giovedì 24 giugno 2021

A che punto è la notte

 

Ieri, sul Corriere della sera, Ernesto Galli pubblicava un suo articolo dal titolo: Le illusioni della Cina.

La Cina è accusata dall’editorialista di aver fatto del «capitalismo una sorta di prigione con dentro delle macchine. Non già invece, come un certo Carlo Marx sosteneva a suo tempo, una formazione storico-sociale complessa che è fondata sul principio di libertà, sia pure inizialmente “astratta e formale” quanto si vuole, che però ha finito per improntare di sé tutte le relazioni tra gli uomini, dando vita a infinite contraddizioni destinate tuttavia a rivelarsi un formidabile motore di progresso storico».

Va da sé che lo sfruttamento dei lavoratori cinesi costituisce benefico motivo di sviluppo se avviene in occidente, mentre in Cina è prigione. Ed è per il forte anelito di libertà capitalistica occidentale che le nostre Luane D’Orazio continuano ad offrire le proprie vite in olocausto al progresso storico occidentale.

Proprio in questi giorni sul Corriere e altra stampa avevo letto altre cose a proposito del lavoro nero e dello sfruttamento di quei famosi “camerieri” che non si fanno trovare abbastanza numerosi, ma si tratta di una categoria di schiavi marginale.

Alla stessa stregua possiamo considerare un “formidabile motore di progresso storico” anche gli atti di barbarie e le infami atrocità dei cosiddetti cristiani in ogni regione del mondo e contro ogni popolo che sono riusciti a soggiogare e che non trovano parallelo in nessun’altra epoca della storia della terra, in nessun’altra razza, per quanto selvaggia e incolta, spietata e spudorata?

Non sono parole mie, ma quelle di un “uomo che si è fatto una specialità del cristianesimo”, poi riprese da Karl Marx. Il quale, è noto a tutti, considerava lo sfruttamento del lavoro una delle «infinite contraddizioni destinate tuttavia a rivelarsi un formidabile motore di progresso storico».


mercoledì 23 giugno 2021

Dopo la Francia, l'Italia

Del primo turno delle elezioni regionali di domenica scorsa in Francia mi pare se ne sia parlato poco e di malavoglia. Ci scaldiamo per cose di ben altro momento, tipo la stringente ramanzina del card. Giacomo Antonelli respinta al mittente da Camillo Benso.

Queste elezioni, che per l’establishment politico francese rappresentano un indicatore per quelle presidenziali del prossimo anno, sono state caratterizzate da uno storico tasso di astensione. L’affluenza nazionale è solo del 32,8 per cento, con l’astensione al 67,2 per cento, un record per le elezioni a due turni sotto la V Repubblica. Nel 2015 l’astensione alle elezioni regionali era stata del 49,9 per cento; l’astensione più alta di sempre era stata quella del 2010, al 53 per cento. Il tasso di astensione nelle regionali del 1986 era appena del 22,7 per cento.

I gilets jaunes sono solo una spia del diffuso malessere francese. Ha scritto Le Monde: «questa astensione degli elettori è un segno di una democrazia malata, di una delusione politica che sta prendendo piede e della sensazione che “votare è inutile”». C’è voluto un po’ per arrivare a questo punto, ma alla fine sono andati a votare solo i parenti, amici e clienti dei candidati. Per chi suona la campana? Ci diranno, per spaventarci, che suona per la “democrazia”. Balle. Sono loro che l’hanno confiscata.

Le elezioni regionali nominano 1.767 consiglieri regionali per sei anni nelle 12 regioni metropolitane francesi. Al primo turno, se una lista ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi, ottiene un quarto dei seggi da coprire. I restanti seggi sono ripartiti per rappresentanza proporzionale tra tutte le liste che hanno ottenuto almeno il 5 per cento dei voti espressi.

Nessun partito ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti espressi, perciò sarà necessario un secondo turno in tutte le regioni. Possono candidarsi al secondo turno i partiti che hanno ottenuto almeno il 10 per cento dei voti espressi, ed eventualmente unirsi a liste con almeno il 5 per cento dei voti (*).

Macron è screditato e non è riuscito a vincere in Hauts-de-France, Auvergne Rhône Alpes e Occitania. Il presidente corre dietro con le sue leggi al programma della Le Pen, affossa la legge del 1905 sulla laicità e sulla separazione tra Chiesa e Stato, il suo Ministero della Cultura, tanto per dire, ha tentato di far pubblicare le opere di Charles Maurras, il leader antisemita dell’Action Française, un pilastro del regime di Vichy. Certa letteratura sospinta continua ad affascinare in Francia come qui da noi.

Il primo round è stato una delusione anche per il RN di Le Pen. In precedenza, sondaggi e media prevedevano che sarebbe arrivato primo in sei o sette regioni. In realtà, il voto RN è diminuito rispetto alle elezioni regionali del 2015, in cui aveva preso quasi il 28 per cento dei voti al primo e al secondo turno, ovvero 6,8 milioni di voti. Nel 2015 la RN non ha vinto in nessuna regione al secondo turno, ma aveva ottenuto 358 consiglieri regionali, tre volte di più rispetto al passato.

Tuttavia, nonostante il calo dei voti al primo turno, i neofascisti rimangono una delle principali forze politiche consolidate in Francia, mentre per la sinistra di Mélenchon, che aveva ricevuto poco meno del 20 per cento dei voti alle elezioni presidenziali del 2017, il risultato del 4,2 per cento è una catastrofe. Quale reale e credibile alternativa può rappresentare la sinistra liberale? Gente che definisce Philippe Pétain come un “grande soldato”!

Qualunque possa essere l’esito finale delle elezioni regionali francesi, così come di quelle presidenziali del prossimo anno, nessuno dei problemi fondamentali della Francia potrà trovare soluzione.

Più in generale, per chi sta alla base della piramide, al momento non vi sono opzioni praticabili. Del resto per fare che cosa? I grandi mutamenti possono avvenire solo a livello globale, e un mutamento sostanziale delle società è già avvenuto da decenni. Il movimento di tutti gli strati di classe è determinato e condizionato dalle scelte della grande borghesia cosmopolita, che ha saputo imporre la propria egemonia ideologica su ogni segmento sociale, lasciando alla sinistra parlamentare di rincorrere i diritti civili e ad altri di agognare l’autonomia amministrativa (in Italia) o l’indipendenza (Catalogna, Scozia, ecc.).

(*) Il Rassemblement National di Marine Le Pen si è assicurato il maggior numero di voti nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra (PACA). I repubblicani (LR) hanno vinto in Hauts-de-France (43,1 percento), Grand Est (31,5 percento), Normandia (35,1 percento), Pays de la Loire (34,1 percento) e Auvergne-Rhône-Alpes (43,8), e nell’Ile-de-France (34,2). Il Partito socialista ha ottenuto il primo posto in cinque regioni: Centre-Val de Loire (25,6 percento), Nouvelle-Aquitaine (28,6 percento), Occitanie (39,6), Borgogna-Franca Contea (26,2) e Bretagna (20,8). In Corsica, il partito autonomista è in testa con il 28 per cento dei voti.

A livello nazionale, secondo stime, i risultati del primo turno per partito sono: LR e suoi alleati 27,2 per cento; Rassemblement National 19,3; il PS e i suoi alleati 17,6; Ecologia Europa-Verdi e alleati, 12,5; Republic on the Move di Macron e i suoi alleati 11,2; LFI e alleati di Mélenchon 4,2. 


 

martedì 22 giugno 2021

Un’estate alla grande

 

Per quanto abbia speso occasionalmente (per ciò che vale, ovvio) qualche parola a favore di una più equa distribuzione del carico fiscale, segnatamente a partire delle imposte di successione e le donazioni, vale a dire rispetto a una misura di minima decenza per potere poi avere la faccia di dire altro, tuttavia non mi nascondo che nella nostra epoca serve ben altro, ossia un progetto nuovo di società.

Se bastasse evocare la trita litania sulla socializzazione dei mezzi di produzione e altre perline da infilare nel lungo filo che ci porterà al “comunismo”, ossia se potessimo risolvere l’equazione pur non disponendo nei suoi termini degli elementi della sua soluzione, l’umanità si sarebbe tolta un gran peso da un pezzo. Evidentemente non è mera questione etica e di decreti attuativi.

Allo stesso modo, per quanto riguarda il riformismo, non bastano des idées qui reviennent, come sa quel 66 per cento di francesi che alle elezioni di domenica scorsa non si sono dati la pena di votare. Non basta promettere una più rigida tassazione delle multinazionali, paventando di far piangere i ricchi e i ricchissimi. I padroni del mondo hanno buoni motivi per continuare a ridere per puerilità del genere spacciate da un secolo in qua come risolutive delle “disarmonie” economiche del “migliore dei mondi possibili” (frase che i Leibniz odierni ripetono sorseggiando Balvenie).

Non so quanto ce ne stiamo rendendo conto, ma siamo ben dentro a un cambiamento climatico repentino, sempre a un passo da un’escalation bellica generale, con una situazione di debito pubblico e privato non più gestibile, una crisi finanziaria incipiente, prezzi delle materie prime alle stelle, e per giunta con le discoteche chiuse e camerieri che non hanno più voglia di servire ai tavoli. È evidente che ciò rischia di rovinarci le vacanze. Ma infine giunge una buona notizia che alimenta la speranza di unestate alla grande: il presidente del consiglio Mario Draghi promette di destinare il corrispettivo di 14.000.000.000.000 di vecchie lire nella lotta “alle diseguaglianze”, ossia per “ridurre le disparità di genere”.


lunedì 21 giugno 2021

Dal conte Camillo al professor Mario

 

Non da oggi, ma soprattutto in questi ultimi tempi, si sono formalizzate esplicitamente delle maggioranze parlamentari trasformiste. Vuoi per ragioni contingenti, come il governo in corso, vuoi per opportunismo, come nel caso dei due governi precedenti. I governi non rappresentano più uno schieramento di maggioranza, ma sono espressione di occasionali comparanze, tanto che qualsiasi programma politico, quando c’è, resta lettera morta (la bibbia M5S-Lega di tre anni fa?).

Sappiamo che non esistono più recinti ideologici e che l’identità politico-ideale è quanto di più evanescente e intercambiabile sia dato nel regno della politica parlamentare, tanto quanto sono instabili gli orientamenti politici dei ceti sociali in tutte le loro stratificazioni. Non è più tempo di formali abiure e mutazioni identitarie: ai parlamentari si chiede solo e semplicemente il voto in aula e nelle commissioni, il resto si decide altrove. È storia vecchia, anche se mai in epoca repubblicana le infedeltà e le apostasie avevano raggiunto l’indecenza attuale.

A metà legislatura, 200 sempiterni Fregoli, oltre un quinto dei parlamentari, erano passati ad altri gruppi rispetto a quelli cui s’erano iscritti ed erano stati eletti. Si pensi solo che Italia Viva non era presente alle elezioni, e però adottando un simbolo che vi aveva concorso, si è costituita come gruppo autonomo.

Resta il retaggio feudale, psicologico e prosaico, quello di misurare la lealtà in termini di favori resi e ricevuti. Anche molti di coloro che, non più tardi del 2018, erano stati eletti come alternativa radicale facendo leva sull’interclassismo, si sono piegati, volenti o nolenti, allo status quo. Scriveva uno storico inglese il 22 giugno 1976 su Le Monde come la formula trasformistica sia “il modello della vita politica italiana”, tanto che anche Mussolini se ne servì come “mezzo per dividere e convogliare una parte dell’opposizione liberale verso il fascismo”.

Gli antecedenti “nobili” si rintracciano già in Cavour (il Connubio con Rattazzi), poi in Depretis, e ne furono maestri Crispi, che paradossalmente il trasformismo del suo predecessore aveva aspramente biasimato, e ovviamente Giolitti. Fino a giungere al “compromesso storico” DC-PCI, in mancanza di alternative politiche e come soluzione necessaria per uscire dalla crisi economica, per mettere ordine nelle fabbriche e freno all’antagonismo sociale che guardava con sempre maggior interesse alla guerriglia metropolitana.

Oggi assistiamo all’ammucchiata di Lega, Forza Italia, Pd, M5S ed epigoni della defunta sinistra. Chi l’avesse pronosticato solo due anni fa sarebbe stato sottoposto a TSO. Chi dai palchi grillini avesse vaticinato come guida del M5S uno sconosciuto avvocato devoto a Francesco Forgione sarebbe stato tacciato di provocazione.

Quanto a Mario Draghi, il suo compito non è quello di tracciare nuove linee economiche del Paese, già definite a livello continentale, ma di prendersi cura d’indirizzare i cospicui finanziamenti europei destinati all’Italia. Tutto ciò ha bisogno di riforme strutturali, di cui si favoleggia da Massimo Taparelli in qua. Non solo perché “lo chiede l’Europa”, ma per risalire un po’ quelle classifiche che ci vedono impietosamente al penultimo posto in Europa.

Tuttavia senza una ridefinizione dello Stato e delle forze politiche che di tale processo dovrebbero farsi carico, tale compito resta una chimera. Il terreno di scontro sarà more solito la spartizione dell’ingente bottino, con lasche maglie nelle quali s’infiltrerà il clientelismo politico e quella malavita di cui s’è fatto scuola al mondo intero.


venerdì 18 giugno 2021

Però a Roma non finisce come l’altra volta

 

Questa mattina, a Radiotre, un ascoltatore telefonava per magnificare il dibattito che si è tenuto tra i candidati a sindaco del Comune di Roma. Mah, c’è chi si compiace di politica ridotta a un miserabile gioco mediatico-narcisistico. Discorsi, discorsi, promesse, promesse, vento, vento ... . Non la smettono di scatenare buone intenzioni senza futuro.

È mia opinione (ognuno ne ha almeno una su ogni argomento) che chiunque sarà eletto sindaco nel prossimo settembre o nelle elezioni del 2051, la situazione in cui versa Roma resterà sostanzialmente tale e quale. Per una molteplicità di motivi, alcuni dei quali sarebbe antipatico rievocare nel dettaglio.

Ciò vale anche per altre città, delle quali mi pare pleonastico fare il nome. Se può consolare, Vicenza è una delle città europee con l’aria più impestata. Così titola oggi un giornale locale come fosse una rivelazione.

Un altro ascoltatore telefonava per denunciare la miriade di norme e adempimenti cui è tenuto il soggetto che voglia avvalersi del famigerato superbonus 110% sulle ristrutturazioni edilizie. Diceva che per districarsi in quel ginepraio osceno (numerosi gli interventi interpretativi dell’agenzia delle Entrate, del ministero dello Sviluppo economico e dell’Enea, mentre la ristampa della guida del Sole 24ore conta un centinaio di pagine!), sono necessari consulenti e tecnici di ogni tipo, dagli architetti ai notai passando per i certificatori ed esperti di burocrazia.

Pertanto si tratta di un provvedimento legislativo, finanziato con soldi pubblici, che andrà a vantaggio di chi può permettersi di sostenere questo tipo di spese per comporre il puzzle dei requisiti, dei controlli, delle attestazioni, delle detrazioni, della cessione del credito o dello sconto in fattura. In ultima analisi ne beneficerà soprattutto chi di soldi pubblici regalati non ne avrebbe bisogno.

Viviamo in una società che sta diventando sempre più classista e democraticamente autoritaria. A fronte di questa situazione vi è chi sogna una rivoluzione comunista foriera di uguaglianza e giustizia sociale. Anch’io un tempo facevo di questi sogni, che temperavo con un pizzico di realismo a riguardo della non emendabilità di certi fatti in una società molto complessa qual è la nostra.

Ora è più ricorrente un altro sogno: l’arrivo dei marziani. Però a Roma non finisce come laltra volta. Stavolta è come lApocalisse dello pseudo Giovanni. 

Che ci posso fare, ai sogni non si comanda e stamattina butta così.