giovedì 2 luglio 2020

Garibaldi a Sant'Elena


Come siamo arrivati ad avere questa classe politica? Non che nei vecchi tempi essa brillasse particolarmente, tuttavia lo squallore attuale e generale c’impone questa domanda. Quello che molti di noi vorrebbero è licenziarli. Per sostituirli con chi? Credevamo che i migliori delle categorie professionali non volessero prendere parte a questa miseria. Con il coronavirus ci siamo ricreduti: virologi, epidemiologi e altri “ologi” ci hanno dimostrato che il disastro, professionale, etico e culturale, non ha riguardo nemmeno per gli addetti alla cosiddetta “scienza”, ma è trasversale alle professioni, alle classi sociali, e non riguarda solo l’Italia.

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Ieri, verso mezzogiorno, ho incontrato un giovane neomaturando (si dice così?), uscito dall’esame con 100 (senza lode). Era assieme alla sua mamma, ovviamente orgogliosa del suo pargolo che il prossimo anno sarà iscritto a ingegneria (non ricordo a quale corso). Con lei stavamo parlando della Sardegna, di certe cose da vedere, quando il figliolo apre bocca per dire dell’isola di Sant’Elena. Ripete due volete questo nome. La sua mamma tace, probabilmente inconsapevole, mentre io, con le cautele del caso, cerco di capire a quale cavolo d’isola si riferisce il ragazzo. Accenna a una roccia che assomiglia alla testa di un orso, ne decanta singolarità e bellezza, e di come raggiungerla. Comprendo che voleva riferirsi a Caprera. Taccio, per carità di mamma. Si passano in rassegna altre amenità sarde da vedere. Spero solo che il qui pro quo del giovane fosse dovuto allo stress da lockdown e da esame.     

mercoledì 1 luglio 2020

Quei razzisti di Marx ed Engels



Sono ormai cinquant’anni che mi occupo degli scritti di Marx ed Engels, senza avere mai avuta l’intima e balorda convinzione di saperne abbastanza. Mi è capitato di leggere sull’argomento un po’ di tutto, e però in tutti i casi incontrati, nei quali autori di destra (ma spesso anche tra i “liberali”) si sono presi la briga di citare frasi e mezze frasi attribuite a Marx o ad Engels, queste non trovavano mai indicato un preciso riferimento bibliografico.

Il più delle volte si trattava di brevi citazioni sgangherate di quarta e maldestra mano. Mi ricordo un episodio in particolare, quando mi fu posto tra le mani un libello a firma di un noto esponente politico di destra nel quale rincorrevano quasi ad ogni pagina frasi attribuite a Marx, alle quali l’autore dedicava le sue supponenti chiose. Mi si chiese di farne una critica puntuale, cosa che mi fa sorridere ancor oggi. Ebbene, in quel librino scalcagnato, laddove compariva una frasetta attribuita a Marx, a piè di pagina figurava sempre la stessa indicazione bibliografica: “K. Marx, Opere Complete, Roma”.

Lo scaltro autore di quel libro non aveva bisogno di prestare troppa cura a ciò che diceva e citava, dato l’ambiente al quale si rivolgeva, e sicuramente non aveva mai sfogliato nemmeno uno dei 50 poderosi tomi previsti per le opere complete. Ogni qualvolta leggo recriminazioni verso “l’egemonia comunista esercitata nel mondo editoriale e culturale”, mi viene in mente questo episodio che ho appena raccontato.

lunedì 29 giugno 2020

Una potenza di terz'ordine




Certe realtà sono difficili da fare accettare, tuttavia bisogna prendere atto che il presupposto di ogni sana politica poggia sul riconoscimento che l’essenziale di una nazione che voglia giocare un proprio ruolo nel contesto internazionale sta, oggi come ieri e in primo luogo, nella sua potenza economico-finanziaria, militare, politica, demografica.

Nei rapporti internazionali è tanto più in quelli con gli altri paesi europei, rinunciare a una politica di potenza significa, nel migliore dei casi, accontentarsi di un ruolo di gregari degli interessi e delle decisioni altrui.

Non è da oggi che Italia ha perso peso economico e quanto alla sua credibilità politica per trovarne traccia è necessario risalire a epoche quasi remote. Sempre ricattabile a causa del suo enorme debito e politicamente instabile, nonostante la sua posizione geografica strategica, essa è considerata dalle altre potenze una entité négligeable.

Al suo interno il paese è sottoposto alle variabili dei suoi molteplici centri di potere, non ultimi quelli occulti e a sfondo criminale. Sul piano dei rapporti con i partner europei, l’Italia conta quanto l’Austria e i Paesi Bassi, probabilmente anche di meno, ma i suoi maggiorenti politici e il loro codazzo mediatico sanno costruire a tal riguardo molte illusioni popolari.

Nello scacchiere mediterraneo, l’Italia ha un peso notevolmente inferiore, per esempio, a quello della Turchia, che è più autonoma dalla Nato e ben più attenta ai suoi interessi strategici nell’area. Militarmente l’Italia è adibita a compiti di peacekeeping e d’infermeria per quanto riguarda l’esercito e, per la marina militare, di protezione del naviglio mercantile nazionale oltre che di “lotta all’immigrazione clandestina”.

La Francia, per contro, pur essendo stata sconfitta nel 1940 e l’aver il suo governo legittimo collaborato con la Germania nazista, recita da decenni il ruolo di una reale potenza: affrancata dalla presenza nel proprio territorio da basi Nato, è dotata di un complesso militare-industriale di primo livello (dove lo Stato è spesso azionista unico), è una potenza spaziale e aeronautica, dispone di un arsenale nucleare autonomo (3a potenza mondiale).

L’Italia non dispone nemmeno per approssimazione della capacità dell’Armée française, e, dopo decenni dalla fine del Patto di Varsavia, è ancora feudo delle forze armate americane che nel suo territorio possono fare impunemente ciò che vogliono. Dopo 75 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, l’Italia non può dotarsi di una propria deterrenza strategica. Come se, per analogia, ancora nel 1890 fosse stata preclusa alla Francia dai suoi vincitori la costruzione di un’adeguata forza militare perché definitivamente sconfitta a Waterloo nel 1815.

Né, per altro verso, l’Italia può mettere nel piatto della bilancia una propria potenza industriale e tecnologica avvicinabile a quella della Germania, dalla quale fortemente dipende (*). Tirate le somme, non è casuale, in tal senso, che i veri vertici europei decisivi siano quelli bilaterali tra Germania e Francia. Gli altri paesi e con essi l’Italia, di fatto partecipano a poco più di uno Zollverein, sempre pronti ad azzuffarsi su questioni marginali.

(*) Il nostro paese, sempre caratterizzato prevalentemente da processi di sviluppo individualistici basati sulla creatività e l’intraprendenza personale, aveva tuttavia a suo tempo saputo costituire un sistema d’imprese pubbliche e di enti di gestione, riuniti poi nel 1956 sotto il controllo dei ministeri delle Partecipazioni Statali e dell’Industria. Nel decennio 1971-1981, L’IRI, l’ENI e l’EFIM erano, in termini di occupazione, ai primi posti nell’elenco dei dieci più importanti gruppi industriali italiani. Non solo e non tutti carrozzoni della politica come s’è voluto far credere, in realtà si contavano industrie e attività di prim’ordine, anche in termini di redditività. Fincantieri è una delle poche grandi aziende pubbliche ad essere sopravvissuta, nel settore della cantieristica navale è attualmente il più importante gruppo navale d’Europa.

L’IRI controllava le partecipazioni industriali, bancarie e altri servizi; l’EFIM controllava le partecipazioni nei settori metallurgico e meccanico; l’ENI quelle petrolifere, tessili e petrolchimiche, l’EAGG le imprese del settore cinematografico, l’EAGAT nel settore termale e l’EGAM nel settore minerario, eccetera.

Già prima, ma soprattutto a seguito delle pressioni derivanti dal processo di unificazione europea e dei conseguenti parametri di Maastricht, si era proceduto a una vera e propria svendita del patrimonio pubblico (legge Amato dell’8 agosto 1992, n° 359), senza che fosse svolto alcun tipo di dibattito politico e pubblico sul processo di privatizzazione, verificando le compatibilità di politica economica, definendo gli obiettivi ultimi dell’operazione e la selezione dei beni oggetto di privatizzazione. Anche l’allora tanto decantato obiettivo conosciuto sotto il nome di “azionariato popolare” o “diffuso”, ha significato la cessione dei gioielli di famiglia al grande capitale internazionale.

A tal fine, sarebbe molto interessante, ad esempio, paragonare il processo di cessione del patrimonio pubblico italiano tra gli anni Ottanta e Novanta con l’opera dell’apposita commissione tedesca che ha, in poco tempo, partecipato, venduto o riconvertito tutto il patrimonio statale della ex Germania dell’Est.

sabato 27 giugno 2020

Che bel cielo c'era quella sera



Volete sapere la verità su Ustica, sulla morte di 81 persone tra cui 11 bambini? Suvvia siamo seri e realistici, sarebbe come pretendere che i piloti americani responsabili della strage del Cermis fossero stati giudicati da un tribunale italiano, anziché assolti dalle accuse da un tribunale statunitense. Oppure come chiedere ai francesi il motivo del loro intenso traffico militare nei cieli del Tirreno in quella sera del 27 giugno 1980. Eccetera. Teniamoci per buona la storiella del MIG 23SM ritrovato a Castelsilano “e più non dimandare”.

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Il MIG 23, secondo chi sostiene la versione che lo collega all’abbattimento del DC9 Itavia, sarebbe caduto, superato un lungo tratto del Tirreno e i rilievi della Sila, in contrada Colimiti di Castelsilano (a circa 2 km in linea d’aria dal paese), località che guarda verso la parte ionica della Calabria. Pertanto dopo aver percorso 250-300 km circa dal luogo dove si presume sia stato intercettato (proveniente da dove?) e colpito (da chi?). Ciò non può escludersi, ma è assai improbabile, così com’è strano che poco dopo le 9 di una bella sera di giugno nessuno del luogo abbia visto e udito nulla (un caccia non è un deltaplano). Se scontro tra MIG e altri caccia c’è stato, non deve essere avvenuto a grande distanza dal luogo dove sarebbe precipitato l’aereo colpito.


Altresì c’è da chiedersi cosa ci facesse un caccia libico, con un inappropriato schema mimetico giallo-marrone-verde, autonomia operativa max. di 1.150 km., privo di armamento air-to-air, con un cannoncino da 23 mm. senza munizionamento, nel mezzo del Tirreno. Su una rotta sorvegliata e trafficata come poche, e dove la probabilità di essere intercettati è assolutamente certa. Il relitto dell’aereo presentava, al ritrovamento ufficiale, la carlinga rivolta verso nord. Altra domanda: perché abbatterlo quando sarebbe stato sufficiente costringerlo ad uscire dalla scia dell’aereo di linea? Per abbattere questo e forse anche un altro asserito MIG (il cui relitto mai è stato cercato) sarebbero intervenute le forze navali e aeree di almeno tre nazioni, in uno scenario di guerra che in realtà allude a tutt’altro.

Molte, troppe stranezze nel racconto del MIG 23. La verità non la sapremo mai, come sempre accade circa i “misteri” di questo pittoresco paese. Pertanto, arrivederci nel 2030, quando nel 50° anniversario il presidente della Repubblica pro-tempore ripeterà che “Il dovere della verità è fondamentale”.

Il prossimo post: perché la verità su certe faccende in questo paese è impossibile.


venerdì 26 giugno 2020

Profeti di sventura


Come quella brutta influenza? Però oggi molto meno letale, stando ai numeri. Prendo nota a futura memoria (e anche per il recente passato).


Coronavirus, letale nelle stesse fasce d'età di un'influenza (dati al 18-6-2020). Sostanzialmente gli stessi sintomi della "spagnola" e le stesse complicanze.

mercoledì 24 giugno 2020

Pubblicazione e diffusione di notizie esagerate e tendenziose



“Turismo, deserto Italia”, titola ipocritamente la Repubblica, uno dei maggiori veicoli di diffusione dell’isteria sociale di questi mesi. Non passa giorno che dalle sue pagine non si paventi una seconda ondata virale, anzi, un pericolo imminente e costante di nuova catastrofe.

Solo otto giorni or sono le grida d’allarme perché a Napoli s’è festeggiata non tanto la vittoria della propria squadra, quanto la sconfitta dell’altra, tanto odiata. Peccato che non vi siano gli ospedali napoletani presi d’assalto, in tal caso la signora Gruber e altri suoi colleghi avrebbero rinunciato volentieri alle ferie, perché loro sono sempre pronti sul pezzo.

I media hanno bisogno del panico come loro pane quotidiano: più contatti, più contratti con gli inserzionisti. Il tutto favorito da degli irresponsabili che in questi mesi l’isteria e il panico li hanno coltivati ad arte e profusi senza ritegno.

Le ricordiamo le immagini riprese dall’alto della teoria di camion militari? Il mondo intero le ha viste e riviste. Non esistevano evidentemente altri mezzi di trasporto idonei. E le foto di truppe motorizzate e corazzate, con sorvolo di droni, che multavano un’unica persona in chilometri di spiaggia deserta? Hanno fatto il giro del mondo anche quelle, servivano a esportare il “modello Italia.

Che cosa ci aspettiamo ora, che i turisti tedeschi, svizzeri e austriaci arrivino come ogni anno a frotte sulle nostre spiagge? Ovvio che se decidono le ferie cambino destinazione. Quanto agli italiani, chi si fida di frequentare gli alberghi dopo mesi di distanziamento sociale?

Un prologo di tutto questo s’era visto a ottobre scorso, quando i media nostrani avevano per settimane smerciato notizie ed immagini di una Venezia inghiottita dall’acqua. I media stranieri, che vivono dello stesso contrabbando, non s’erano fatti pregare. Risultato: disdette di prenotazioni a decine di migliaia.

C’è sempre, quando si rileva questo modo di fare e presentare le cose, il Pierino che alza il ditino per dire: “35mila morti non ti bastano?”. Ora però si titola: “deserto Italia”. Ce la racconteremo tra qualche mese. 

lunedì 22 giugno 2020

L'erede



L’Eredità che nessuno vuole. 


*

E se anche tu vivessi trecento anni e più,
da questo caravanserraglio dovrai uscire una buona volta.
Che tu fossi un superbo Re o un mendico,
quell’ultimo giorno farà lo stesso.

Supponi che la tua vita sia stata tutta conforme ai tuoi desideri – e poi?
E quando il libro della vita è tutto letto – e poi?
Supponi di viver felice cent’anni …
Mettiamo siano anche stati duecento – e poi?

Queste due quartine del celebre “fabbricante di tende”, le ho cercate invano nelle traduzioni italiane. Eppure sono tra le più belle e significative del poeta astronomo.