giovedì 15 settembre 2022

Se siete giunti fin qui

 

Attraversare la storia non è una passeggiata in pantofole. Ci s’imbatte in ogni tipo di tragedia e di spaventoso orrore. In questi giorni di lutto monarchico britannico, per esempio, dovremmo ricordare che l’apartheid in Sudafrica non è un’invenzione della popolazione autoctona, che il colonialismo è il portato dell’espansione europea, che l’imperialismo moderno contempera anche le guerre dell’oppio e il commodoro Perry.

Basterebbe leggere il libro di William Dalrymple, uno dei migliori specialisti britannici di India e Asia, per farsi un’idea di che cosa è stato il colonialismo inglese. Per non parlare della conquista di quelle che chiamiamo le Americhe. Conoscendo a fondo le cose, persino gli orrori del XX secolo ci apparirebbero in linea con i misfatti di quell’epopea “esplorativa” che assumiamo come un vanto della civiltà bianca.

Pertanto, anche quando parliamo del dispotismo di Putin, dobbiamo ricordare che è il prodotto della storia russa, cosa che non esclude le sanguinose ferite degli ultimi decenni e chi in Occidente continua a inzupparvi il pane. Quanto al suo regime (piace chiamarlo così e può anche starci), va rilevato che Putin è stato rieletto in libere elezioni e che il controllo dei meccanismi elettorali non è una prerogativa russa. Per contrappunto vale rammentare che Trump non è piovuto per caso alla Casa Bianca e non è escluso vi faccia ritorno.

Non tiro in ballo questo genere di confronti per giustificare Putin e la sua politica, ma cerco di far comprendere che Putin non è un’anomalia della storia russa, così come certi fatti che accadono in altre parti del globo. Porto un esempio estremo: anche in passato, quando si trattava dei Gulag sovietici, sarebbe stato utile ricordarsi di citare il fatto che “molto prima che lo Stato sovietico creasse i propri campi di prigionia, la Siberia era già un enorme prigione a cielo aperto con una storia di oltre tre secoli alle spalle” (Daniel Beer, La casa dei morti, Mondadori, p. 13). Ciò ovviamente non può in alcun modo giustificare l’ignominia e l’orrore dei Gulag, ma può servire a comprendere e non solo a condannare alzando il ditino, esercizio che non costa fatica.

Anche per quanto riguarda gli Stati Uniti, ai quali riconosciamo di essere un Paese democratico, vorrei osservare qui di seguito che anch’essi non sono esenti da contraddizioni e mende quali sono addebitate alla Russia di ieri e oggi a quella di Putin. Se chiamiamo oligarchi quelli russi, cosa dovremmo dire delle fortune personali di alcune centinaia di statunitensi, che si presentano come le obese escrescenze di un’élite che possiede una voracità superiore al suo potere di digestione?

Già alla fine dell’Ottocento, come osservano due storici ben sopra di ogni sospetto: “La potenza politica e il prestigio sociale gravitavano, com’è naturale, intorno ai ricchi. Essi si vedevano costretti a proteggere i loro interessi e i loro investimenti esercitando una decisiva influenza in politica, e non esitarono a sussidiare i candidati e i partiti o a comprare l’approvazione delle leggi” (Morison e Commager, St. degli S.U. d’America, vol. II, p. 494).

Gli Stati Uniti hanno avuto una guerra civile durata anni, dapprima strisciante e poi aperta, contrassegnata da infamità che si tende a censurare o minimizzare. Più in generale, tre presidenti assassinati, un vicepresidente che divenne famoso per avere ucciso in un duello il suo rivale politico e per essere stato in seguito accusato di alto tradimento, governatori scomodi uccisi a revolverate, presidenti mendaci e un ricco campionario di varie oscenità, compresi presidenti puttanieri (non solo Kennedy), e quel bel tomo che faceva sesso nei cessi della Casa Bianca, eccetera.

Partiamo ancora da lontano, ma non troppo, meno di un secolo: il clamoroso caso Sacco e Vanzetti ne rappresenta molti altri che in genere non conosciamo. Sappiamo degli assassinii di Malcolm X e di Martin Luther King, fino ad arrivare alle persecuzioni contro Tommie Smith e John Carlos, ma in genere conosciamo poco delle persecuzioni e infiltrazioni subite dall’organizzazione del Black Panther Party. Tantomeno ancora delle operazioni poliziesche contro il Communist Party of the United States of America negli anni Trenta, che allora non era proprio un partitino insignificante, fino alla sua soppressione negli anni del maccartismo.

E a proposito del maccartismo, l’opinione pubblica conosce generalmente solo ciò che ci ha voluto raccontare Hollywood e la letteratura americana. E così per il FBI di Hoover e di altre agenzie governative, lo spionaggio e le vaste schedature, che non hanno tuttora nulla da invidiare a ciò che avveniva nella DDR. Il caso di Julian Assange è in tal senso emblematico.

Quanto ai diritti civili, vorrei ricordare che i neri d’America in molti Stati non hanno potuto, di fatto, votare almeno fino agli anni Sessanta. Né potevano accedere alle scuole migliori, ossia a quelle dei bianchi, tantomeno alle università, frequentare i locali pubblici riservati ai bianchi. Eccetera.

La segregazione razziale sarebbe un retaggio del passato? C’è perfino un 10 per cento di studenti bianchi che frequenta le scuole di neri e ispanici. Saranno senz’altro figli di genitori molto progressisti. Un 15 per cento dei bianchi intrattiene pure qualche relazione privata con gente di colore, però della stessa classe sociale, e i newyorkesi sono abituati a vedere molta diversità sui marciapiedi e nei parchi, in piscina, nelle giurie dei tribunali, in coda allo sportello di una banca, nei film e in televisione (c’è molta attenzione alle “quote” razziali, soprattutto per motivi di audience).

Tuttavia nei ristoranti, nelle chiese e nei locali notturni, la fauna americana è molto più monocromatica. Nei ristoranti di New York frequentati da bianchi, ci sono anche i neri e gli asiatici, però servono a tavola e lavorano in cucina. La composizione dei quartieri e delle zone residenziali non è molto diversa che in passato.

Se Martin King diceva che le 11 della domenica sono le ore dove in America si fa più marcata la segregazione, mezzo secolo dopo le cose non sono cambiate di molto. Pare che solo il sette per cento delle chiese americane abbia una frequentazione “eterogenea”.

Uno studio molto particolareggiato ci dice che nei primi 40 anni del dopoguerra: “There has been almost no change in the share of white neighbors for the average African American in this whole period”. Per quanto riguarda i dati dell’ultimo decennio: “The main points with the 2020 data are quite similar to those from a decade ago: the average white, black, Hispanic, and Asian Americans live in very different neighborhood environments”.

E ancora: “The U.S. is far from becoming a post-racial society even if the old mechanisms of redlining and exclusion are disappearing. In most metropolitan regions the average levels of black-white segregation remain high”.

Non molto diversa è la conclusione cui perviene il Census Bureau degli Stati Uniti:

«Il censimento del 2020 offre nuove informazioni sui cambiamenti nella segregazione residenziale nelle regioni metropolitane del paese mentre continuano a diventare più diversificate. Abbiamo una visione a lungo termine, valutando le tendenze dal 1980 ed estrapolando al futuro. Questi nuovi dati rafforzano principalmente i modelli osservati dieci anni fa: segregazione bianchi-neri alta ma in lento declino e segregazione meno intensa ma difficilmente mutevole d’ispanici e asiatici dai bianchi. È passato abbastanza tempo dall’era dei diritti civili degli anni ‘60 e ‘70 per trarre questa conclusione: la segregazione continuerà a dividere gli americani ben dentro il 21° secolo».

Insomma, New York è la quarta area metropolitana degli Usa per segregazione neri- bianchi e la terza per bianchi-latinos. Detroit è la terza e Chicago e Miami sono la quinta e sesta per segregazione. Los Angeles è la terza città per segregazione asiatici-bianchi.

I meccanismi d’esclusione si possono oggi chiamare di selezione: prevale quella per censo, per fasce di reddito, come del resto avviene ovunque. I neri ricchi, con buona istruzione e impieghi adeguati, sono relativamente pochi. Il divario di reddito tra neri e bianchi non riguarda solo gli stati del sud ma tutto il paese. Se guardiamo poi i tassi di disoccupazione tra i neri, essi sono eloquenti. Quanto alla carcerazione, gli Stati Uniti in rapporto alla loro popolazione hanno più detenuti di ogni altro paese. Quasi 50 milioni di statunitensi conguagliano il cibo messo in tavola con i food stamps.

Se siete giunti a leggere integralmente il post, allora vuol dire che c’è ancora un barlume di speranza e resiste una sana curiosità.

7 commenti:

  1. Conosco abbastanza bene il razzismo americano. Vorrei però parlare di quello italiano, e in particolare di quello di coloro che parlano di inclusione. Il destro me lo dà l'ultima sparata propagandistica, detta fantasiosamente jus scholae.
    Allora: anziché di presentrare dichiarazioni dei redditi propri e della famiglia, si chieda ai politici, e in particolare a quelli che vogliono lo jus scholae, di rendere pubblici gli istituti scolastici frequentati dagli studenti della loro famiglia, fino al quinto grado di parentela. Non è necessario violare la privacy: è sufficiente declinare la natura della scuola (privata o pubblica) e, naturalmente, la località e lo stato, unitamente alla retta annuale. Inoltre, almeno per le scuole italiane, andrebbe censito il numero di studenti diviso fra italiani e stranieri per paese. Le scuole pubbliche andrebbero divise per categorie, in base all'incidenza di figli di immigrati. I politici dovrebbero declinare la categoria della scuola frequentata dai loro parenti. Per le università, nessun problema a nominarle.

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  2. https://bit.ly/3Dtar9z
    tanti pensano che la STORIA inizi con la loro nascita.
    PS. anche il "libro nero dell'impero britannico" di John Newsinger non è male.

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    1. L'ho compulsato qualche settimana fa, non vale molto

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  3. La classe dirigente degli USA gode del primato dato dall'egemonia, che forse può ridursi alla immunità dalla vergogna per le nefandezze compiute nel passato, soprattutto prossimo. Si potrebbe parlare di olocausto dei nativi americani o di persecuzione dell'Islam senza che qualcuno sminuisse subito il fatto?
    (Peppe)

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  4. Le assicuro che risulta molto difficile non concludere la lettura dei suoi post.

    Un saluto.
    Dario

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