martedì 31 marzo 2026

Armi e logica economica nella guerra attuale

 

Droni iraniani in tunnel

Le famose V1 tedesche, che andavano a colpire l’Inghilterra negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, furono i primi missili da crociera della storia. Essi costituivano una potenziale novità strategica, che però non ebbe il tempo e il modo di svilupparsi adeguatamente.

La guerra che ha caratterizzato il XX secolo è quella segnata dall’aereo che trasporta la bomba, la nave da guerra che trasporta il missile, il carro armato il cannone. È la logica della guerra basata su piattaforme. Che appare economicamente valida poiché la piattaforma è riutilizzabile: un caccia può svolgere molte missioni, ingaggiare più bersagli e trasportare molte armi. Ma questo calcolo è fuorviante, poiché considera solo una parte dei costi. Il vero costo di un’ora di volo diventa chiaro solo se si considerano la manutenzione, le infrastrutture, l’addestramento dei piloti, la sicurezza della base, il dispiegamento stesso e il rischio di una perdita.

Un singolo caccia, nell’arco dell’intero ciclo di vita, costa centinaia di milioni di dollari, il che significa che con il prezzo di un singolo caccia si potrebbero acquistare più di 500 missili da crociera. Questa è la realtà economica della guerra attuale.

La guerra di piattaforma funziona ancora, ma solo se entrambe le parti seguono la stessa logica. Meno di un anno fa, più di cento aerei da combattimento decollarono sul subcontinente indiano, tra cui i Rafale indiani e i J-10 pakistani. Lo scontro avvenne interamente al di fuori della linea di vista, con l’utilizzo di sensori, software e missili a distanze fino a 160 chilometri. Almeno un aereo Rafale fu abbattuto – la prima perdita in combattimento di questo tipo di aereo – da un J-10 armato con un missile cinese PL-15.

I missili da crociera e i droni attuali, invece, possono essere guidati fino al bersaglio da remoto e rendono la separazione dal sistema di lancio il fulcro dell’intera architettura dei loro armamenti. I droni o i razzi diventano essi stessi agenti d’azione, senza la necessità di una piattaforma grande, costosa e con equipaggio per lanciarli e trasportarli sul bersaglio. A prima vista potrebbe sembrare un cambiamento puramente tecnico, ma in realtà è strategico.

Pertanto la differenza cruciale non risiede nella tecnologia, ma nell’economia dell’architettura offensiva. La guerra basata su piattaforme e quella basata su queste nuove armi seguono logiche di costo fondamentalmente diverse. Che si tratti dello Yemen, dell’Ucraina o dell’Iran, il drone (UAV - Unmanned Aerial Vehicle) può essere definito l’arma del momento. La novità risiede nella coerenza con cui prima l’Iran, e poi anche la Russia e l’Ucraina, procedono nella produzione e nell’utilizzo di quest’arma.

Una fregata statunitense lancia un missile intercettore SM-3. L’intercettore costa 15 milioni di dollari, accelera fino a sei volte la velocità del suono e colpisce il bersaglio, ossia un drone di fabbricazione iraniana in dotazione al gruppo yemenita Ansarollah, il cui prezzo unitario varia tra i 2.000 e i 20.000 dollari. Il rapporto tra colpi andati a segno e abbattuti è, nella migliore delle ipotesi, di uno a 750.

Dal 28 febbraio, inizio della guerra contro l’Iran, gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, secondo l’International Institute for Strategic Studies, hanno già utilizzato tra 1.900 e 3.000 missili intercettori per intercettare droni iraniani, mettendo a dura prova le loro scorte. Questi sistemi si collocano nella fascia di costo più elevata (milioni di dollari per missile Patriot PAC-3) rispetto al basso costo dei droni iraniani (migliaia di dollari). Ciò ha evidenziato un problema di sostenibilità e di “stress strategico”.

Esempio: si stima che un missile iraniano a corto raggio come il Fateh-110 costi circa 110.000 dollari, mentre uno Zolfaghar ne costa circa 150.000. Lo stesso ragionamento si applica alla fascia alta dello spettro missilistico. Si stima che i missili iraniani a medio raggio come il Sejjil-2 costino tra i cinque e gli otto milioni di dollari ciascuno. Questo li colloca ben al di sopra del costo dei semplici droni, ma comunque di ordini di grandezza inferiori a quello dei sistemi missilistici occidentali.

Ancora: il drone è controllato tramite un monitor ed è in grado di disabilitare un carro armato. Costa meno del 15% di un missile anticarro di alta qualità, offrendo al contempo una gittata quattro volte superiore. Con il prezzo di un singolo missile Javelin FGM-148 completo (lo Stugna-P ucraino è più economico), si possono costruire tra i 10 e fino a 100 di questi droni. Finché entrambe le parti operano secondo la stessa logica, questo squilibrio rimane limitato. Tuttavia, diventa strategicamente cruciale non appena una delle due parti si discosta da tale logica.

Teheran ha sistematicamente costruito un arsenale che rifiuta deliberatamente la logica della guerra di piattaforma: droni Shahed-136 (economico) o il Shahed-129, il 171 Simorgh, il Mohajer-10 (versione MALE-RPAS, tutti più costosi), missili balistici, missili da crociera e droni navali, prodotti in massa, progettati per tollerare perdite e destinati a sfiancare il nemico. Anche in Ucraina, i droni sono ora responsabili fino al 75% delle perdite in combattimento da entrambe le parti.

Per contro, il Pentagono spende meno dello 0,05% del suo budget per i droni, mentre miliardi vengono investiti in piattaforme sempre più vulnerabili nei conflitti moderni. L’industria bellica statunitense produce attualmente un massimo di 13 caccia F-35 al mese, una logica produttiva strutturalmente inadeguata agli scenari di sconfitta dei conflitti moderni.

La diminuzione dei costi è una buona causa anche in guerra: ciò che valeva per il carbone come sostituito dalla nafta nelle corazzate del primo Novecento, vale ora per i sensori, la potenza di calcolo e i chip GPS. Un ricevitore GPS oggi costa solo lo 0,13% di quanto costava nel 1980 e pesa una frazione di quanto pesava allora. Lo stesso vale per fotocamere, batterie e processori. Tutti questi componenti si trovano ormai in ogni smartphone e in ogni drone d’attacco.

Il risultato è un’asimmetria di costi che mina la logica tradizionale della guerra. Le piattaforme non scompariranno. Contro certi avversari, possono rivelarsi economicamente vantaggiose. Tuttavia, chi continua a investire principalmente nelle piattaforme sta investendo in una guerra del XX secolo. Ma qui entrano in gioco altre questioni che riguardano la conversione dell’apparato industriale civile in quello militare, i profitti dell’apparato militare-industriale stesso e anche le “intermediazioni” attese dalle grandi commesse.

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