martedì 31 marzo 2026

Progressi ebraici

 

Israele sta migliorando la situazione in materia di diritti umani: una legge approvata lunedì introduce la pena di morte, che in pratica riguarda solo i palestinesi. Gli imparziali osservatori europei plaudono alla decisione: per la prima volta, i palestinesi riceveranno una condanna a morte ufficiale prima di essere assassinati dallo Stato israeliano, come di consueto.

Certo, la legge è discriminatoria e razzista, ma almeno ora viene avviato un procedimento giudiziario ufficiale prima che di assassinare i palestinesi. Fino ad ora, venivano solitamente assassinati senza alcun processo. La nuova legge dimostra ancora una volta quanto il governo sionista si impegni per l’equità e i diritti umani. Paolo Mieli, commentando la nuova legge, ha dichiarato: “A certa gente piace criticare Israele e denunciare il suo presunto comportamento criminale, ma tali progressi vengono raramente riconosciuti”.

Non tutti gli ebrei la pensano come Ben-Gvir. Alla fine della scorsa settimana, oltre mille tra rabbini, professori, avvocati e altre personalità di spicco ebrei negli Stati Uniti hanno firmato una lettera indirizzata al presidente israeliano Yitzhak Herzog. Hanno definito “una vergogna” la violenza sempre più brutale dei coloni contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata, che raramente ha conseguenze legali. La lettera afferma: “Signor Presidente, il terrore, la morte e la distruzione inflitti dagli estremisti ebrei israeliani a palestinesi innocenti in Cisgiordania sono abominevoli. Non sono solo moralmente riprovevoli, ma rappresentano anche una minaccia strategica per il futuro di Israele. Danneggiano l’ebraismo in tutto il mondo e il rapporto delle generazioni future con Israele”.

Una lettera molto tardiva, vieppiù tesa a tutelare il buon nome dell’ebraismo, ma ad ogni modo bisogna riconoscere che è già qualcosa.

Armi e logica economica nella guerra attuale

 

Droni iraniani in tunnel

Le famose V1 tedesche, che andavano a colpire l’Inghilterra negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, furono i primi missili da crociera della storia. Essi costituivano una potenziale novità strategica, che però non ebbe il tempo e il modo di svilupparsi adeguatamente.

La guerra che ha caratterizzato il XX secolo è quella segnata dall’aereo che trasporta la bomba, la nave da guerra che trasporta il missile, il carro armato il cannone. È la logica della guerra basata su piattaforme. Che appare economicamente valida poiché la piattaforma è riutilizzabile: un caccia può svolgere molte missioni, ingaggiare più bersagli e trasportare molte armi. Ma questo calcolo è fuorviante, poiché considera solo una parte dei costi. Il vero costo di un’ora di volo diventa chiaro solo se si considerano la manutenzione, le infrastrutture, l’addestramento dei piloti, la sicurezza della base, il dispiegamento stesso e il rischio di una perdita.

Un singolo caccia, nell’arco dell’intero ciclo di vita, costa centinaia di milioni di dollari, il che significa che con il prezzo di un singolo caccia si potrebbero acquistare più di 500 missili da crociera. Questa è la realtà economica della guerra attuale.

La guerra di piattaforma funziona ancora, ma solo se entrambe le parti seguono la stessa logica. Meno di un anno fa, più di cento aerei da combattimento decollarono sul subcontinente indiano, tra cui i Rafale indiani e i J-10 pakistani. Lo scontro avvenne interamente al di fuori della linea di vista, con l’utilizzo di sensori, software e missili a distanze fino a 160 chilometri. Almeno un aereo Rafale fu abbattuto – la prima perdita in combattimento di questo tipo di aereo – da un J-10 armato con un missile cinese PL-15.

I missili da crociera e i droni attuali, invece, possono essere guidati fino al bersaglio da remoto e rendono la separazione dal sistema di lancio il fulcro dell’intera architettura dei loro armamenti. I droni o i razzi diventano essi stessi agenti d’azione, senza la necessità di una piattaforma grande, costosa e con equipaggio per lanciarli e trasportarli sul bersaglio. A prima vista potrebbe sembrare un cambiamento puramente tecnico, ma in realtà è strategico.

Pertanto la differenza cruciale non risiede nella tecnologia, ma nell’economia dell’architettura offensiva. La guerra basata su piattaforme e quella basata su queste nuove armi seguono logiche di costo fondamentalmente diverse. Che si tratti dello Yemen, dell’Ucraina o dell’Iran, il drone (UAV - Unmanned Aerial Vehicle) può essere definito l’arma del momento. La novità risiede nella coerenza con cui prima l’Iran, e poi anche la Russia e l’Ucraina, procedono nella produzione e nell’utilizzo di quest’arma.

Una fregata statunitense lancia un missile intercettore SM-3. L’intercettore costa 15 milioni di dollari, accelera fino a sei volte la velocità del suono e colpisce il bersaglio, ossia un drone di fabbricazione iraniana in dotazione al gruppo yemenita Ansarollah, il cui prezzo unitario varia tra i 2.000 e i 20.000 dollari. Il rapporto tra colpi andati a segno e abbattuti è, nella migliore delle ipotesi, di uno a 750.

Dal 28 febbraio, inizio della guerra contro l’Iran, gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, secondo l’International Institute for Strategic Studies, hanno già utilizzato tra 1.900 e 3.000 missili intercettori per intercettare droni iraniani, mettendo a dura prova le loro scorte. Questi sistemi si collocano nella fascia di costo più elevata (milioni di dollari per missile Patriot PAC-3) rispetto al basso costo dei droni iraniani (migliaia di dollari). Ciò ha evidenziato un problema di sostenibilità e di “stress strategico”.

Esempio: si stima che un missile iraniano a corto raggio come il Fateh-110 costi circa 110.000 dollari, mentre uno Zolfaghar ne costa circa 150.000. Lo stesso ragionamento si applica alla fascia alta dello spettro missilistico. Si stima che i missili iraniani a medio raggio come il Sejjil-2 costino tra i cinque e gli otto milioni di dollari ciascuno. Questo li colloca ben al di sopra del costo dei semplici droni, ma comunque di ordini di grandezza inferiori a quello dei sistemi missilistici occidentali.

Ancora: il drone è controllato tramite un monitor ed è in grado di disabilitare un carro armato. Costa meno del 15% di un missile anticarro di alta qualità, offrendo al contempo una gittata quattro volte superiore. Con il prezzo di un singolo missile Javelin FGM-148 completo (lo Stugna-P ucraino è più economico), si possono costruire tra i 10 e fino a 100 di questi droni. Finché entrambe le parti operano secondo la stessa logica, questo squilibrio rimane limitato. Tuttavia, diventa strategicamente cruciale non appena una delle due parti si discosta da tale logica.

Teheran ha sistematicamente costruito un arsenale che rifiuta deliberatamente la logica della guerra di piattaforma: droni Shahed-136 (economico) o il Shahed-129, il 171 Simorgh, il Mohajer-10 (versione MALE-RPAS, tutti più costosi), missili balistici, missili da crociera e droni navali, prodotti in massa, progettati per tollerare perdite e destinati a sfiancare il nemico. Anche in Ucraina, i droni sono ora responsabili fino al 75% delle perdite in combattimento da entrambe le parti.

Per contro, il Pentagono spende meno dello 0,05% del suo budget per i droni, mentre miliardi vengono investiti in piattaforme sempre più vulnerabili nei conflitti moderni. L’industria bellica statunitense produce attualmente un massimo di 13 caccia F-35 al mese, una logica produttiva strutturalmente inadeguata agli scenari di sconfitta dei conflitti moderni.

La diminuzione dei costi è una buona causa anche in guerra: ciò che valeva per il carbone come sostituito dalla nafta nelle corazzate del primo Novecento, vale ora per i sensori, la potenza di calcolo e i chip GPS. Un ricevitore GPS oggi costa solo lo 0,13% di quanto costava nel 1980 e pesa una frazione di quanto pesava allora. Lo stesso vale per fotocamere, batterie e processori. Tutti questi componenti si trovano ormai in ogni smartphone e in ogni drone d’attacco.

Il risultato è un’asimmetria di costi che mina la logica tradizionale della guerra. Le piattaforme non scompariranno. Contro certi avversari, possono rivelarsi economicamente vantaggiose. Tuttavia, chi continua a investire principalmente nelle piattaforme sta investendo in una guerra del XX secolo. Ma qui entrano in gioco altre questioni che riguardano la conversione dell’apparato industriale civile in quello militare, i profitti dell’apparato militare-industriale stesso e anche le “intermediazioni” attese dalle grandi commesse.

lunedì 30 marzo 2026

Ancora e sempre il fattore tempo

 

L’articolo del New York Times che ho riprodotto ieri, è lespressione dello squilibrio profondo tra gli interessi dei gruppi dominanti del capitale statunitense. È un articolo che riflette la crisi e la decadenza, relativa, dell’Impero. È l’altra faccia di “Make America Great Again”. Racconta il problema strategico americano da un punto di vista diverso: non è colpa solo di Trump, ma di una discrasia di fondo che va rintracciata nella storia americana, di cui lo sgangherato presidente è il compimento. In forza dei suoi miti sulla provvidenza e sull’eccezionalismo, gli Stati Uniti sono una nazione che si sente autorizzata a fare ciò che vuole ovunque. E ciò non si accorda più con i rapporti di forza in campo e i veri interessi globali del capitale statunitense.

L’articolo, tra le righe, denuncia che non c’è il consenso condiviso dei gruppi chiave e delle frazioni dell’imperialismo americano, dunque c’è la necessità di un riequilibrio. Resta da vedere quale sarà la frazione che riuscirà a imporre la propria linea. L’avventurismo di Trump, espressione di una potente coalizione di interessi, dai gruppi high-tech a quelli delle energie fossili, fino a coinvolgere in modo opportunistico molte delle centrali della finanza, potrebbe trovare nella guerra in Iran il suo redde rationem.

Ancor prima della guerra, Trump non riusciva a capire perché l’Iran non avesse ancora “capitolato”, come rivelato pubblicamente il suo capo negoziatore Steve Witkoff il 22 marzo. Questa alternanza tra imprevedibili e sfrontate dichiarazioni di annientamento e affermazioni apparentemente razionali è ciò che Trump intende per “forzare un accordo”. Se le operazioni di terra contro l’Iran non comportassero il rischio di pesanti perdite tra le truppe statunitensi, il che peggiorerebbe ulteriormente l’immagine di Trump negli Usa, le avrebbe ordinate molto tempo fa.

Trump sembra considerare sempre più seriamente l’ipotesi di schierare truppe di terra. Il Washington Post, come se ne sapesse più di chiunque altro, ha parlato sabato di “operazioni di terra della durata di settimane”, i cui obiettivi non sono ancora chiari. In ogni caso, secondo i leggendari “funzionari” anonimi, non si tratterebbe di un’invasione su vasta scala, bensì di incursioni isolate da parte di una “combinazione di forze speciali e truppe di fanteria convenzionali”.

Ancora una volta è il fattore tempo a scandire la storia e i suoi esiti.

domenica 29 marzo 2026

Non è Trump. È l'America.


Di Lydia Frances Polgreen (The New York Times – versione integrale).

Come molti altri americani, in questi tempi bui ho oscillato tra due poli emotivi. A volte mi dico che Donald Trump è una figura di una malvagità unica, che si è impossessato di leve di potere che nessun presidente precedente aveva mai osato afferrare. Questa narrazione non ferma la violenza di stato nelle strade o le operazioni militari illegali all’estero. Eppure, offre qualche conforto. Una volta che Trump sarà uscito di scena – come le leggi della natura, se non della politica, richiedono – potrà avvenire una sorta di restaurazione del progetto democratico e costituzionale americano.

Nei giorni più bui, mi ritrovo a ricorrere a una narrazione più radicale: che Trump sia il compimento di ciò che l’America è sempre stata – una nazione compiaciuta di sé, che, grazie ai suoi miti sulla provvidenza e sull’eccezionalismo, si sente autorizzata a fare ciò che vuole. Dopotutto, Trump non è spuntato dal nulla. Le sue due vittorie sono state forgiate dalle scelte degli americani e dei leader che hanno eletto. Se non fosse esistito, la storia avrebbe inventato qualcuno come lui. Questa spiegazione offre una sua consolazione: è qualcosa che una mente razionale può comprendere.

Questa oscillazione può sembrare un po’ come un colpo di frusta. La sconfitta di Trump nel 2020, gli interventi dei tribunali per bloccare alcune delle sue mosse più sfacciate e la prospettiva di una vittoria schiacciante dei Democratici alle elezioni di metà mandato alimentano la teoria dell’aberrazione [la teoria dell’aberrazione sostiene che la presidenza di Trump sia stata un’anomalia, una deviazione temporanea dalle norme politiche americane piuttosto che il riflesso di cambiamenti sistemici, nota del blog]. Ma altri sviluppi – il trionfo di Trump nel voto popolare del 2024, la quasi totale sottomissione del Partito Repubblicano alla sua volontà e la concessione da parte della Corte Suprema di un’ampia immunità a Trump per potenziali reati commessi durante la sua presidenza – suggeriscono il contrario.

La guerra in Iran ha infranto questa dicotomia. È, senza dubbio, il prodotto dell’imprudenza senza pari di Trump, che si è lanciato sconsideratamente in un conflitto che i suoi predecessori avevano saggiamente evitato. Eppure è anche il logico epilogo di decenni di storia americana: la dipendenza del Paese dalla tecnologia per condurre guerre a distanza, la miope convinzione di poter plasmare gli eventi in luoghi lontani con la forza, il progressivo indebolimento dei limiti costituzionali alla presidenza.

Trump è un’anomalia storica o il suo compimento, un’aberrazione o il suo culmine? La risposta, senza dubbio, è entrambe le cose. Ma nel corso della sua presidenza, Trump ha rivelato un male ben più antico: l’incrollabile fede dell’America nella propria capacità di plasmare il mondo a proprio piacimento, indifferente ai desideri altrui e fermamente convinta che il proprio piano sia quello giusto. Al di là di Trump, è questa mentalità deturpante che noi americani dobbiamo affrontare.

Nel dicembre del 1952, uno studioso scozzese di nome Denis Brogan pubblicò un saggio straordinario intitolato L’illusione dell’onnipotenza americana. Scrivendo mentre gli Stati Uniti si affermavano come potenza preminente a livello mondiale, Brogan diagnosticò una peculiarità della mentalità americana. Gli Stati Uniti, alimentati dai propri miti e incrollabilmente convinti della propria visione del mondo, non riuscivano a vedere le difficoltà, tanto meno la sconfitta, come un motivo per mettere in discussione i propri obiettivi. Il fallimento non era mai dovuto alla forza o al potere degli avversari, bensì a errori e tradimenti.

«Molti americani, a mio avviso, trovano inconcepibile che una politica americana, annunciata e attuata dal governo americano, con il sostegno del popolo americano, non abbia successo immediato», scrisse Brogan. «Se non lo ha, allora pensano che la colpa è da attribuire alla stupidità o al tradimento». Osservatore del paese, ammirato ma attento, Brogan colse un aspetto essenziale. L’America, nella sua immaginazione, non poteva mai fallire; poteva solo essere sconfitta.

Nella sua lotta contro il comunismo globale durante la Guerra Fredda, il Paese ebbe ampie opportunità di mostrare questo riflesso. Quando i comunisti trionfarono in Cina, scrisse Brogan, la vittoria fu ampiamente attribuita all’incompetenza o al tradimento americano. La Cina, una civiltà vasta e antica, era vista come qualcosa che l’America poteva vincere o perdere. Quel fallimento contribuì a generare la paranoia del maccartismo. Corea, Vietnam e altri disastri più occulti fornirono ulteriore materiale per le recriminazioni, anche molto tempo dopo la fine del mandato di McCarty. Il fallimento poteva derivare solo da un tradimento interno, un’idea che paradossalmente rafforzava l’illusione dell’onnipotenza.

Quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, l’America ebbe l’opportunità di sperimentare appieno il peso della sua potenza. Aveva sconfitto l’impero del male e si ergeva da sola come la nazione più potente che il mondo avesse mai conosciuto, i suoi precedenti fallimenti si sono trasformati in una storia di successo. La rapida e decisiva vittoria americana nella guerra del Golfo di quell’anno fu una dimostrazione della superiorità militare della superpotenza. Gli Stati Uniti sarebbero diventati il poliziotto del mondo, mettendo a rischio i propri soldati per proteggere un ordine basato sulle regole che essi stessi guidavano.

Eppure non ci volle molto perché riemergesse il vecchio schema del fallimento seguito da recriminazioni. L’America persuase una Cina in rapida crescita a liberalizzare ulteriormente la sua economia, fiduciosa che sarebbe diventata qualcosa di più simile agli Stati Uniti: una società aperta e libera. Quando questa mossa produsse lo shock cinese, svuotando l’industria manifatturiera americana mentre la Cina diventava più ricca, più potente e più autocratica, gli americani avrebbero gridato al tradimento dei loro leader politici. La Cina e i suoi leader sono stati a malapena citati nella narrazione.

Poi arrivò l’11 settembre 2001, che infranse l’illusione dell’invulnerabilità americana agli attacchi. Le responsabilità erano molteplici. Eppure George W. Bush trasformò la grave ferita in un potere straordinario. Portò l’America in guerra in Afghanistan e in Iraq con un piano assurdo per trasformarli in democrazie liberali. La sua amministrazione sostenne che in Iraq, un paese che non aveva avuto alcun ruolo nell’attacco agli Stati Uniti, la crisi era così urgente da poter prescindere dal ruolo costituzionalmente previsto del Congresso nella dichiarazione di guerra. Dopo l’11 settembre, gli stessi limiti al potere presidenziale furono identificati come potenziali tradimenti e smantellati.

Naturalmente, non funzionò. Le guerre si trascinarono, uccidendo migliaia di militari americani e centinaia di migliaia di afghani e iracheni. Oggi l’Afghanistan è governato dallo stesso movimento che diede rifugio a Osama bin Laden, i talebani. L’Iraq è una nazione estremamente fragile e divisa. La guerra ha destabilizzato gravemente il Medio Oriente, dando origine a nuovi e temibili gruppi terroristici come lo Stato Islamico e scatenato una sanguinosa guerra civile in Siria.

L’elezione di Barack Obama nel 2008, critico delle guerre post-11 settembre, sembrò rappresentare un momento di resa dei conti con le illusioni americane. Ma Obama si ritrovò presto impantanato nei conflitti e, per giunta, in una crisi finanziaria globale. Nonostante le sue finte manifestazioni di umiltà americana nel mondo, abbracciò molti degli enormi poteri ereditati per condurre guerre ad alta tecnologia in luoghi lontani con scarsa supervisione. L’America continuò ad agire senza limiti.

Apparendo sulla scena nazionale all’indomani di questi disastri, Trump si è rifatto a una vecchia storia americana. Le élite americane avevano tradito il popolo americano, dichiarò. Tutta la vita di Trump è stata una prova generale per questo momento: imporre costantemente la sua volontà, tirarsi fuori dai guai, non essere mai chiamato a rispondere delle proprie azioni, nato con il piede giusto e convinto di aver fatto centro. Egli rappresentava l’incarnazione stessa dell’illusione americana di onnipotenza.

Trump ha annullato la distanza tra la sua volontà personale e quella americana, dichiarando, accettando la candidatura repubblicana nel 2016, che “solo io posso risolvere tutto”. Come l’America, Trump non può fallire; può solo essere tradito. Per lui è sempre colpa di qualcun altro. Avendo a disposizione gli strumenti della presidenza imperiale, considera chiaramente l’America identica alla sua persona. Abbandona ogni pretesa di ordine costituzionale. Ha affermato di sapere istintivamente quando le guerre saranno vinte, e che gli unici limiti sono dettati dal suo senso morale.

Nel Golfo Persico, quest’illusione si è scontrata con la dura realtà. La speranza di Trump di un rapido crollo del regime iraniano è sempre stata illusoria. La geografia si sta prendendo la sua rivincita: il petrolio e il gas che alimentano gran parte dell’economia globale transitano attraverso uno stretto braccio di mare che l’Iran controlla di fatto. Un’invasione di terra sul suo vasto e ostile territorio potrebbe superare di gran lunga il pantano del Vietnam. Il regime iraniano, spietato sia con i paesi vicini che con il proprio popolo, sembra imperturbabile di fronte agli incessanti attacchi di Israele e degli Stati Uniti. Sembra pronto a una lunga guerra.

Eppure Trump sembra incapace di concepire una forza avversaria immune all’onnipotenza americana. E non riesce a immaginare che una guerra lontana possa danneggiare l’America, benedetta da un territorio ricco di risorse naturali e separata dal mondo travagliato da due oceani. Ma l’impennata dei prezzi della benzina, l’aumento dei tassi d’interesse e la prospettiva di un crollo del mercato azionario hanno spazzato via ogni illusione di un magnifico isolamento dall’economia globale. Se questa guerra si protrarrà, gli americani ne soffriranno enormemente.

C’è già stata molta sofferenza: più di 58.000 nomi sono incisi sul granito del memoriale della guerra del Vietnam a Washington. Ad oggi non esiste ancora un memoriale nazionale per le cosiddette guerre infinite, ma oltre 7.000 americani sono morti al loro servizio. In quelle guerre, c’era almeno una parvenza di idealismo americano, per quanto fragile e ingannevole potesse essere. Trump ha trascinato l’America in una guerra completamente priva di qualsiasi pretesa di virtù. È un esercizio di potere spudorato, senza alcun velo di provvidenza o superiorità morale. Nella sua sfrontatezza, è quasi scioccante.

Nello stesso periodo in cui scriveva Brogan, il teologo Reinhold Niebuhr pubblicò un breve libro intitolato L’ironia della storia americana. Un’opera molto apprezzata da Obama, è un appello all’umiltà cristiana negli affari mondiali, rivolto agli americani che fraintendono la propria virtù. “L'uomo è una creatura ironica perché dimentica di non essere semplicemente un creatore, ma anche una creatura”, scrive Niebuhr.

Quella frase mi ha fatto comprendere la follia della mia stessa oscillazione: entrambe le visioni – Trump come aberrazione o Trump come compimento della storia – ponevano l’America come protagonista della propria storia, con il mondo come palcoscenico. Avevo bisogno di una prospettiva più ampia, di un confronto onesto con la storia e della disponibilità ad ammettere che l’America è, come qualsiasi altra nazione, solo un luogo nel mondo.

L’America non sa come esistere in un mondo che non controlla. Fin dalla sua nascita, l’America si è convinta di essere semplicemente troppo grande, troppo lontana e troppo ricca per subire gravi conseguenze per le sue azioni. Ma non ci sarà scampo dal cataclisma in Iran. Sulla sua scia, si presenta l’opportunità di riconoscere il nostro posto in un mondo interconnesso e di vederci con chiarezza. La via d’uscita dal ciclo di fallimenti e tradimenti è abbandonare le nostre illusioni, una volta per tutte.

* * *

It’s Not Trump. It’s America.

(March 26, 2026)

By Lydia Polgreen Opinion Columnist

Like a lot of other Americans, I’ve oscillated in these dark times between two emotional poles. At points, I tell myself that Donald Trump is a uniquely malevolent figure who has seized levers of power that no previous president had ever dared to grasp. The story doesn’t stop state violence in the streets or illegal military operations abroad. Yet it has its comforts. Once Trump passes from the scene — as the laws of nature, if not politics, require — some kind of restoration of the American democratic and constitutional project can take place.

On darker days, I find myself turning to a more thoroughgoing narrative: that Trump is the fulfillment of what America has always been — a self-satisfied nation, granted license by its myths about providence and exceptionalism to do whatever it wants. Trump didn’t come from nowhere, after all. His two victories were forged by choices made by Americans and the leaders they elected. If he had not existed, history would have invented someone like him. This explanation offers its own consolation. At least it is something a rational mind can grasp.

This oscillation can feel a bit like whiplash. Trump’s loss in 2020, interventions by the courts to block some of his most brazen moves and the prospect of a Democratic romp in the midterm elections sustain the aberration theory. But other developments — Trump’s popular-vote triumph in 2024, the near total submission of the Republican Party to his will and the Supreme Court’s grant of sweeping immunity to Trump for potentially criminal acts committed as president — suggest the opposite.

The war in Iran has shattered this binary. It is, to be sure, the product of Trump’s unique recklessness, as he plunges heedlessly into a conflict his predecessors had been wise to avoid. Yet it is also the logical terminus of decades of American history — the country’s addiction to technological wizardry to wage war at a distance, the blinkered belief that it could shape events in faraway places by force, the steady whittling away of constitutional limits on the presidency.

Is Trump a freak of history or its fulfillment, an aberration or a culmination? The answer, surely, is both. But in the course of his presidency, Trump has revealed a much older malady: America’s unshakable faith in its ability to shape the world to its liking, indifferent to what others might want and supremely confident that its plan is the right one. Beyond Trump, it’s this disfiguring mentality we Americans must face.

In December 1952, a Scottish scholar named Denis Brogan published a remarkable essay titled “The Illusion of American Omnipotence.” Writing as the United States was emerging as the world’s pre- eminent power, Brogan diagnosed a peculiar feature of the American mind. The United States, fueled by its myths and unswervingly certain of its vision for the world, could not see difficulty, much less defeat, as a reason to question its aims. Failure was never brought about through the strength or power of rivals. It came, instead, through blunder and betrayal.

“Very many Americans, it seems to me, find it inconceivable that an American policy, announced and carried out by the American government, acting with the support of the American people, does not immediately succeed,” Brogan wrote. “If it does not, this, they feel, must be because of stupidity or treason.” An admiring but canny observer of the country, Brogan captured something essential. America, in its own imagination, could never fail; it could only be failed.

In its struggle against global communism through the Cold War, the country had ample opportunity to show off the reflex. When China’s insurgent communists triumphed, Brogan wrote, it was widely understood as a result of American bungling or treachery. China, a vast and ancient civilization, was seen as something for America to win or lose. That failure helped give rise to the paranoia of McCarthyism. Korea, Vietnam and more covert disasters were further tinder to recrimination, long after the senator had gone. Failure could come only from internal betrayal, an idea that paradoxically bolstered the illusion of omnipotence.

When the Soviet Union collapsed in 1991, America had the chance to experience the full weight of its might. It had defeated the evil empire and stood alone as the most powerful nation the world had ever known, its former failings folded into a story of success. America’s swift and decisive victory in the gulf war that year was a showcase of the superpower’s military prowess. The United States would become the world’s policeman, putting its soldiers on the line to protect a rules-based order it led.

Yet it didn’t take long for the old pattern of failure followed by recrimination to re-emerge. America persuaded a rapidly growing China to further liberalize its economy, confident that it would become something more like America — an open and free society. When this gambit produced the China shock, hollowing out American manufacturing as China grew richer, more powerful and more autocratic, Americans would cry betrayal by their political leaders. China and its leaders hardly featured in the narrative.

Then came Sept. 11, 2001, shattering the fiction of American invulnerability to attack. There was plenty of blame to go around. Yet George W. Bush transformed the grievous wound into extraordinary power. He took America to war in Afghanistan and Iraq with an absurd plan to turn them into liberal democracies. His administration argued that in Iraq, a country with no role in the attack on America, the crisis was so urgent that the constitutionally mandated role of Congress in declaring war could be abandoned. After Sept. 11, constraints on presidential power themselves were identified as potential betrayers and stripped away.

It didn’t work, of course. The wars dragged on, killing thousands of American service members and hundreds of thousands of Afghans and Iraqis. Afghanistan today is ruled by the same movement that sheltered Osama bin Laden, the Taliban. Iraq is an exceedingly fragile and divided nation. The war gravely destabilized the Middle East, giving rise to fearsome new terrorist groups like the Islamic State and setting off a bloody civil war in Syria.

The election in 2008 of Barack Obama, a critic of the post-9/11 wars, seemed to be a moment of reckoning with American illusions. But Obama was soon bogged down by the conflicts and a global financial crisis to boot. Notwithstanding his feints toward American humility in the world, he embraced many of the outsize powers he inherited to make high-tech war in distant places with little oversight. America continued to act unbounded.

Striding onto the national stage in the aftermath of these disasters, Trump tapped into an old American story. America’s elites had betrayed the American people, he declared. Trump’s whole life was a dress rehearsal for this moment: constantly imposing his will, wriggling out of scrapes, never held accountable, born on third base and thinking he’d hit a triple. He was the American illusion of omnipotence incarnate.

Trump collapsed the distance between his personal will and American will, declaring as he accepted the Republican nomination in 2016 that “I alone can fix it.” Like America, Trump cannot fail; he can only be failed. Everything is always someone else’s fault. Handed the tools of the imperial presidency, he clearly regards America as identical with his person. He jettisons all pretense of constitutional order. He will know in his gut when wars are won, he’s said, and the only limits are his own sense of morality.

In the Persian Gulf, that illusion has come face-to-face with material reality. Trump’s hope of a rapid collapse of the Iranian regime was always fantastical. Geography is having its revenge: The oil and gas that power so much of the global economy pass through a narrow strait that Iran effectively controls. A ground invasion on its vast and forbidding terrain could far exceed the Vietnam quagmire. The Iranian regime, ruthless to its neighbors and its own people alike, appears unshaken by Israel and America’s relentless assaults. It seems dug in for a long war.

Yet Trump seems unable to conceive of a force immune to America’s omnipotent might. And he cannot imagine that a distant war could possibly harm America, blessed with bountiful land and natural resources, separated from the troubled world by two oceans. But soaring gas prices, rising interest rates and the prospect of a stock market collapse have put paid to any delusions of splendid isolation from the global economy. If this war grinds on, Americans will suffer greatly.

There has been plenty of suffering already: More than 58,000 names are etched onto the black granite of the Vietnam War memorial in Washington. As yet, there is no national memorial for the so-called forever wars, but over 7,000 Americans died serving in them. In those wars, there was at least a veneer of American idealism, as thin and self-deceiving as it may have been. Trump has dragged America into a war completely unmoored from any pretense to virtue. It is a naked exercise of power with no cloak of providence or moral superiority. In its brazenness, it is almost bracing.

Writing at the same time as Brogan, the theologian Reinhold Niebuhr published a short book called “The Irony of American History.” A favorite of Obama’s, it is a call to Christian humility in world affairs, addressed to Americans who misunderstand their virtue. “Man is an ironic creature because he forgets that he is not simply a creator but also a creature,” Niebuhr writes.

That line made me realize the folly of my own oscillation: Both views — Trump as aberration or Trump as history’s fulfillment — had America as the protagonist of its own story, with the world as a stage. I needed a wider frame, an honest engagement with history and a willingness to admit that America is, like any other nation, just one place in the world.

America does not know how to exist in a world it does not control. Since its inception, America has assured itself it was simply too big, too far away and too richly endowed to suffer any serious consequences for its actions. But there will be no escaping the cataclysm in Iran. In its wake, there is a chance to recognize our place in an interconnected world and see ourselves clearly. The way out of the cycle of failure and betrayal is to shed our illusions, once and for all.

Hanno altro per la testa


Ecco fatto, ho votato. Ma perché molti di noi quando votano hanno poi la sensazione, anche quando si tratta di referendum, di essere stati ingannati e di essere, in un modo o nell’altro, presi in giro?

Siamo diventati i loro burattini, i loro ostaggi. Ma di chi? Di quelle matrioske fesse che calpestano i nostri miseri voti referendari e stanno litigando sulle “primarie” mentre sta venendo giù tutto l’ordine mondiale a colpi di missili con noi appesi ad essi.

Con queste matrioske intercambiabili resteremo ostaggi del capitalismo che ha intascato l’intero pianeta, prigionieri di un sistema che ha attaccato i nostri cervelli indifesi, eroso il nostro linguaggio, impoverito le nostre menti, che gestisce le nostre vite algoritmicamente rendendole sempre più limitate, la fortuna di miliardari che ci sputano in faccia ...

Ma che c’entra con il voto? C’entra, date retta, c’entra. Abbiamo forse sentito qualche parola su queste questioni da parte di quelle matrioske fesse che calpestano i nostri miseri voti referendari? Non una parola sulla natura dei rapporti sociali in essere, tutto è congelato, figuriamoci sulla rottura tra le cose, le parole, le idee e i segni che le rappresentano. Niente di niente. Così intellettualmente poveri e superficiali, sempre attenti a non rischiare di riacquistare un minimo del profilo originario della sinistra. Hanno altro per la testa: fotterci un’altra volta.

sabato 28 marzo 2026

Il tutto e il nulla

 

È stato stimato che ci siano più stelle nell’universo di quanti siano i granelli di sabbia di tutte le spiagge del mondo. Il nostro Sole, una stella tra una moltitudine di stelle, ha la dimensione di un piccolo granello di questa sabbia. Di stelle ce ne sono ben oltre 200 miliardi solamente nella via Lattea, la nostra galassia (da 100.000 a 200.000 anni luce di diametro), la quale è solo una delle centinaia di miliardi di miliardi di galassie disseminate nell’universo, il quale ha una dimensione che supera la comprensione umana (la galassia più vicina, Andromeda, si trova a circa 2,5 milioni di anni luce di distanza; la più distante che abbiamo fotografato è la MoM-z14). Ciò che osserviamo oggi rappresenta solo una minuscola frazione di ciò che realmente esiste e altre sorprese ci aspettano (*).

Proviamo a inserire questi dati nel nostro contesto, quello di un pianetino ai margini della via Lattea (la Terra, nel braccio di Orione, dista 27.000 anni luce dal centro galattico) dove, grazie in primo luogo alle cinque basi azotate, vivono degli esseri dotati di coscienza di sé e di ciò che li circonda. Che cos’è la vita, che idea ci siamo fatti di noi stessi, del nostro mondo e di quello che vediamo alzando gli occhi al cielo? E ancora, come siamo arrivati a comprendere tutto ciò dal nostro insignificante punto di vista?

Ce lo racconta la scienza che si occupa di queste cose, dalla transizione della chimica prebiotica ai primi micro organismi, e arriva a predire una fine ineluttabile all’esistenza della Terra e della nostra stella di riferimento, e una fine sicura alla sua abitabilità (nessun sistema è stabile, in cielo e in terra), e quindi riconosce anche alla storia umana non solo un ramo ascendente, ma anche un ramo discendente. Ma questo è precisamente ciò che sappiamo oggi.

Per millenni, invece, ci siamo fatti un’idea di noi stessi e del mondo soprattutto fantastica, metafisica, che ha assunto un contenuto dogmatico, ossia religioso. Una “verità” che promana da determinati sistemi semiotici modellizzanti (vedi più avanti) e che sfrutta il sentimento di angoscia che promana dal bisogno dello spirito umano di dotarsi della speranza di poter sopravvivere in qualche modo alla propria morte.

Per questa strada gli uomini giunsero a farsi l’idea che i loro pensieri e le loro sensazioni non fossero un’attività del loro corpo ma di una speciale anima, che abita in questo corpo e lo abbandona dopo la morte. Se l’anima si separa dal corpo e continua a esistere, non vi è nessun motivo per attribuirle una nuova morte particolare. Ciò non rappresentò e non rappresenta, specie per alcune credenze religiose, semplicemente una speranza consolatoria, ma un destino contro il quale non ci si può opporre. Fatto questo che ha condotto alla noiosa finzione della immortalità personale, seppur nelle misteriose sembianze di un’anima destinata alla gioia o al castigo eterni.

Storicamente le religioni hanno rappresentato la natura e l’uomo in essa come la creazione di esseri più elevati. Nel successivo sviluppo di queste idee, ossia con le religioni monoteiste, si è arrivati ad un unico essere supremo ed esclusivo. Ancor oggi miliardi di persone s’inginocchiano e invocano nelle loro preghiere l’intervento di questa entità onnipotente.

Quando la società europea si svegliò dal lungo letargo del Medioevo cristiano, la questione del rapporto del pensiero coll’essere, dello spirito colla natura, venne a risolversi con la scienza e dunque con una concezione materialistica della realtà. Non è Dio che ha creato il mondo, ma il mondo esiste a prescindere dalle creazioni della nostra fantasia e dal riflesso fantastico del nostro proprio essere (**).

La questione, almeno sul piano scientifico, sembrava risolta definitivamente. Il sistema solare di Copernico fu per tre secoli un’ipotesi, su cui vi era da scommettere diecimila contro uno, ma pur sempre un’ipotesi. Da molto tempo a questa parte l’ipotesi copernicana ha stravinto la scommessa, ossia da quando Le Verrier, applicando la meccanica newtoniana, poteva prevedere l’esistenza e la posizione di un nuovo pianeta. Ed è sulla base di questa stessa tecnica di calcolo che noi oggi postuliamo la presenza di alcuni esopianeti pur senza vederli materialmente.

Sennonché le religioni svolgono, anche se in misura minore rispetto al passato, un’importante funzione ideologica, sono una componente non trascurabile dell’ideologia dominante. Dunque svolgono una funzione sociale irrinunciabile per il mantenimento di un sistema di potere in una società di classe. Ecco perché esse ricevono dai poteri costituiti tanto spazio e tanta considerazione (e tanto concreto “sostentamento”), spesso da leader politici che sono tutt’altro che credenti. Non dunque perché le religioni sono popolari, ma perché anche per mezzo di esse s’ingabbia il volgo in credenze fantastiche che ne limitano l’azione e alimentano l’accettazione rassegnata dello status quo, nel timore del peccato e nell’illusione di un premio finale (***).

Ciò che vale per la religione, vale anche per tutti gli altri aspetti del campo semiotico- ideologico. Lo sviluppo delle funzioni psichiche superiori (processi mnemonici, cognitivi e molto altro ancora) ci consente di regolare il nostro comportamento non solo sulla base del primo sistema di segnalazione (S-R), comune a tutti gli animali, ma anche in risposta a un sistema semiotico-ideologico molto complesso e storicamente determinato, ciò che consente di sottomettere e controllare il proprio come l’altrui comportamento (****).

La necessità di sopravvivere in un campo sociale determinato impone al neonato le prime regole di questa sopravvivenza, e queste regole si conficcano in lui e ne modellano la coscienza. Ogni sistema modellizzante rispecchia attivamente una realtà oggettiva ad esso esterna ed è di questa realtà segno ideologico. La lingua naturale costituisce il modello primario, sul quale, in ultima analisi, s’innestano tutti gli altri sistemi semiotici modellizzanti (diritto, letteratura, filosofia, morale, religione, arte, eccetera).

Le norme di comportamento quotidiano, come quello del linguaggio quotidiano, appaiono ai membri di una determinata cultura come “naturali”. In realtà, questi sistemi semiotici sono appresi (interiorizzati), ma il quando-come-dove ciò sia avvenuto sfugge ai loro portatori. Pertanto, quella che chiamiamo coscienza spontanea di ciascun individuo, nel processo della sua costruzione è interamente sottomessa all’influenza delle ideologie dominanti.

«Dato il controllo che la classe dominante esercita sul codice, sui canali di comunicazione e sulle modalità di decodificazione e interpretazione del messaggio, il soggetto parlante segue linguaggi prefabbricati, logotecniche; si trova nelle condizioni di essere parlato dalle sue stesse parole, di essere portavoce di una totalizzazione della realtà che egli non ha compiuto, di cui non comprende il fine e la funzione» (Augusto Ponzio, Produzione linguistica e ideologia sociale, De Donato, Bari, 1973, p. 197).

Programmare la coscienza è il lavoro fondamentale della formazione semiotico- ideologica borghese. Significa programmare la coscienza dell’uomo-merce, un uomo incarcerato tra le sbarre di segni ideologici: è un uomo che inizia ad essere programmato fin dal suo primo vagito. Facendosi riproduttore di merce, e cioè di sé stesso come merce, ogni individuo realizza inconsapevolmente un programma che in lui è stato introdotto. La sua normalità e così il dramma sociale dell’esecuzione automatica, inconscia, della programmazione fabbricata per lui da una società divisa in classi.

(*) Esistono tra le 80 e le oltre 100 galassie nane aggiuntive in orbita attorno alla nostra Via Lattea (vedi modello Lambda-CDM). Se sfuggono ai nostri telescopi, non è perché non esistono, ma piuttosto perché nel tempo sono diventate quasi invisibili. Nel corso di miliardi di anni, queste piccole galassie nane hanno ripetutamente attraversato l’alone gravitazionale della Via Lattea. Ad ogni passaggio, hanno perso parte della loro materia, strappata via dalle forze gravitazionali della nostra galassia. Poco a poco, il loro contenuto stellare è diminuito, così come il loro alone di materia oscura. Alcune sono state quasi completamente assorbite, mentre altre sopravvivono a malapena, ridotte a isole di stelle ai margini della nostra percezione.

Perché si fa buio di notte? Il cielo dovrebbe essere in fiamme grazie alla luce dell’enorme quantità di stelle presenti nell’universo, ma il nostro pianeta riceve solo la luce che avuto il tempo di raggiungerci. Un raggio di luce dall’altra parte dell’universo inizia un viaggio verso il nostro punto di osservazione, una distanza che però continua a diventare sempre più grande per via dell’espansione dell’universo e dunque quella luce non siamo in grado di percepirla con la nostra vista e gli strumenti di osservazione a disposizione. Possiamo solo vedere le stelle la cui luce ha avuto il tempo di raggiungerci nei 13,7 miliardi di anni dal Big Bang (circa 380.000 anni dopo il Big Bang, che rappresenta solo una piccola frazione dell’universo intero), ossia solo la luce delle stelle della regione conosciuta come universo osservabile (un raggio stimato di circa 46,5 miliardi di anni luce). E nell’universo osservabile non ci sono abbastanza stelle per illuminare il cielo notturno.

(**) La modernità borghese, con tutto ciò che consegue, ha messo in crisi le religioni tradizionali (molto meno l’Islam, che ideologicamente va a sostituire il nazionalismo, depotenziato dal lato politico dall’azione occidentale). Il cristianesimo, ad esempio, ha abbandonato i suoi eccessi formalisti e si è riempito sempre più di contenuto materialistico, senza peraltro risolvere la propria contraddizione interna, che trova il suo motivo nella forma in cui questa concezione religiosa si è presentata in un determinato momento storico e i modi in cui essa è costretta, tra molte contorsioni e convulsioni, a dover apparire per adattarsi al presente.

(***) La favola di Gesù: partorito da una vergine, poi compie prodigi quali ad esempio resuscitare i morti, e infine, dopo essere stato arrestato, torturato e suppliziato, resuscita a sua volta; dopo aver passeggiato tra noi ancora per qualche settimana come un fantasma, “ascende al cielo” in attesa di ritornare tra noi per decidere chi merita la salvezza eterna e chi invece l’imperituro castigo.

Delle tre credenze monoteiste questa è senz’altro la più stravagante. A confronto Cappuccetto Rosso e il lupo ha un contenuto più realistico, eppure alla favola di Gesù credono centinaia di milioni di credenti di ogni continente ancora nel nostro secolo. Si può spiegare con il ruolo centrale che ha l’educazione famigliare e scolastica anche in relazione alle credenze religiose. Cosa che i preti di ogni religione sanno bene. Ma c’è anche dell’altro ...

(****) Il cervello è un prodotto del lavoro, e per mezzo di tale attività si è evoluto sino alle funzioni psichiche più complesse e alla coscienza di sé. Bisogna distinguere tra il lunghissimo processo di ominazione biologica, pur mediata dal lavoro, e il successivo sviluppo umano per sola determinazione sociale. A ciò manca ancora un passo decisivo per passare dalla preistoria alla storia. Finora, lo stesso sviluppo della società umana è avvenuto nel corso dei millenni non secondo un piano cosciente, ma sotto la spinta della necessità e delle leggi dello sviluppo economico. Nella società borghese, il singolo capitalista si occupa solo del profitto immediato, non di ciò che in seguito accadrà alla merce o al compratore. Lo stesso per gli effetti sulla natura e sulla stessa natura umana. Per regolare l’attività umana del lavoro secondo un piano davvero cosciente, non basta la conoscenza, occorre innescare un processo di capovolgimento del modo di produzione e dell’ordine sociale.

venerdì 27 marzo 2026

Il momento storico

 

Mi pare non ci si voglia rendere conto della gravità della situazione. Non mi riferisco certo alle sgangherate bagatelle romane. Un po’ di più all’atlantismo “necessario” di Meloni, un pragmatismo facile che mostra il suo lato debole. Presto, molto presto, prenderemo atto delle reali conseguenze prodotte dalle guerre dell’imperialismo americano, di quello sionista e dallo sguaiato avventurismo di quello europeo. Prenderemo finalmente coscienza di che cosa significhi la guerra. Quella vera, non quella dibattuta nei social, in televisione e nella stampa.

Il prezzo del gas, già ora molto elevato, quanto meno raddoppierà. Quello del petrolio, al barile, potrebbe raggiungere i 150 dollari. Non per qualche mese, ma per anni! Prezzo e approvvigionamento ovviamente sono legati tra loro. Il rischio non è solo la stagflazione, già di per sé un incubo, ma quello di una vera e drammatica crisi industriale europea. Un terremoto economico, finanziario, politico e sociale che avrà ripercussioni non prevedibili.

Non basterà deporre corone di fiori in Algeria. Gente dell’ovest dovrà viaggiare verso est, inginocchiarsi sotto la scrivania di Putin e darsi daffare. La Germania lo sta già facendo verso la Cina (un rivale degli Usa alla pari), dove sta trasferendo massicciamente le sue produzioni. Ma non le basterà, così come non basteranno gli investimenti in armamenti (da cui la naturale inquietudine francese). La prossima estate, forse molto prima, si parlerà, soprattutto qui da noi, solo di come procurarsi un pieno di benzina o di gasolio.

Troppo pessimismo? Me lo auguro davvero. Restano i fatti: abbiamo perso di vista il cozzo delle forze reali, la pluralità degli interessi in campo, la guerra per l’energia, la contesa per lo spazio d’influenza (anche extraterrestre!), il controllo delle rotte, insomma lo squilibrio che ciò comporta, le tensioni immani che si accumulano.

P.S.: lo dico per qualche attardato pseudo leninista in sedicesimo: strategia e tattica non sono la stessa cosa, il momento storico è cambiato.

giovedì 26 marzo 2026

Le aspettative irrealistiche dell'Europa

 

Possiamo immaginare dei dirigenti o esponenti del partito democratico e dell’indefinito mondo del centro-sinistra in generale chini sul nuovo documento che riguarda la strategia di sicurezza nazionale americana (NNS), edizione novembre scorso? Oppure immaginare i ministri dell’attuale governo, segnatamente il sig. Tajani, e dirigenti o esponenti dei partiti del centro-destra, lambiccarsi sullo stesso documento? Al limite, Meloni ne avrà letto un sunto in un report preparatole dall’AISE, ma anche questo suo interesse appartiene al novero delle ipotesi più favorevoli. Per quanto riguarda poi i giornalisti grandi firme, quelli che ci parlano ogni giorno da giornali e dagli schermi televisivi dell’Ucraina, della Cina, della Russia, del Medioriente, meglio non immaginare nulla a tale riguardo, fatta qualche rarissima eccezione (frase che scrivo solo a scopo cautelativo).

Vengo al merito dopo tanta prolissità. Nel nuovo documento americano, la Russia è collocata nel “cesto” dell’Europa, al terzo posto tra le priorità regionali, dopo l’emisfero occidentale e l’Asia. Pertanto, l’ex impero sovietico non è più considerato una “minaccia esistenziale”, anzi sono criticati i “molti europei” che testardamente continuano a considerare tale la Russia. In dettaglio:

«Gli alleati europei godono di un significativo vantaggio in termini di potenza militare rispetto alla Russia, praticamente sotto ogni aspetto, fatta eccezione per le armi nucleari. A seguito della guerra russa in Ucraina, le relazioni tra l’Europa e la Russia sono ora profondamente deteriorate e molti europei considerano la Russia una minaccia esistenziale. La gestione delle relazioni tra l’Europa e la Russia richiederà un significativo impegno diplomatico da parte degli Stati Uniti, sia per ristabilire condizioni di stabilità strategica in tutta l’Eurasia, sia per mitigare il rischio di un conflitto tra la Russia e gli stati europei. È interesse fondamentale degli Stati Uniti negoziare una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina, al fine di stabilizzare le economie europee, prevenire un’escalation o un’espansione involontaria della guerra [...]».

Il rischio estensione del conflitto, è sottinteso, viene appunto dall’Europa occidentale che considera ancora Mosca, nonostante tutto, una minaccia esistenziale a causa della crisi ucraina e dopo che l’Europa occidentale e la Nato hanno abbaiato furiosamente per anni sull’uscio della stessa Russia.

Altro brano del documento interessantissimo è questo:

«La guerra in Ucraina ha avuto l’effetto perverso di aumentare la dipendenza esterna dell'Europa, e in particolare della Germania. Oggi, le aziende chimiche tedesche stanno costruendo in Cina alcuni dei più grandi impianti di lavorazione al mondo, utilizzando gas russo che non possono reperire in patria. L’amministrazione Trump si trova in contrasto con i funzionari europei che nutrono aspettative irrealistiche riguardo alla guerra, insediati in governi di minoranza instabili, molti dei quali calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere lopposizione. Una grande maggioranza europea desidera la pace, eppure questo desiderio non si traduce in politiche concrete, in larga misura a causa della sovversione dei processi democratici da parte di questi governi».

Posso comprendere che queste parole, espresse dell’amministrazione americana attuale, possano essere intese come quelle del bue che dà del cornuto all’asino, ma qui si tratta di riconoscere ciò che è di tutta evidenza, per chi non nasconde la testa sotto il cuscino, ossia che ormai sotto molti aspetti viviamo in un sistema totalitario.

Per non tirarla per le lunghe, poiché è noto che non pochi lettori contemporanei denotano una resistenza molto limitata alla lettura prolungata per più di qualche decina di secondi, appare evidente che le dispute interne all’Occidente, potrebbero concludersi con una completa sconfitta degli europei. Su tale considerazione lascio libertà di riflessione a quei lettori intelligenti, coraggiosi e tenaci che sono giunti fin qui.

L’Italia chi?

 

Donald Trump non conosce la geografia (così come molte altre cose) ed era chiaramente convinto che il regime iraniano fosse, in sostanza, solo una versione orientalizzata di quello di Nicolás Maduro. Se Trump non studia i dossier, però costringe noi a farlo.

Trump ha rivolto l’altro ieri all’Iran un’offerta, chiamiamola così, con la quale spera di costringere la Repubblica islamica al tavolo dei negoziati dopo 24 giorni di guerra. In realtà si tratta di un ultimatum, uno dei tanti che Trump lancia quotidianamente a chiunque. Ha concesso alla parte iraniana cinque giorni per accettare la sua lista di richieste, presumibilmente discussa e approvata integralmente in precedenza dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Il New York Post afferma di conoscere tutti i 15 punti dell’offerta di Trump: l’Iran dovrebbe chiudere i suoi impianti di arricchimento dell’uranio, ridurre il numero e la gittata dei suoi missili e abbandonare tutti i suoi alleati nella regione. La prospettiva che, in cambio le sanzioni vengano revocate, non vale nulla per Teheran. Del resto, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha messo in dubbio il contenuto del piano americano in 15 punti che sarebbe stato inviato a Teheran tramite il Pakistan. Trump però ha parlato di ”colloqui” in corso. Vai a sapere la verità (*).

Nel frattempo, le nuove direttive del Pentagono e il dispiegamento di ulteriori unità militari lasciano presagire una possibile offensiva di terra sul territorio iraniano (ipotizzo: tra sabato e domenica?), probabilmente limitata all’isola di Kharg. Ma c’è anche dell’altro oltre alla questione dello Stretto di Hormuz.

Ansar Almighty, meglio conosciuti internazionalmente come Houthi, sono un movimento politico e militare yemenita che fa parte della minoranza sciita zaydita, sostenuta dall’Iran. Ebbene, ha ripetutamente attaccato navi mercantili e petroliere. Il governo de facto del Paese mira principalmente a colpire Israele. L’Iran potrebbe aprire un nuovo fronte proprio nello Stretto di Bab al-Mandeb se Stati Uniti e Israele dovessero lanciare attacchi contro la terraferma iraniana o le sue isole al largo della costa.

Bab el-Mandeb è una piccola strozzatura geografica nel Mar Rosso che ha un’influenza enorme sull’economia mondiale: è un punto chiave per il controllo di quasi tutte le spedizioni tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Si tratta di uno stretto largo meno di 40 km e lungo circa 130 che separa il Corno d’Africa dalla punta meridionale della Penisola arabica che costituisce in pratica l’ingresso meridionale del Mar Rosso dal Golfo di Aden e dall’Oceano Indiano. Sul lato ovest dello stretto si affacciano Eritrea e Gibuti, mentre lungo il suo lato orientale si trova lo Yemen.

Nello Yemen si sta combattendo un conflitto che vede contrapposte Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che in precedenza erano state alleate nel conflitto, ma ora sono in profondo disaccordo sull’ordine auspicato nella regione. Quella dello Yemen è una guerra civile che ha frammentato politicamente il Paese e fatto precipitare la sua popolazione in una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Oltre due terzi dei circa 32 milioni di abitanti dipendono dagli aiuti umanitari e circa 4,5 milioni sono sfollati interni.

L’obiettivo primario di Riyadh è quello di stabilire una situazione ragionevolmente stabile lungo il confine e di contenere il più possibile l’influenza iraniana. Al contrario, Abu Dhabi persegue una strategia ben più aggressiva, volta a controllare i porti marittimi e le rotte costiere chiave nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso, mirando ad affermarsi come potenza commerciale e militare marittima.

Per quanto riguarda il Libano, Emmanuel Macron ha elogiato le “misure forti e coraggiose” adottate dal Libano dall’inizio della guerra e ha assicurato dalla Francia il “pieno sostegno”, annunciando la prosecuzione degli aiuti umanitari alle popolazioni sfollate, nonché un maggiore supporto alle forze armate e di sicurezza.

Il Medio Oriente (inteso come concetto esteso) è diventato come non mai una polveriera. A quasi un mese dall’inizio di questa guerra deliberata, la dinamica prevalente rimane quella di un’escalation, di una guerra fuori controllo. Ciò che prevale è una logica circolare e questo fatto potrebbe essere il preludio di qualcosa di più tragico (ma lo dico sottovoce e incrociando i diti).

E l’Italia? L’Italia chi? Da noi c’è la ferita purulenta che porta il nome di un sottosegretario dimissionato e di una ministra dimissionaria. E poi un dilemma: lì davanti ci mettiamo Pio Esposito? Quindi l’illusione della frastagliata compagine di centro-sinistra di vincere le prossime elezioni politiche. Un caso di mitopoiesi psichiatrica, in cui ognuno degli interessati punta in realtà a conservare almeno un posto in parlamento e nei talk show. Più benefit carburante.

(*) In esclusiva alcuni punti del Piano: 1. L’Iran riconosce che Donald Trump è il miglior presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto; 2. Lo Stretto di Hormuz d’ora in poi si chiamerà Stretto d’America; 3. L’Iran accetta di condividere con gli agenti dell’ICE il know- how delle Guardie Rivoluzionarie in materia di sparatorie contro i civili. 4. L’Iran riconosce Donald Trump come suo leader religioso e politico. 5. L’Iran realizzerà almeno dodici resort di golf internazionali Trump e quattro hotel Trump; 6. L’Iran aderisce al consiglio di pace di Donald Trump. 7. Tutti gli iraniani devono guardare il film “Melania”; 8. L’Iran acquisisce tutte le scorte rimanenti di scarpe da ginnastica Trump, Bibbie Trump, figurine Trump e preservativi SuperTrump. Eccetera.

mercoledì 25 marzo 2026

L'aveva capito Bossi e non la sinistra

 

L’analisi dei flussi

In Francia, dopo le elezioni legislative del 2024, la sinistra presentò ai francesi una narrazione che rivendicava la vittoria, sostenendo che, con il 30,9% dei voti, aveva prevalso sui partiti di destra e che pertanto avrebbe dovuto esprimere il primo ministro. Nella realtà, ottenere il 30,9% dei voti, dopo aver beneficiato della formidabile influenza del Nuovo Fronte Popolare, creato a questo scopo per bloccare l’estrema destra, non fu affatto un successo, bensì un deplorevole fallimento. Questo risultato fu il terzo peggiore ottenuto in Francia dalla sinistra unita alle elezioni legislative dal 1958, del 2017 e il 30,1% del 2022. Persino nel 1993 la sinistra aveva ottenuto un risultato migliore con il 37,23% dei voti, eppure subì una sconfitta schiacciante.

In Italia, pensare che quel 53,7% dei voti espressi a favore del No al referendum siano appannaggio della sinistra, o centro-sinistra che dir si voglia, è una propaganda più simile alla realtà alternativa di un Donald Trump che a una qualsiasi verità razionale. Innanzitutto perché anche chi vota a destra, in una certa percentuale ha votato per il No. Persone perbene e che non si fanno infinocchiare ci sono anche da quella parte politica (del resto, nel centro- sinistra non vi sono solo persone perbene, tutt’altro). Altra questione riguarda il fatto che non tutte le persone che sono andate a votare questa volta andranno a votare anche alle elezioni politiche, ciò vale soprattutto per quelle che potenzialmente voterebbero a sinistra.

Ancora: nelle tre regioni del Nord, tra le più prospere economicamente, dove ha vinto il Sì, gli elettori di destra che hanno votato al referendum andranno sicuramente a votare alle prossime elezioni politiche. Specie, e non solo per quanto riguarda il Veneto, se vi sarà uno Zaia candidato sia alle elezioni e sia a in un ruolo apicale nella Lega. Discorso un po’ diverso ma sostanzialmente analogo nei risultati per quanto riguarda la Sicilia e le altre regioni meridionali.

Se la sinistra conta nella debolezza dell’avversario, commette un errore strategico che le costerà le elezioni politiche anche la prossima volta. L’unica cosa su cui potrebbe veramente contare è l’eventuale forte peggioramento della situazione economica. Ma è ovvio che non si può puntare semplicemente su questa eventualità, dunque sull’inadeguatezza del governo attuale (il centro-sinistra ha invece un programma condiviso, chiaro e adeguato ai problemi?), che oltretutto dopo questa batosta sta già studiando i rimedi e la rivincita.

La piccola borghesia è tradizionalmente incline a idee conservatrici. Questa classe sociale, composta da piccoli imprenditori, commercianti, professionisti e quadri intermedi, ma anche da semplici pensionati e da una certa “aristocrazia operaia”, si distingue per l’importanza attribuita alla proprietà e alla stabilità sociale, perciò guarda con preoccupazione ai fenomeni di criminalità da parte di soggetti alieni. Sul fatto che la maggior parte delle persone extracomunitarie sia dedita a dei lavori onesti e spesso tra i più gravosi, non ci piove. Tuttavia, la percezione comune è che la sinistra non faccia distinzioni tra queste persone oneste e una frazione non trascurabile di questa stessa popolazione che sopravvive di espedienti e spesso si rende protagonista di atti criminali che suscitano grande allarme sociale.

Ci sarebbe al riguardo anche dell’altro da sottolineare, ma per concludere velocemente: la sinistra si presenta troppo borghesemente “europea” e romanocentrica; per contro è poco attenta ai problemi e alle esigenze della piccola borghesia. Cosa questa, che un Umberto Bossi aveva capito molto bene.

martedì 24 marzo 2026

Progetti a lungo coltivati

 

Il fiume Litani è il “confine naturale” di Israele, ha dichiarato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, dando il via alle ostilità. Ora, anche il ministro della Difesa Israel Katz si unisce alla mischia, annunciando senza vergogna la prossima violazione del diritto internazionale, nel bel mezzo di massicci attacchi contro infrastrutture e civili libanesi: l’occupazione di una cosiddetta zona di sicurezza che si estende fino al Litani. Oltre un milione di libanesi che vivono a sud del fiume, costretti da Israele a fuggire due settimane fa, non potranno, ha affermato Katz senza mezzi termini, tornare alle proprie case.

Forse alcuni dei miei venticinque lettori ricorderanno che molto tempo addietro scrissi, in verità molto facilmente, che lo Stato sionista israeliano non si sarebbe fermato all’occupazione di tutta la Palestina, ma che sarebbe andato ben oltre. Ora tocca il Libano, dapprima quello meridionale e poi vedrete che faranno anche per il resto. Il territorio della Siria e in parte già occupato da decenni e anche lì ci si spingerà oltre. Tempo al tempo. Non è la realizzazione di quella patacca dei cosiddetti protocolli dei Savi di Sion, si tratta semplicemente della realizzazione della grande Israele così come prevista dal sionismo.

Infatti ciò che avviene (e ciò che avverrà), s’inserisce in tale progetto: più di un secolo fa, ancor prima della fondazione dello Stato di Israele, il fondatore dello Stato, David Ben- Gurion, descrisse in un saggio i confini del suo immaginato Stato ebraico, che si estendevano ben oltre l’attuale Palestina. Egli vedeva il fiume Litani come l’unico confine settentrionale difendibile. E, naturalmente, la risorsa idrica è sempre stata un fattore chiave: per decenni sono esistiti piani concreti per deviare il Litani in territorio israeliano. Tel Aviv ha a lungo tentato di raggiungere i suoi obiettivi di annessione in Libano attraverso invasioni. Ci riuscirà. Anche di questo ho scritto fin dal 2010 (qui e qui).

La macchia verde

 

È bastato l’obbligo di essere decenti. E però quella macchia verde, il lombardoveneto, la conosco bene. Parlo soprattutto del mio Veneto, della sua provincia profonda. Di gente soddisfatta, che guarda (non tutti, sia chiaro) solo al proprio particolare in un mondo eccessivamente amaro. Una visione del mondo a sé stante, paleolitica. Il loro è un linguaggio la cui grammatica non sarà mai completamente decifrata. Una forma di comunicazione unica, in cui ciò che di solito conta per gli altri, per loro non ha importanza. Gente che ragiona per tutta la vita come se fosse ancora in seconda media. Capace di tutta la bontà e di tutta la cattiveria con la stessa faccia. Tutta la cattiveria della bontà.

lunedì 23 marzo 2026

Tristezze referendarie

 

Inerpicarsi sull’esito del referendum non solo è un azzardo, ma un suicidio. Ad ogni modo, considerata la fluenza ai seggi, penso che la provincia abbia votato prevalentemente in un modo, mentre le città abbiano votato in maggioranza nel modo opposto. Dunque potrebbe esserci una sorpresa. Tra poche ore i dati mi smentiranno? E chi se ne importa. L’unica cosa che mi rattristerebbe in caso di vittoria del No, sarebbe veder cantar vittoria la peggior sinistra degli ultimi centocinquant’anni. Se invece vince il Sì, canterebbero vittoria, con la solita iattanza, i clerico-fascisti e altri muridi. Ciò non mi renderebbe solo triste.


sabato 21 marzo 2026

Sarà Teheran a decidere


Le guerre di logoramento del passato, seguivano questa logica: uomini e materiali venivano consumati per anni nella speranza di indebolire in qualche modo il nemico. La differenza, oggi, sta nella velocità del feedback: sensori, satelliti e droni forniscono dati sugli effetti di ogni attacco quasi in tempo reale. La guerra diventa quindi un processo di controllo cibernetico in cui l’efficienza nell’impiego delle risorse diventa più cruciale del semplice numero di effettivi.

La guerra dell’Iran segue questo schema. Il valore dei contrattacchi iraniani non si misura con la distruzione di tutti gli obiettivi presi di mira, bensì con la pressione costante e sistematica che esercita.

Dall’inizio della guerra, Teheran ha utilizzato questa strategia per colpire simultaneamente alcuni punti di pressione, il cui effetto combinato pone un problema strategico che per gli Usa e i suoi alleati rimane irrisolto.

L’Iran non dirige i suoi attacchi principalmente contro gli aggressori stessi, ma contro i loro alleati regionali. Gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane vengono contrastati con attacchi contro le infrastrutture energetiche degli stati del Golfo: una risposta simmetrica a una scelta asimmetrica di obiettivi. Questo mina il modello economico della regione: la stabilità come fondamento dei centri finanziari, del turismo e del mercato immobiliare. Le immagini di grattacieli in fiamme e aeroporti attaccati minano proprio questa promessa. Allo stesso tempo, l’Iran può mantenere questo stato di cose a lungo termine con attacchi isolati e relativamente economici.

In secondo luogo, le installazioni militari statunitensi in Bahrein, Kuwait, Qatar, Giordania e Arabia Saudita sono state costantemente oggetto del fuoco iraniano. Numerose basi sono state colpite nelle primissime ore del conflitto. I danni alle infrastrutture, alle comunicazioni satellitari e ai sistemi radar sono particolarmente ingenti. Le conseguenze operative si fanno già sentire: aerei cisterna e da ricognizione vengono riposizionati e le basi europee si stanno affermando come alternative, mentre le capacità regionali vengono ridotte.

Le basi statunitensi nella regione del Golfo hanno in gran parte cessato di funzionare come piattaforme operative affidabili, con notevoli conseguenze logistiche per le forze armate statunitensi. E ora, l’Iran ci prova anche con Diego Garcia, la grande base aereo-navale statunitense nell’Oceano Indiano.

Un’altra leva strategica trasforma il conflitto regionale in una ricaduta economica globale: circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto transita attraverso lo Stretto di Hormuz. La sola minaccia di attaccare le navi o di minare il canale è sufficiente a bloccare di fatto lo stretto, con conseguenze per l’economia globale ancora impossibili da prevedere. L’Iran controlla di fatto lo Stretto di Hormuz e la Marina statunitense non sarà in grado di garantire il passaggio sicuro.

Inoltre, Israele, in quanto belligerante, viene attaccato quotidianamente con droni e missili. Il Paese è una zona di guerra, ma non la priorità delle forze armate iraniane. La distribuzione degli attacchi mostra che gli Emirati Arabi Uniti subiscono il peso maggiore con la metà degli attacchi, seguiti da Kuwait con quasi un quinto, a seguire l’Arabia Saudita, il Bahrein e Qatar. Israele, con circa 830 attacchi, è stato colpito con una frequenza significativamente inferiore rispetto ai soli Emirati Arabi Uniti. La logica è la seguente: Israele è, per il momento, un obiettivo secondario; l’Iran prende di mira il sistema che supporta il nemico, non il nemico stesso.

L’Iran è ovviamente zona di guerra. Tuttavia, sebbene le dichiarazioni ufficiali degli Stati Uniti parlino di una distruzione diffusa delle sue capacità militari, i dati disponibili tracciano un quadro diverso: finora, è stato confermato visivamente solo un numero relativamente esiguo di lanciarazzi, sistemi di difesa aerea e installazioni radar distrutti.

Le scorte di missili e le attrezzature militari iraniane sono stoccate in silos sotterranei UHPC, che è l’acronimo di “calcestruzzo ad altissime prestazioni”, con valori di resistenza alla compressione superiori a 40.000 PSI (libbre per pollice quadrato, ovvero circa 2.800 kgf/cm2), circa otto volte superiori a quelli del calcestruzzo convenzionale. Le ben note bombe statunitensi sono in gran parte inefficaci contro questo materiale.

Gli attacchi aerei prendono di mira principalmente punti di accesso, strade ed edifici di supporto in superficie. Non solo le installazioni militari e le tanto discusse città missilistiche sono state spostate sottoterra, ma anche interi complessi di produzione di droni e missili sono stati strategicamente fortificati nel corso degli anni.

Un tunnel profondo costa solo una frazione di una batteria di missili Patriot, ma dura per decenni. Lo stesso vale per la produzione di armi: la fabbricazione di razzi a propellente solido iraniani, ad esempio, avviene in pozzi sotterranei di cemento dove la miscela di propellente viene versata e lasciata indurire per diversi giorni. Le analisi delle immagini satellitari suggeriscono un totale di circa 44-56 di questi pozzi. Poiché il prodotto richiede dai sei ai dieci giorni per indurirsi, ciò si traduce in una capacità produttiva teorica di circa 200 razzi a propellente solido al mese.

Le reali dimensioni dell’arsenale missilistico iraniano rimangono una delle questioni più controverse di questa guerra. Le stime variano da 2.500 a 6.000 missili. Tuttavia, se si considera la capacità produttiva documentata e si calcola in modo prudente una produzione di 50 missili al mese per oltre 20 anni, l’arsenale risultante ammonterebbe già a una cifra a cinque zeri. La situazione, con una stima più realistica di 100 missili al mese, è di per sé eloquente. Oltre al programma missilistico, l’Iran ha una capacità produttiva stimata di circa 10.000 droni al mese.

Ogni abbattimento di un drone o di un missile a basso costo con i ben più costosi intercettori occidentali rappresenta già un vantaggio strategico per l’Iran: qualsiasi impatto successivo è un bonus. Ciò si traduce in una contraddizione fondamentale, si potrebbe persino parlare di una “sproporzione tra piattaforme”: sebbene gli Stati Uniti siano tecnologicamente superiori, potrebbero possedere gli strumenti sbagliati in questo conflitto.

L’Iran ha studiato meticolosamente il suo avversario per decenni e si è preparato sistematicamente a un simile conflitto. Traendo insegnamenti fondamentali dalle guerre guidate dagli Stati Uniti nel Golfo, Teheran ha sviluppato una strategia basata sull’adattamento, il decentramento e la guerra asimmetrica, in grado di esaurire le riserve di difesa aerea statunitensi. La nuova dottrina di difesa aerea iraniana si può tradurre con “spara e scappa”: lanciatori missilistici autonomi, navigazione tramite dati satellitari cinesi e utilizzo di droni come radar volanti.

Le guerre asimmetriche non si decidono principalmente in base alla capacità di infliggere una sconfitta all’avversario, ma in base alla capacità di resistervi (a Kiev e a Mosca lo sanno). L’Iran non dove distruggere una singola base statunitense, abbattere un singolo drone o trasformare un singolo Stato del Golfo in una zona di guerra. Gli basta dimostrare un’elevata capacità di assorbimento. Dopo la fallimentare campagna aerea, Stati Uniti e Israele hanno ora poche opzioni. Una di queste sarebbe l’impiego di truppe di terra.

La domanda è: qual era esattamente il piano di Israele e degli Stati Uniti quando hanno lanciato la guerra contro l’Iran? Perché non si può vincere. Non con i missili da crociera e certamente non con le truppe di terra (sarebbe un bagno di sangue). Fare previsioni è sempre difficile (c’è chi le fa post factum), ma temo che sarà Teheran e non il pagliaccio di Washington a decidere se e quando fermare la guerra.