’Introduzione, p. XLIV e sgg). L’autrice scriverà anche un breve diario e una raccolta di poesie.

martedì 12 novembre 2019

L’odio


L'odio è un sentimento primordiale, genuino, fatto di pochi ingredienti. Non deve essere confuso con l'invidia, ovviamente, ma questa è spesso una componente sottaciuta. Può essere odio quello dei tifosi di una squadra per quelli della compagine avversaria, per esempio, oppure odio razziale, religioso, di classe (*). L’odio è un sentimento indegno solo se promana dagli altri e per interessi opposti ai nostri. Ma è anche qualcosa di più complicato.

Quello ideologicamente più strutturato è l'odio per chi ha idee politiche diverse dalle nostre. Del resto, chi, quantomeno, non aborre il comunismo? La tragica maschera dell’utopica uguaglianza dietro la quale si nasconde il Male! In certi ambienti essere comunista è molto peggio che essere juventini, il che è tutto dire. Ma anche per quelli che ritengono di nutrire cristallini sentimenti democratici il passo dall'idiosincrasia all’odio può essere breve. È vero, l’estremismo di massa, l’intolleranza, il desiderio disperato di un cambiamento radicale sono difficile da suscitare. Tuttavia giunge il momento culminante, che in genere fa seguito a un picco di crisi e incertezza economica, in cui il film si ripete. Cambiano gli attori, i protagonisti e le comparse, ma la sceneggiatura nei suoi refrain resta sostanzialmente immutata. Anche laddove non nasca l’odio vero e proprio, viene a regnare l’indifferenza per ciò che accade agli “altri”.

(*) Un tempo vigeva il reato d’incitamento all’odio di classe. L’articolo in questione fu dichiarato incostituzionale con sent. 23 aprile 1978, n. 108; tuttavia fu trovato subito un escamotage: tale sentenza modificava il reato in questione, trasformandolo in un reato di pericolo concreto, nel senso che l'istigazione all'odio fra le classi sociali doveva essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità. Infatti, pur non determinando la commissione di un reato specifico, sobillare alla disobbedienza e alla rivolta inquieta chi ti sfrutta, e dunque tale comportamento va punito a norma di legge. Quando si dice la legge uguale per tutti. Perciò i giudici continuarono ad impacchettare, nei “mandati di cattura” (si chiamavano così),  il reato d’incitamento all’odio di classe assieme ad altre eclatanti imputazioni. Quello dei magistrati era invece rubricato come un sano odio di classe e di casta.

Scriveva l’11 gennaio 1972 Luigi Pintor: «Spesso ossuti e avvizziti, più spesso obesi e flaccidi, col viso marcato dalle nefandezze del loro mestiere, ogni anno ci appaiono vestiti da pagliacci, come non osano neppure gli alti prelati. Chi sono? Sono gli alti magistrati che inaugurano l'anno giudiziario, per dirci che bisogna mettere più gente in galera e tenercela, e quale gente e perché. Leggete altrove l'elenco minuto dei morti ammazzati in un’industria […]. Questi sono omicidi di cui è intessuto il progresso nazionale. Sono delitti di classe, dietro cui c'è lo sfruttamento quotidiano di milioni di uomini […]».

lunedì 11 novembre 2019

Il tempo e la differenza


In una recente intervista Rossana Rossanda dice:

« … il nucleo del pensiero rivoluzionario di Marx non è stato mai realizzato davvero. La mia ortodossia fa riferimento a questa realtà. Il comunismo che abbiamo conosciuto è tutt’altra cosa. Pieno di cose orribili».

Se era “tutt’altra cosa” dal “nucleo del pensiero rivoluzionario di Marx”, che cos’era realmente quel “comunismo che abbiamo conosciuto”? Pieno di cose orribili, d’accordo, ma esattamente?

Questa era la domanda più interessante che l’intervistatore doveva fare a Rossana Rossanda, ma non gliel’ha fatta. Evidentemente l’intervistatore conosce a menadito il “nucleo del pensiero rivoluzionario di Marx” e ciò che lo differenziava dal “comunismo che abbiamo conosciuto”.

Personalmente non ho conosciuto nessun tipo di “comunismo”, né quello di Marx (e questo è pacifico) e nemmeno di altro tipo.

*
A nulla è servito modificare i rapporti giuridici di proprietà dei mezzi di produzione lasciando inalterata l’organizzazione del lavoro, la forma merce del lavoro stesso, la sua sottomissione reale alla produzione di plusvalore. Una classe di sfruttatori inefficienti e corrotti è stata sostituita da una burocrazia di partito e tecnico-amministrativa che inizialmente ha saputo senz’altro raggiungere, con elevati costi umani, degli obiettivi importanti sul piano economico e sociale, ma essa non aveva alcun interesse di spingersi oltre lo status quo, e oggettivamente non poteva nemmeno farlo.

Il successo o insuccesso di simili ed epocali imprese non può dipendere anzitutto che dallo sviluppo della produzione materiale, dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, insomma dallo stato della ricchezza reale della società, che si manifesta in una straordinaria proporzione tra tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto.

La produzione eccedente è misura della grandezza del lavoro eccedente, che dipende dalla produttività del lavoro necessario. Solo dal grado di produttività e di sovrabbondanza relativa già raggiunto si può stabilire quale parte del tempo e quali mezzi di produzione possono essere impiegati alla produzione immediata di valori d’uso.

Su tale frangente sia la Russia sovietica e sia la Cina maoista hanno dovuto misurarsi. L’accumulazione originaria e lo sviluppo dell’industria e meccanizzazione dell’agricoltura non sono stati obiettivi di poco conto nemmeno in occidente. Sennonché in nessun caso, ad oriente e a occidente, il valore di scambio mai ha cessato di essere la misura del valore d’uso. E questo fatto la dice lunga sul “comunismo che abbiamo conosciuto”.

Per raggiungere una tale condizione di eccedenza è necessario che la parte di produzione indirizzata alla produzione di capitale fisso (per dirla come un economista borghese) non produca immediati oggetti di consumo e neppure immediati valori di scambio, o perlomeno non valore di scambio immediatamente realizzabile.

Può sembrare una questione puramente accademica, ma non è così; si tratta viceversa di una questione maledettamente pratica. Se devo lavorare per un certo numero di ore il giorno, non fa alcuna differenza se il padrone è lo Stato o un consiglio d’amministrazione di una multinazionale. La riduzione del tempo di lavoro a un minimo decrescente, per la società in generale e per ogni membro di essa, garantiti ovviamente i bisogni primari, costituisce una delle più essenziali differenze tra un sistema che ha lo scopo diretto di appropriarsi del tempo di lavoro eccedente e una società comunista.

Rossana Rossanda, se l'intervistatore glielo avesse chiesto, avrebbe risposto meglio di così, forse sottolineando anche questo aspetto.

domenica 10 novembre 2019

Pollo e spaghetti (o polenta)


Stamani, alla radio di Stato, sentivo il giornalista di turno affermare che la responsabilità del montante nazionalismo andrebbe ricondotta al forzato internazionalismo dell'Unione Sovietica imposto ai paesi dell'Est. 

Gli ideologi si stanno prendendo avanti col lavoro, salvo poi stracciarsi le vesti per il diffuso neofascismo, come se anche questo non fosse il risultato della crisi del sistema e dello sdoganamento avvenuto dopo il 1989.

Più pericoloso del neofascismo è il criptofascismo, e massimamente colpevoli coloro che gli offrono tribuna mediatica e se ne fanno interlocutori. 


*

"È del tutto sbagliato credere che all'improvviso lo Spirito Santo fosse sceso nelle piazze di Lipsia e avesse cambiato il mondo", ha confidato l'allora cancelliere tedesco Helmut Kohl nel 2001 al suo biografo Heribert Schwan.

Tre settimane prima della “caduta” del muro, il comitato centrale del SED rovesciò Honecker e lo sostituì con Egon Krenz e poi con Hans Modrow. Insomma, la “rivoluzione” era già cominciata all’interno dei palazzi del potere.

Ciò che infastidiva di più la classe media (pastori protestanti, avvocati, docenti e artisti) del sistema della DDR, non era tanto l'oppressione politica, ma il fatto che mancassero delle redditizie opportunità di carriera quali quelle offerte alle loro controparti in Occidente. Per esempio, Angela Merkel, attuale cancelliere, e Joachim Gauck, poi presidente della Repubblica federale, hanno iniziato la loro carriera politica a est (*).

Da questo punto di vista certe vicende storiche si prestano a letture meno retoriche e celebrative.

(*) Il predecessore di Joachim Gauck, Christian Wulff, dovette dimettersi per vicende giudiziarie legate a un finanziamento. Il predecessore di Wulff, Horst Köhler, fu a sua volta dimissionario per certe sue dichiarazioni; era stato direttore amministrativo del Fondo monetario internazionale ed è membro della commissione trilaterale.

*

sabato 9 novembre 2019

Tutti



Segnalo un post del 6 novembre 2014, la cui lettura è suggerita soprattutto agli anticomunisti di ogni stagione, agli anticapitalisti di orientamento marxista ma anche a quelli che oggi si vergognano di dirsi marxisti, ai delusi e scontenti tout court, agli orfani del “comunismo” e agli smarriti sulla “terza via”, a quelli che, ad oltranza, considerano malgrado tutto preferibile l’attuale sistema ad ogni altro, e pure a coloro secondo cui Marx è okey per la pars destruens ma è troppo poco predittivo e comunque inaffidabile per la pars construens. Insomma, tutti.