martedì 10 marzo 2026

L’Occidente sta già correndo in riserva

 

Dovrebbe stupire l’assoluta impreparazione dell’Europa a riguardo del prezzo del petrolio e del gas. C’erano state le minacce esplicite, le flotte posizionate e altri preparativi bellici statunitensi, per certi versi piuttosto dilettanteschi. Quindi Trump e Netanyahu a mani libere. Non ci voleva Nostradamus per immaginare che un attacco all’Iran avrebbe provocato innanzitutto una crisi negli approvvigionamenti di idrocarburi.

È chiaro che, anche nell’eventualità di una rapida riapertura dello Stretto di Hormuz, le forniture non torneranno immediatamente ai livelli prebellici: ci vorranno settimane, se non mesi, per riavviare e rimettere in funzione gli impianti di produzione di GNL e petrolio.

I 32 paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, tutti occidentali o filo- occidentali, hanno immagazzinato riserve di emergenza pari a circa 1,2 miliardi di barili (circa 190 miliardi di litri) di petrolio. Secondo il Financial Times, esperti statunitensi hanno raccomandato di rilasciare 400 milioni di barili, una cifra considerevole corrispondente al 30% delle riserve totali.

“Stiamo anche rinunciando ad alcune sanzioni legate al petrolio per ridurre i prezzi”, ha detto Trump in conferenza stampa, dopo i colloqui avuti con il presidente russo Vladimir Putin. Citando il presidente cinese Xi Jinping, il tycoon ha aggiunto che “rimuoveremo le sanzioni finché la situazione non si risolverà”.

Chiaro che ha pestato il merdone e ora Trump vuole pulirsi le scarpe da qualche parte. Ma nessuno potrà togliergli la puzza di merda che ha addosso. Non ha voluto riconoscere la responsabilità americana nella strage alla scuola elementare iraniana in cui sono morte più di centosessanta bambine tra i 7 e i 12 anni. Quando gli hanno fatto notare che nelle immagini si vede un missile a lungo raggio Tomahawk, di quelli in dotazione agli Stati Uniti, Trump ha risposto: “I Tomahawk sono usati anche da altri, numerose altre nazioni le hanno e le hanno comprate da noi”.

Questo è quanto riporta il quotidiano sionista Repubblica. Il New York Times, scrive: «L’esercito statunitense è l’unica forza coinvolta nel conflitto che utilizza missili Tomahawk». Poi: «Sabato, alla domanda di un giornalista del Times se gli Stati Uniti avessero bombardato la scuola, il presidente Trump ha risposto: “No. A mio parere, e in base a quanto ho visto, è stato l’Iran”. Ha poi aggiunto: “Come sapete, sono molto imprecisi con le loro munizioni”».

Il quotidiano americano filoebraico (*), è intervenuto sulla vicenda del video pubblicato da Bellingcat, sostenendo che il missile sarebbe caduto sulla scuola elementare di Shajarah Tayyebeh durante «un attacco di precisione avvenuto contemporaneamente agli attacchi alla base navale gestita dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica». Così prosegue l’articolo: «Il Times ha identificato l’arma vista nel nuovo video come un missile da crociera Tomahawk, un’arma che né l’esercito israeliano né quello iraniano possiedono».

Riporto quanto precede per offrire un’idea di quale cloaca sia sempre stata l’informazione che si ammanta di essere “libera e indipendente”.

(*) Sebbene il Times sia una società pubblica dal 1969, è ancora controllato da una famiglia le cui esperienze come ebrei continuano a plasmare il giornale che leggiamo oggi. Ari Goldman, ex giornalista religioso del giornale, potrebbe affermare, come ha fatto in un articolo sulla Jewish Week, che “leggere il Times è diventato parte dell’essere ebrei in America”.

[...] Nei sette anni in cui abbiamo dedicato la ricerca a una biografia degli Ochs e dei Sulzberger, è diventato sempre più evidente che l’immagine di sé della famiglia come ebrei ha profondamente plasmato il giornale. [...] abbiamo scoperto che le qualità che hanno permesso a tanti ebrei tedeschi di raggiungere posizioni di rispettabilità e rilievo – orgoglio, cautela, ambizione e patriottismo energico – furono, in gran parte, responsabili di aver reso il Times il forum unico dell’establishment che è oggi. [...] Ancora oggi, il dibattito se il Times sia “troppo ebreo” o “non abbastanza ebreo” continua, e gran parte delle discussioni sono stimolate da domande sulla “giudaicità” dei proprietari del giornale, che sul punto sono estremamente cauti.

(Tratto da: “La famiglia. Come l’essere ebreo ha plasmato la dinastia che dirige il Times”, di Susan E. Tifft, pubblicato sul The New Yorker il 12 aprle 1999). 

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