venerdì 24 marzo 2017

Questa volta non ci riuscirà


Il riformismo, impossibilitato a rimuovere le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, ha avuto per un secolo il compito di mediare il conflitto tra le classi. Da alcuni decenni ha sposato in tutto e per tutto il punto di vista delle destre e della finanza. Quella che fu la sinistra “di lotta e di governo” è diventata solo una macchina elettorale per la conquista del potere, laddove però il potere reale non è più in mano alla politica.

Sennonché il “riformismo senza popolo” vorrebbe recuperare “a sinistra” consenso elettorale in  cambio di nuove illusioni. Questa volta non ci riuscirà.

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giovedì 23 marzo 2017

L’inganno delle rappresentazioni


“Dio è morto, Marx ha la febbre e io non mi sento tanto bene”.

Mezzo secolo fa non ero tra quelli che ripetevano divertiti questa frase, consapevole che in una società disperata e inumana, la miseria religiosa è insieme espressione della miseria reale e protesta contro di essa.

Quanto a Marx, egli è incognito o frainteso da sempre.

Contrariamente a quanto siamo portati a credere, l’umanità non è più sciocca, più fanatica, più rapace e più folle di quanto non sia dato dalle condizioni oggettive, generali e particolari, in cui essa vive e opera. Pensiamo agli sciocchi che vi sono anche tra le persone più sveglie e istruite; ai fanatici anche tra i temperamenti più miti; agli sfruttatori anche tra i più mugnificenti filantropi; ai folli anche tra i leader politici delle nazioni più democratiche.

Poiché non abbiamo coscienza del movimento reale e delle sue leggi, non abbiamo chiare le cause dei problemi che affliggono le nostre società. In tal modo pensiamo di risolvere i problemi affrontandone gli effetti. Ecco dunque che ogni aspetto della crisi diventa insormontabile: dall’inquinamento al clima, dalle risorse alla povertà, dall’economia alla demografia, eccetera. È l’inganno delle rappresentazioni.


martedì 21 marzo 2017

Domandine oziose e sbagliate


Noto da più parti una certa apprensione per il futuro prossimo, per le sorti di questo sistema. Nulla di troppo clamoroso. Domenica scorsa, per esempio, Eugenio Scalfari si chiedeva:

La rivolta si può anche chiamare rivoluzione oppure sono due fenomeni diversi? Domande come questa sono attualissime e riguardano il mondo intero, ma siamo in pochi a pensarle.

Domandina attualissima, d’accordo, ma non s'illuda Scalfari di essere tra i pochi a porsela in modo tanto sbagliato.

Ciò di cui tener conto è precisamente questo: nessuna rivoluzione avvenuta nel passato ha mostrato di avere un carattere storico assoluto. Invece, nel cambiamento in atto tale carattere storico assoluto si afferma e palesa sempre più come necessità.

E non sarà la distribuzione di pasti gratis a mutarne il corso.

L’isola felice



Secondo il World Happiness Report 2017, pubblicato dalla Sustainable Development Solutions Network, il paese più “felice” del mondo sarebbe la Norvegia, seguito da Danimarca, Islanda, Svizzera, Finlandia, Paesi Bassi, Canada, Nuova Zelanda, Australia e Svezia. L’Italia solo al 48° posto, dopo l’Uzbekistan.

Stravaganti queste classifiche che non tengono conto, tra l’altro, della classe sociale di appartenenza. Vivere ad Harlem oppure in un attico con vista su Central Park non dovrebbe essere la stessa cosa dal punto di vista del cosiddetto benessere. Come si possa poi dirsi felici di vivere in paesi dov’è buio per almeno sei mesi l’anno è cosa che non posso comprendere. Ma è un mio limite. E a proposito di Danimarca, al primo posto nel report 2016, e ora seconda nel 2017, mi chiedo se la Groenlandia faccia ancora parte del regno di Danimarca. Infatti, la Groenlandia registra il più alto tasso mondiale di suicidi, e la Danimarca ha un tasso di suicidi doppio rispetto all’Italia. La Finlandia e l’Austria hanno un tasso quasi triplo. Dettagli d’infelicità.

L’isola più felice del mondo però è quella descritta nell’editoriale di ieri di Paolo Mieli sul Corriere. E non solo per il clima e il cibo.

domenica 19 marzo 2017

Il tema di una prossima puntata



Ieri sera andava in televisione un’altra puntata di teatro beckettiano, stavolta sul tema: “lavorare gratis, lavorare tutti”. Dei quattro ospiti della signora Gruber, quello astemio sembrava essere “l’economista in collegamento da Milano”. Invece il sociologo presente in studio, probabilmente con un bottiglione di lambrusco sotto il tavolo, proponeva la cessione di quattro ore di lavoro settimanali (a parità di salario?) a chi non ha lavoro. In tal modo, sosteneva, si possono creare milioni di posti di lavoro aggiuntivi. Ecco di che cosa si nutrono le chiacchiere dei ciarlatani borghesi, invece di chiedersi: come è avvenuta la riduzione della giornata lavorativa da 12 a 10 ore e poi alle attuali otto?  E perché da quasi un secolo, nonostante l’enorme aumento della produttività, la giornata lavorativa normale è inchiodata sulle otto ore?

Tutta questa gente è abituata a vedere il capitalismo con gli occhiali della propria classe di riferimento, e perciò si potrebbe chiedere loro: sì, la tecnologia è una gran bella cosa, ma per quale motivo i padroni tendono a sostituire lavoro vivo con lavoro morto, e dunque perché tendono a modificare incessantemente la composizione tecnica del capitale per risparmiare lavoro? Qual è la differenza, tanto per citare, tra composizione tecnica del capitale e composizione di valore? Tra lavoro produttivo e improduttivo, tra plusvalore assoluto e quello relativo (si tratta di categorie economiche reali, non immaginarie e ideologiche), tra plusvalore e profitto (non sono la stessa cosa, asini), perché la categoria del saggio del profitto svolge un ruolo fondamentale nell’economia politica? Dopo aver risposto esattamente a queste domande, allora si potrà passare alla questione dei rapporti di forza tra le parti, cioè tra lavoro e capitale.

Il tema di una prossima puntata potrebbe pertanto essere questo: “Perché gente inutile come noi potrebbe cedere ad altri tutte le sue ore settimanali di chiacchiere (e relativo compenso) senza che nessuno avesse nulla da ridire (tranne i diretti interessati, ovviamente) e invece, nel caso degli operai, anche la riduzione di un’ora sola di lavoro produce tante resistenze dal lato dei padroni e tante stronzate da parte dei suoi lacchè”? Titolo un po’ lungo, ammetto, ma esaustivo. Pubblicità.

sabato 18 marzo 2017

I danni collaterali del capitalismo


"Quando spariscono i contadini, vanno via i negozi, le scuole, le case cadono a pezzi, l'intera società scompare" racconta un contadino produttore di legumi e cereali nella regione di Poitiers.

È quello che chiamano “il mercato”, cioè il capitalismo. Piangerci non serve a nulla. La prima potenza agricola d'Europa – racconta Anais Ginori in una sua inchiesta su Repubblica – ha i piedi d'argilla, come la terra bagnata su cui cammina Pipet, allevatore da quarant'anni. Il modello produttivo che ha fatto grande la Francia è entrato in crisi. "La corsa al gigantismo ci ha ucciso" racconta Pipet. I redditi sono in picchiata: un terzo degli agricoltori guadagna appena 350 euro il mese. A nessuno interessa se l'anno scorso si sono contati 732 suicidi tra i suoi colleghi, un numero triplicato, anche se le cause dei decessi possono variare, non esiste una statistica ufficiale. Parla con pudore dei problemi economici che hanno portato alle tensioni in famiglia, al divorzio, alla decisione della moglie di trasferirsi con la bambina in un'altra regione. 

Sempre dall’articolo di Anais Ginori: «Attraversato un bosco, in fondo a una strada sterrata, Pipet ci mostra la stalla vuota di un amico, divorziato e solo come lui. I genitori erano fornitori del gruppo Lactalis. Quando sono subentrati i figli, hanno deciso di fare investimenti per allargare la produzione. Le cose non sono andate come speravano. Il silos nuovo di zecca è rimasto vuoto perché all'improvviso la speculazione sui cereali ha fatto raddoppiare i prezzi. Intanto, Lactalis ha abbassato le tariffe. Alla fine hanno dovuto chiudere, strozzati dai debiti».


Sono i danni "collaterali" del capitalismo.

venerdì 17 marzo 2017

Soluzioni prêt-à-porter



«… il lavoro costa troppo, rispetto al valore aggiunto prodotto mediamente dalla nostra economia.» Quante volte, negli ultimi secoli, abbiamo ascoltato, variamente declinate, questo tipo di geremiadi?

Esistono leggi che fissano un minimo al salario, ma non è mai esistita nessuna legge che determinasse il massimo dei profitti. E perché non possiamo stabilire questo limite? La cosa – come osservava quell’ipocondriaco di Treviri – si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta.

Il prezzo della forza-lavoro segue le leggi del mercato, ossia le leggi del modo di produzione capitalistico. Ad una offerta che supera la domanda, il prezzo scende o anche crolla. Allora, ci si potrebbe chiedere, lottare per condizioni di salario migliore non serve a nulla? Certo che serve, ma i lavoratori, gli schiavi del capitale, non devono nascondersi che tale lotta è volta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione.


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Quanto al leggendario padroncino del ristorantino carino di Rimini, il quale dichiara di essere disposto a pagare, tutto compreso, sedici euro l’ora il proprio cameriere, purché questi si faccia usare al bisogno, ossia per poche ore e per uno o due giorni la settimana, ci si dovrebbe almeno chiedere che altro farà questo schiavo negli altri giorni per sopravvivere. Una proposta: andassero a suonare il campanello alla porta del dottor Mario Seminerio, egli una soluzione pragmatica, densa di realismo e in armonia con le magnifiche e progressive sorti di questo sistema, la troverà senz’altro.