sabato 22 ottobre 2011

La legge è uguale, gli imputati no




C’è qualche anima bella che parla di regolamentazione. Cosa vuoi regolamentare quando le banche sanno creare dei prodotti sempre più sofisticati e i giocatori scommettono sui mercati dark pool? Sarebbe come parlare di etica e responsabilità a una gang di ladri. O di morale a un computer. I massimi responsabili della crisi finanziaria sono gli unici a trarre beneficio dal disastro e nessun irresponsabile di governo può dire: "basta, alle banche non daremo più un soldo". Il collasso delle banche significherebbe il fallimento del sistema.

Qualcuno ha mai sentito a tale proposito i faccendieri della politica parlare di ricatto e porre questa domanda: è compatibile con la democrazia? Con il concetto di democrazia ci vogliono far dimenticare le condizioni nelle quali i salariati sono costretti a vivere e produrre, le condizioni in cui è operata la loro espropriazione attraverso lo stato di necessità e l’inganno.

Poi ci sono le anime belle che sono contro la violenza. Quale, quella delle banche? Ormai le cose in un mondo capovolto non usa più chiamarle per quel che sono. Il manifestante che rompe una vetrina di una banca va in carcere dopo una buona dose di legnate, mentre un banchiere accusato di aver evaso il fisco per centinaia di milioni, cioè di aver truffato tutti noi, se ne va in giro a tenere conferenze sull’etica ed è probabile candidato alle elezioni.

È la legge, ma come solito dettata dal più forte a protezione della grande proprietà. Essa condanna chi distrugge per disperazione una vetrina ma condona il furto di somme ingenti a danno della collettività. Solo ai grandi proprietari è permesso fare delle proprie ricchezze ciò che vogliono mentre i salari e le pensioni sono saccheggiate a piacimento dal governo a garanzia dei profitti dei padroni del mondo.

Un altro esempio? Si è scoperta l’acqua calda, cioè che c’è una forte correlazione tra il tasso di delinquenza e quello di disoccupazione. Come la mettiamo, chi sono i veri delinquenti? Quelli che dicono che non ci sono soldi per la scuola, la ricerca, l’assistenza, lo sviluppo e però saccheggiano salari e pensioni per il salvataggio delle banche e il condono agli evasori, oppure chi scende in piazza e non si accontenta di passeggiarvi?

Questo mondo trae vantaggio anche dal saccheggio e dalle devastazioni di piazza (molto più limitati di quelli prodotti dalle multinazionali e dalla finanza) perché facilitano i guadagni di chi in tali distruzioni trova il proprio profitto, sia esso materiale o politico. Ciò che conta avviene all'interno delle banche, non fuori.

I danni materiali alle vetrine li pagano le assicurazioni e quelli politici li paghiamo tutti. La distruzione spettacolare della ricchezza finisce per essere funzionale al sistema della merce (basato sul consumo ma anche sulla distruzione delle merci, cioè sul loro ricambio accelerato e reso appetibile dalla “novità” del modello), così come l’atto violento di pochi finisce per essere funzionale alla logica di sopravvivenza del sistema politico quale garante dell’ordine costituito.

Come ho già scritto, l’unico vero autentico pericolo è che questa violenza di pochi e senza rappresentanza politica (e non mi riferisco a quella parlamentare soltanto, anzi) si trasformi in qualcos’altro. Non sarebbe il primo caso in cui un movimento di contestazione al sistema finisce per inchiodarsi per altre vie ad esso.

venerdì 21 ottobre 2011

La tirannia del petrolio



L’ultimo feticcio del suo potere è una pistola d’oro. Poteva usarla con più dignità. Ed invece è morto come un topo di fogna. Come meritava. Come meriterebbero in tanti che fino a pochi mesi fa gli stringevano e baciavano la mano al G20 e anche dopo, ossequienti. Tra questi spiccano i mandanti di quei sanculotti che ora gridano al cielo la propria gioia di proletari che sperano in un futuro di stipendio da piccoli despoti della “nuova democrazia in Libia” fondata sulle briciole che elargiranno le multinazionali del petrolio, le quali a loro volta si spartiranno, sotto controllo americano, le maggiori riserve dell'Africa.

La signora Clinton due giorni fa, da Tripoli, aveva chiesto un Gheddafi vivo o morto. Anzi, ha dichiarato all’Associated Press che “gli Stati Uniti vorrebbero vedere un Gheddafi morto”. È la stessa persona che ha assistito in diretta all’esecuzione di Osama bin Laden, come da mandato. A me queste cose fanno un certo effetto, mi ricordano altre epoche, ma questo non sembra essere un sentimento diffuso, meno che mai nei media.

Non mi spiace per il tiranno, ma è il vedere il diritto internazionale ancora una volta agito dai soliti “ladri di Bagdad” a volto scoperto, cosa che dovrebbe far riflettere su certi concetti quali la violenza, tirati come il chewingum dai media. Quante decine di migliaia di morti è costata questa guerra per il petrolio, questa commistione d’interessi economici e geostrategici in gran parte oscuri? È presto detto, un popolo diviso e massacrato, spogliato, la città di Sirte nella quale non c’è edificio che non porti i segni di questa guerra di rapina, una ricostruzione che si presenta difficile e con troppe incognite. Era meglio prima? Certo che no, ma è meglio adesso?

giovedì 20 ottobre 2011

Nella solita palude


Di marce e manifestazioni famose ce ne sono state molte negli ultimi decenni. Basta pensare alla nota marcia inventata da Aldo Capitini, la Perugia-Assisi; oppure alle famose e oceaniche manifestazioni contro la guerra in Vietnam, negli Usa e in Europa. Ma né la guerra fredda e nemmeno quelle del sud est asiatico ebbero fine a seguito di tali movimenti di massa.

Se provassimo a chiedere a Trichet, a Sarkozy o alla Merkel quanti fossero e chi fossero i manifestanti di sabato scorso a Roma, con ogni probabilità non saprebbero rispondere. L’unica cosa nota sono gli scontri tra i black bloc e la polizia. Se ai caroselli folli dei blindati si fossero opposti, oltre ai black bloc e altre minoranze di giovani, anche qualche migliaio di manifestanti “pacifici”, con ogni probabilità il messaggio sarebbe stato diverso, il governo forse sarebbe caduto e i partiti politici sarebbero spiazzati. Il bluff democratico avrebbe ricevuto un duro colpo. E invece siamo e restiamo nella solita palude.

La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.

L’ultimo editoriale di Luigi Pintor, 2003. E diamo del fascista pure a lui? Lo so che questi discorsi non piacciono a molti, e cazzo mi stupirei del contrario dato il canaio mediatico. Tempo al tempo. Vorrei vedere se a qualche decina di migliaia di pubblici dipendenti riducessero lo stipendio del sessanta per cento e non pagassero la tredicesima ai pensionati. Da qualche parte sta già succedendo. De te fabula narratur.

mercoledì 19 ottobre 2011

Libia, il massacro della popolazione continua nel silenzio dei media


Qual è la situazione in Libia a distanza di otto mesi? Non ne parla più quasi nessuno. Intanto la città di Sirte viene distrutta dai cosiddetti ribelli e dai raid della Nato. “Block by block” dice la BBC. Sono impedite le forniture di cibo, medicine e altri generi di necessità. Non una voce si alza in occidente per denunciare quanto avvien ai danni della popolazione civile, la stessa che secondo la risoluzione Onu doveva essere protetta e garantita. Anzi, si registra da parte dei ribelli ogni sorta di saccheggio e di asportazione dei beni dei residenti.

Le atrocità commesse in Libia e quelle in corso a Sirte derivano direttamente dalla natura neo-coloniale dell’intervento stesso. Tutti i responsabili della guerra libica devrebbero essere accusati di crimini di guerra, a cominciare da Obama, Cameron e Sarkozy. Essi hanno fomentato e sostenuto una guerra di aggressione al pari di quelle scatenate dai gerarchi nazisti. La causa, lo sanno tutti, è il petrolio e il gas libici.

Quello stesso petrolio che Eugenio Scalfari, sì sempre lui, in un editoriale del 27 febbraio scorso definiva testualmente così:

«quello libico è uno dei peggiori per qualità».

Qui sotto le tabelle che dimostrano proprio l’opposto della tesi scalfariana. La prima dimostra che oltre il novanta per cento del petrolio libico è “light & sweet”, petrolio di alta qualità a basso tenore di zolfo, quindi petrolio di prima fascia.

[cliccare sul'immagine per ingrandire]

La seconda tabella dimostra che la Libia è il primo paese africano per riserve di petrolio e l’ottavo del pianeta, il che la dice lunga su questo conflitto.

Fonte: World Oil and Gas Review - 2010

Danni patrimoniali



Le ulteriori misure che il governo greco sta per varare su ordine del FMI e della Bce hanno provocato la proclamazione di 48 ore di sciopero generale. Il governo è ben consapevole che questa dichiarazione di guerra contro i salariati e i dipendenti statali non può essere effettuata senza opposizione di massa e richiede la repressione. Gli scioperi nelle ultime settimane hanno coinvolto anche i funzionari pubblici, gli addetti ai trasporti, i lavoratori portuali, insegnanti, operatori sanitari, giornalisti, bancari, avvocati, ufficiali giudiziari e funzionari doganali. Ad Atene ci si prepara a far intervenire l’esercito, le truppe speciali. 170 militari sono stati già assegnati per la guida dei camion della nettezza urbana e i lavoratori in sciopero sono stati precettati, tutti gli altri minacciati d’arresto e di multe. Il diritto di sciopero è carta straccia (come in Italia: quattro - otto ore una volta tanto, un comizietto e poi tutti al lavoro).
Un articolo del Financial Times di lunedì scorso esordiva così: «The degree of financial pain confronting the Greek population is twice as severe as that in Ireland and Portugal, fuelling concerns that the drastic austerity programme imposed by lenders could smother growth in the eurozone’s weakest economy». Tra gli interventi più osteggiati dagli aderenti allo sciopero, l'annuncio del governo il mese scorso di nuovi pesantissimi tagli che prevedono la riduzione degli stipendi del 60 per cento a circa 30mila impiegati, per la durata di un anno.
Invece di colpire le cause che hanno condotto alla situazione attuale (si calcola per esempio che i capitali dei ricchi greci all’estero ammontino a non meno di 600mld di euro), i burocrati della moneta stanno uccidendo il malato con continui salassi. Ecco cosa può produrre la “scienza” economica borghese e la relativa falsa coscienza al servizio dei grandi interessi. Di quanto possa succedere a livello sociale non interessa minimamente, i ricchi hanno dalla loro parte la stampa, la polizia e i vertici dell’esercito.
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I giornali questa mattina danno l’EFSF, il cosiddetto fondo salva stati (in realtà salva banche), a mille miliardi. Il Guardian parla di accordo Francia-Germania (il duopolio che governa l’Europa) per duemila mld. La Borsa schizza in alto, poi viene la smentita da Francoforte e la Borsa torna indietro. Il solito giochino quotidiano che fa ancora più ricco sicuramente qualcuno. Comunque stiano ‘ste cose, non si tratta di soldi veri, ed è questo il punto, ma di denaro elettronico, di trasferimenti di denaro a debito, cioè virtuale, dagli Stati al fondo. Sembra poi che il fondo potrà utilizzare la leva finanziaria per dare maggiori garanzie agli obbligazionisti, siano essi privati o pubblici. L’EFSF diventerebbe in effetti un assicuratore del debito sovrano, un altro CDS (Credit Defautl Swap) su cui la speculazione si tufferebbe a capofitto. Non se ne esce.
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A proposito di danni patrimoniali causati dai black bloc, sentite questa che riguarda, di riflesso, anche i tassi di riferimento pagati sui mutui ipotecari dei nostri appartamenti: per le banche arriva anche l'accusa di aver manipolato l'Euribor, ovvero il tasso interbancario applicato ai prestiti che gli istituti erogano tra di loro. Le ispezioni hanno colpito diverse sedi, tra cui uffici di banche a Londra, in Francia e in Germania. Vuoi che le banche italiane siano escluse? Vedremo.

Le ispezioni, che come fa notare il Financial Times, non sono state annunciate, rientrano nell'ambito di indagini lanciate ieri a livello internazionale, che hanno per oggetto il modo in cui i maggiori istituti finanziari raggiungono accordi sui tassi relativi a strumenti denominati in euro, dollaro e yen. Si “ teme che le aziende violino le regole antitrust che vietano cartelli e pratiche anti-concorrenziali”.