martedì 25 aprile 2017

Il carattere di classe del processo lavorativo (e distributivo)


Il percorso dell’avventura umana non è per nulla ineluttabile, lo sappiamo bene. Se 66 milioni di anni or sono non fosse piovuto dal cielo un certo sassolino, a dominare in questo pianeta sarebbero probabilmente ancora dei rettili giganteschi. E chissà quanti altri analoghi petardi ci hanno mancato per un colpo di vento divino. Del resto era già tutto scritto, altrimenti Gesù e Maometto non sarebbero mai nati. Se poi siamo passati dalle palafitte ai grattaceli, dalle lucerne ad olio alle lampade a Led, da Michelangelo Buonarroti a Michelangelo Pistoletto, qualcosa vorrà pur dire.

Anche se forse non ce ne rendiamo ancora ben conto, stiamo incominciando a vivere tempi molto interessanti. Almeno noi che non viviamo sotto i cieli intensi di Siria e Afghanistan. Per molti aspetti è in atto non solo una cesura col Novecento ma con gran parte della nostra storia precedente. Nonostante miliardi d’individui stentino a campare, si fa sempre più leggibile la possibilità di separare l’economia dalla vita, dal nonsenso dell’impero del valore di scambio, dalla funzione che aliena il lavoratore, dalla curva variabile dei mercati che decide a distanza il destino dell’umanità.

Il capitalismo esibisce la sua verità e la sua menzogna e mette in scena il proprio fallimento con la stessa dedizione con la quale aveva messo in piedi lo spettacolo del benessere per tutti e senza fine. Ormai sono degli organismi privati che si sostituiscono allo Stato borghese vacillante, gestiscono tutto, dalle carceri alla miseria, dalla previdenza sociale al gioco d’azzardo, dall’acqua a ogni tipo d’inquinamento. Ciò segnala l’imminenza del diluvio e la necessità di costruirci un’arca dove trovare posto. È già ciò che hanno fatto, mentre molti di noi s’attardano con elezioni e sondaggi, i ricchi nei loro rifugi esclusivi e sorvegliati.

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lunedì 24 aprile 2017

"Attaccare gente sconosciuta, molto lontana da qualsiasi gioco politico"


Le elezioni presidenziali francesi confermano che a regnare è l’ipocrisia, il grande inganno e la paura alimentata ad arte.

L’ipocrisia. La classe dirigente è ben consapevole delle tensioni di classe esplosive in ​​Francia e in tutta Europa. Due terzi dei francesi dicono che la lotta di classe è una realtà quotidiana della vita. Allo stesso tempo, gli elettori dicono che la loro principale preoccupazione non è il terrorismo, ma i posti di lavoro, i salari e le condizioni sociali.

L’inganno. Karim Cheurfi, cittadino francese con una specchiata carriera criminale con quattro condanne, una delle quali per aver sparato a due poliziotti, e un lungo periodo passato in cella, da cui era uscito nell’ottobre 2015, simpatizzante del sedicente Stato islamico, era stato arrestato nel mese di febbraio dopo aver cercato di procurarsi delle armi e affermando che voleva uccidere dei poliziotti. Nonostante severe leggi sul controllo delle armi, Cheurfi era in qualche modo riuscito a procurarsi un fucile automatico, un fucile da caccia e diversi coltelli, che ha portato con lui durante l'attacco.

La paura. Vincenzo Vinciguerra, un terrorista di estrema destra legato a Gladio e che sta attualmente scontando una condanna all’ergastolo per l’autobomba che uccise tre carabinieri, ha dichiarato durante la testimonianza giurata su Gladio nel marzo del 2001:

“Dovevi attaccare i civili, la gente, donne, bambini, persone innocenti, gente sconosciuta molto lontana da qualsiasi gioco politico. Il motivo era piuttosto semplice. Si pensava di costringere questa gente, il pubblico italiano, a rivolgersi allo Stato per chiedere maggiore sicurezza. Questa è la logica politica che è all'origine di tutti i massacri e gli attentati che restano impuniti, perché lo Stato non può dichiararsi colpevole o responsabile di ciò che è avvenuto”.

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sabato 22 aprile 2017

Sua maestà il caso

Augustinerkirche - Monumento funebre di Maria Cristina
Ad esso si ispirarono gli allievi del Canova
per realizzare quello della Chiesa dei Frari

Domenica sera stavamo in un ristorante di Grinzig. Subito dopo di noi entrava una comitiva di italiani. Un po’ di trambusto per l’assegnazione dei posti. Al tavolo fianco il nostro viene a sedersi una coppia che parla veneto. Da decodificazione fonetica localizzo la provincia. Lui, il marito, si reca alla toilette. Attacco bottone con la signora: veneti di dove? Dopo poche battute scopriamo che io e la signora abbiamo frequentato le elementari nella stessa scuola, anzi, eravamo nella medesima classe. Quando mi ha detto il suo cognome m’è venuto un tuffo al cuore. Grande è stata la sorpresa, e la commozione, dopo tanto tempo, di ritrovarci in un luogo così lontano e impensato.

venerdì 21 aprile 2017

Bene, benissimo



Sentivo alla radio stamane descrivere il programma del Movimento cinque stelle. In esso è contenuta la proposta di ridurre la giornata e la settimana lavorativa in modo da allargare l’offerta di lavoro a parità di salario. Molto bene, anzi, benissimo. Solo un paio di domande: pensano davvero che la cosa sia fattibile senza che vi sia un accordo quantomeno a livello europeo? Credono davvero che tale riduzione della giornata e la settimana lavorativa che non sia mera finzione possa avvenire tramite provvedimenti legislativi, ossia laddove la politica è legata mani e piedi al debito pubblico, ai ricatti del grande capitale e ai dettami della concorrenza internazionale? Se lo credono veramente sono a dir poco degli ingenui. Se invece, come penso, si tratta solo di propaganda elettorale, allora il giudizio cambia.

Scrivevo ieri: “se da un lato è necessario ridurre la giornata lavorativa normale e la settimana lavorativa, per dar modo di lavorare a tutti, dall’altro lato ciò non è ancora sufficiente, poiché deve entrare in discussione non solo una nuova distribuzione del lavoro, ma devono mutare le condizioni materiali e giuridiche stesse in cui avviene il lavoro”.

Per ottenere questo risultato non bastano i parlamenti, tantomeno quello italiano, ma serve una ri-vo-lu-zio-ne! Parolona, vero? Eppure si vedrà che il programma della rivoluzione sociale ritornerà prepotentemente all’ordine del giorno. Sempre che prima qualche Stranamore non ci arrostisca tutti.


giovedì 20 aprile 2017

Salario di cittadinanza e sistema Ponzi



Massimo Cacciari, a riguardo del cosiddetto “salario di cittadinanza”, sostiene che:

«Il capitalismo funziona a riduzione del tempo di lavoro necessario. Il lavoro necessario si va riducendo. Quelli che non producono ricchezza in una forma o nell’altra, vanno eliminati, licenziati, e poi assistiti? No. Vivono, e devono vivere decentemente. C’è un problema che è molto di più che distributivo. Non siamo più nell’epoca dell’etica del lavoro.»

In questo ragionamento si colgono delle verità (a mezzo), delle reticenze e delle contraddizioni. In tutti questi bei discorsi si tace un fatto essenziale, ossia le condizioni sociali nelle quali avviene il lavoro. Si tace, ad esempio, il fatto che questa è, al pari delle precedenti, una società di classe in cui prevalgono le pretese delle diverse specie di proprietà privata, poiché le diverse specie di proprietà privata sono le basi della società. Se non si parte da questo presupposto si fanno solo chiacchiere sul lavoro e sulla società.

mercoledì 19 aprile 2017

Perché perdere giorni preziosi?



Dopo alcuni giorni di astinenza dai clamori dei media si prova un notevole disagio nel dover rientrare nel gioco delle chiacchiere, sui ponti che crollano, sulla discarica di Malagrotta, sui medici che litigano e intanto muore un bimbo, sulla incredibile querelle sui vaccini, sull’inesausta polemica sulle pensioni,  sulla magistratura che intercetta qui e là, sulla totale confusione in cui versa il paese e la sua povertà anzitutto etica, eccetera.

Giorni tranquilli, sereni, quelli della festività pasquale? Abbastanza. Avrebbero potuto essere ancora più spensierati tra una cattedrale gotica e l'altra se, poche ore dopo la nostra partenza, non avesse suonato alla porta di casa, ovviamente due volte, il postino. Una notifica della Procura della repubblica presso il tribunale di …, che sarà possibile ritirare solo al mio ritorno, come m’informa telefonicamente un mio familiare. Che cazzo vuole la Procura, non ha null'altro di cui occuparsi che della mia modesta persona? Tutto è possibile in questo meraviglioso paese, specie alla vigilia di natale (come già mi successe) e alla vigilia di pasqua.

Allora vi racconto un po’ di atti miei. Nel marzo del 2015 ho querelato un tizio che per strada, in presenza di altre persone, senza alcun altro motivo, salvo l’accusa fondamentale di essere “comunista di merda”, rilasciava ad alta voce al mio indirizzo una serie di contumelie non riferibili in questa sede, se non altro per il fastidio di doverle ripetere.

Sennonché un Vice procuratore onorario in data 10 gennaio 2017 firma una “Richiesta di archiviazione parziale”, poiché, a seguito dell’entrata in vigore del decreto legislativo n. 7/2016, l’art. 594 c.p. è stato abrogato, e dunque anche il reato è stato depenalizzato. E questo già lo sapevo da me. Tale richiesta è stata poi vistata il successivo 23 gennaio dal Sostituto procuratore, poi, il 17 marzo, con tutto comodo, è stata tratta copia conforme all’originale dal funzionario giudiziario, e infine, in data 14 aprile 2017, l’ufficiale giudiziario ha inviato per posta la copia conforme.

Il querelato, nel frattempo, esattamente il 10 ottobre 2015, è crepato. Forse a causa delle mie maledizioni, ma su ciò la procura non indagherà per mancanza d’intercettazioni in tal senso. Del decesso del querelato la procura non ha mai avuto notizia. Comico è che nella Richiesta di archiviazione parziale trovi scritto: “tenuto conto altresì del pregiudizio che l’ulteriore corso del procedimento potrebbe arrecare alle esigenze di lavoro, di studio, di famiglia o di salute della persona sottoposta ad indagini”. Tutto questo riguardoso rispetto per quanto concerne il querelato, ma per il querelante se ne fottono e gli spediscono l’atto giudiziario la vigilia di pasqua. Del resto, perché lasciare al vento altri giorni preziosi?

giovedì 13 aprile 2017

Un paese fallito


4.453.400.000.000.000. È la cifra, espressa in lire, del debito pubblico italiano. Senza contare i derivati sottoscritti e le cosiddette sofferenze delle banche italiane, le quali per altro detengono i titoli che rappresentano buona parte del debito pubblico. Davanti a queste cifre mostruose ogni chiacchiera su euro sì o euro no è priva di senso.

Il debito era di lire 3.096.047.323.000.000 nel 2007. È poi salito a 3.674.935.000.000.000 di lire a fine 2011, con un aumento di oltre 100.000.000.000.000 per anno. Nei successivi cinque anni il debito è aumentato, mediamente, di circa 145.220.000.000 di lire l’anno. Ciò significa che in nove anni il debito in termini assoluti è aumentato complessivamente di circa 1.350.000.000.000.000, vale a dire mediamente di 150.000.000.000 l’anno. In buona sostanza la tendenza, nonostante riforme pensionistiche, tagli alla spesa sociale, le vantate privatizzazioni e razionalizzazioni, non solo non è mutata ma anzi aggravata, e nulla (ma proprio nulla) lascia presagire che possa cambiare.

Anche se si riuscisse a non fare nuovo debito – ipotesi irrealistica – e anzi a ridurlo anno per anno di 100.000.000.000.000 di lire – ipotesi assolutamente fantastica –, ci vorrebbero vent’anni solo per vederlo ridotto del 40 per cento circa. Pertanto si tratta di un debito che non solo non si riuscirà mai a ripagare, nemmeno in parte, ma che continuerà a crescere, qualunque esito potranno sortire le elezioni politiche e quale che sia il programma e l’azione dei prossimi governi.

Buona pasqua.



mercoledì 12 aprile 2017

La buona scuola (americana)



Una carta revolving più che una carta di credito è una carta di debito. È nata per favorire le spese a debito, rateizzabili, e permettere alle banche di lucrare sui relativi interessi. Dal Sole 24ore si apprende che nei soli Stati Uniti d’America il debito privato accumulato con questo tipo di carte ha raggiunto la stratosferica cifra di 1.000 miliardi di dollari, vale a dire circa 3.000 dollari di debito per ogni abitante. Solo con questo tipo di carte. L’indebitamento medio delle famiglie, anche se in calo, è al 72% del Pil. Gli Usa sono indebitati complessivamente tra debito pubblico e privato per 2,7 volte il Pil.

Un recente rapporto mostra come il costo per frequentare i college americani stia diventando sempre più insostenibile. Lo stesso rapporto mostra come l'80 per cento dei college americani sono troppo costosi per la maggior parte degli studenti americani. Su più di 2.000 scuole, quasi la metà (48 per cento) sono accessibili solo a studenti con un reddito familiare superiore a 160.000 $ e più di un terzo (35 per cento) sono accessibili solo per studenti con un reddito familiare superiore a 100.000 $. Di qui il ricorso ai prestiti e il relativo indebitamento.

L’indebitamento per i prestiti agli studenti (uno dei tanti Leit-motiv della leggenda americana che si vorrebbe introdurre anche qui da noi) ha oltrepassato i 1.300 miliardi, riguarda 42.400.000 americani, ed è praticamente raddoppiato in otto anni. Ciò che il Sole 24ore non dice riguarda l'aumento del 17 per cento, dal 2013, degli studenti mutuatari di prestito insolventi. Sono ora 1.100.000. Un mutuatario è considerato in default quando nessun pagamento è effettuato per più di 270 giorni. Qui da noi si vuole far diventare mutuatari delle banche anche i pensionati!

La soglia dei 1.000 miliardi di debito è già stata superata anche per gli acquisti di auto. Scrive il quotidiano italiano che “secondo alcune statistiche circa un terzo dei prestiti auto di Capital One Financial, uno dei big del settore, sarebbe destinato alla categoria subprime”. E ciò ci porta al discorso delle bolle finanziarie.

A muoversi all’insù è anche il debito pubblico mondiale, oggi pari a 215mila miliardi (il 325% del Pil globale), di cui 70 (quindi un terzo) accumulato negli ultimi 10 anni. A tale riguardo ci dicono di stare tranquilli, “non sembra che ci siano le premesse per avere paura”. Il sistema regge e reggerà, ma non all’infinito.