venerdì 3 gennaio 2020

Un film visto un secolo fa


La più grave sconfitta patita dagli Usa nel dopoguerra sul piano geo-strategico, ancor più di quella patita nel sud-est asiatico negli anni Settanta, è stata la perdita del controllo sull’Iran. Oggi la più grave sciagura che possa capitare agli Usa e ai suoi alleati sarebbe un conflitto armato con l’Iran. Al Pentagono conoscono la geografia politica e anche quella fisica, perciò non ignorano che l’Iran rappresenta uno dei più essenziali cardini strategici dell’equilibrio mondiale.

È sufficiente un’occhiata a una carta geografica per rendersi conto che le più grandi riserve petrolifere mondiali sono localizzate tutt’intorno all’Iran, un paese che ha migliaia di chilometri di coste sul Golfo Persico e su quello di Oman, divisi dallo Stretto di Hormuz. Confina con la Turchia, l’Iraq, l’Azerbaijan, l’Armenia, il Turkmenistan, l’Afghanistan, e a sud-est con il Pakistan, è a contatto diretto con il Mar Caspio e non dista molto dal Mar Nero.

L’Iran ha una superficie pari a Regno Unito, Francia, Spagna e Germania messi assieme, con quasi 80 milioni di abitanti. Un paese che dal punto di vista orografico è tutt’altro che una landa semi-desertica, ma uno dei più montuosi del mondo, con vette che sfiorano i seimila metri, tanto che a un’ora d’auto da Teheran la borghesia persiana va a sciare. Il nord del paese è ricoperto da foreste con un clima molto piovoso, un territorio ideale per la difesa da attacchi esterni e per praticarci la guerriglia.

Come se non bastasse c’è l’incarognirsi della questione libica.


Il parlamento turco ha votato ieri per autorizzare un intervento militare a sostegno del governo di accordo nazionale (GNA) di Fayez el-Sarraj a Tripoli, conferendo al presidente Recep Tayyip Erdogan il pieno potere di decidere sulla portata dell’intervento. La risoluzione sostiene anche l’accordo di Erdogan con il GNA sulla divisione delle risorse energetiche del Mediterraneo orientale. I principali sostenitori dell'esercito nazionale libico rivale, quello di Khalifa Haftar (LNA), hanno denunciato il voto come illegale e minacciando di intervenire.

Dopo una telefonata con il presidente francese Emmanuel Macron il 30 dicembre, il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi ha emesso un comunicato in cui denunciava gli accordi Turchia-GNA come “intervento straniero illegale” in Libia. Sisi ha detto che la Libia, il cui confine con l’Egitto è lungo 1.115 chilometri, è una “questione di sicurezza nazionale” per l’Egitto. Ieri il ministero degli Esteri egiziano ha pubblicato una dichiarazione che condanna il voto turco “nei termini più forti”.

Riferendosi alla chiamata di Macron-Sisi, le autorità francesi hanno avvertito del “pericolo di escalation militare” e hanno chiamato “tutti gli attori internazionali e libici ... a esercitare la massima cautela”. Sia Parigi che il Cairo hanno espresso la speranza che una conferenza sulla Libia a Berlino porti a una soluzione pacifica e negoziata della guerra libica. Ma questa è solo ipocrisia, poiché sul terreno il GNA e l’LNA, e la vasta schiera di sostenitori internazionali dietro ogni fazione, stanno tutti armando per la guerra. È in gioco non solo il dominio sulla Libia ricca di petrolio, ma anche le risorse di petrolio e gas sottomarini nel Mediterraneo orientale che potrebbero fornire il 10 per cento o più dell’approvvigionamento energetico dell’Europa.

C’è inoltre il conflitto Usa-Russia sul gas all’Europa, e da non escludersi la prospettiva di un conflitto russo-turco sulla Libia e sulla Siria, salvo accordi sottobanco. Anche se non si conoscano dettagli importanti del grande gioco, è evidente che il mondo si trova improvvisamente di fronte a pericoli molto reali e potenzialmente letali, ma a ben vedere questo già si sapeva. Tutto somiglia a un film già visto un secolo fa, solo che ora è a colori e in uno scenario ancora più grande.

12 commenti:

  1. solo che ora è a colori e in uno scenario ancora più grande.

    vette poetiche!

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    1. l'achmatova della pedemontana

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    2. :-)

      nella partita c'è da mettere anche il nuovo oleodotto iraq-turchia, tanto per inquadrare la questione curda

      la rinnovata centralità turca, fondata sul nodo di infrastrutture energetiche che lì si è via via annidato, è l' elemento più imprevedibile, meno dell' annosa (1979) contesa usa-iran semplicemente perchè l' iran non ha soldi per fare le cose in grande. questo nn vuol dire che non metteranno in cantiere smilze ritorsioni (bombe qui e là, cyberattacchi), trump invece ha nominato l' iran nemico pubblico #1 come tema di campagna elettorale. difficile smarcarsi per lui dalle esigenze imperiali: anno scorso ha fatto rimpatriare 14000 marine e ora sarà costretto a rimandarli.

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  2. Quanto incidono le lobby delle armi sulle decisioni del pres. Trump durante la campagna elettorale? Guerra vuole dire morti che saranno senza dubbio i figli del popolo.
    Un saluto e un buon anno senza lutti.
    roberto b

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    1. le lobby non sono mai inerti
      incrocio le dita, buon anno anche a te

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  3. Quando un governante rischia di non essere rieletto organizza una guerra e l'elettorato si ricomparsa.
    Finché c'è guerra c'è speranza...

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  4. C'è della logica in questa follia....

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  5. Lo scenario di un guerra diretta fra Usa e Iran mi appare a dir poco improbabile, non solo dal punto di vista americano ma anche iraniano (un confronto diretto e in solitaria con la potenza statunitense potrebbe essere disastroso e gli iraniani non sono degli sprovveduti). Non siamo ancora a questo livello di rottura dell'ordine internazionale (ordine si fa per dire naturalmente). Ci sono tanti conflitti locali che si combattono nella zona e che vedono piccole, medie e grandi potenze confrontarsi indirettamente. L'uccisione di Soleimani, alla fine, è un altro tassello che va ad aumentare la destabilizzazione del quadro politico e militare a livello mondiale. L'Italiano medio vedrà gli effetti di tutto ciò nell'aumento del prezzo della benzina e si lamenterà per quello. I sorci da noi sono ancora neri. Devono diventare verdi.

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    1. Sono anch'io del parere che non è probabile un conflitto aperto, tuttavia la situazione complessiva si va deteriorando. Vorrei poi ricordare che all'epoca di Sarajevo subito dopo il fattaccio nulla lasciava presagire l'escalation di cui sappiamo.

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  6. Grazie, preziosa amica.

    Buon anno (sebbene l'augurio suoni sinistramente antifrastico)!

    Hans

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