lunedì 25 settembre 2017

Elezioni tedesche: non cambia nulla



Con aggiornamento sui dati definitivi dei seggi attribuiti.

Per il Centro (Die Mitte) della Merkel è una batosta, con la perdita di 4.462.145 voti (-8,61%), e può contare su 246 seggi rispetto ai precedenti 311. Per la SPD è il risultato peggiore dal 1949, con la perdita di 3.305.091 voti (-5,22%), 153 seggi rispetto ai precedenti 193. Pertanto la Grande coalizione tedesca tra centro e socialdemocratici perde complessivamente 7.767.236 voti, e passa da 431 seggi a 399 (-32). Ad ogni modo sufficienti per governare (il totale dei seggi è 690, mentre nel 2013 era di 631), posto che Martin Schulz se ne dovrà andare dalla presidenza della SPD (anche se ha dichiarato il contrario) per lasciare probabilmente il posto a Manuela Schwesig, il primo ministro del Meclemburgo-Pomerania occidentale. Non dovrebbe quindi cambiare sostanzialmente nulla in Germania (maggioranza assoluta 346 seggi), salvo il fatto che si dovranno recuperare i voti persi a favore dell’estrema destra che ha ottenuto 5.877.094 voti, infatti AFD entra in parlamento con 94 seggi, avendo superato abbondantemente la soglia di sbarramento del 5%. Da notare che entrano in parlamento anche i liberisti del FDP con quasi 5 milioni di voti e 80 seggi. Un’opposizione AFD più FDP che può dare qualche fastidio. Singolare, come sempre, la situazione della capitale, dove Die Linke è nettamente il primo partito.

domenica 24 settembre 2017

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Sapete che cos’è la biliverdina? Io non lo sapevo. Si tratta di una sostanza legata alla degradazione del sangue. Pare sia stata identificata – scrive il Corriere della sera – tra le fibre della sindone grazie alla tecnica della spettroscopia Raman, che riconosce la struttura delle molecole, come fosse una sorta d’impronta digitale. Tempo addietro pare sia stata riconosciuta anche la presenza di un componente del sangue come la creatinina e di una proteina presente in molti tessuti, come la ferritina.

I due risultati indicano – scrive sempre il Corriere – che l’uomo avvolto nella sindone aveva affrontato una morte crudele, un trauma produce la biliverdina come degradazione dell’emoglobina nel sangue e la creatinina con ferritina risulta dalla degradazione delle fibre muscolari. Nessun’altra causa è stata presa in considerazione, e soprattutto nessun dubbio che si tratti di tracce ematiche.

Cascano male, e noi con loro



Non sembriamo, in generale, abbastanza avvertiti e preoccupati di ciò che sta avvenendo e minaccia di accadere fuori dei nostri patri confini, e ciò soprattutto perché siamo presi dal grande evento riminese, dove un trentunenne è stato incoronato, a furore di web, candidato presidente del consiglio dei ministri. In un paese fantasioso come l’Italia tutto è possibile. Ad ogni modo provo a parlare d’altro e scusate l’insistenza.

Sulla scia del discorso bellicoso e minaccioso del presidente Trump alle Nazioni Unite di quest’ultima settimana, la guerra di dichiarazioni tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord si è intensificata aumentando il pericolo di un conflitto militare catastrofico, dagli esiti imprevedibili.

venerdì 22 settembre 2017

Non di solo assistenzialismo



Ritorno brevemente sull’articolo di Salvatore Rossi di ieri. La cosa che di quell’articolo mi trova meno d’accordo, di là delle cifre e delle considerazioni, sta nel titolo. Quel riferimento all’assistenzialismo tout court che può dare, mi rendo conto, anche fastidio. Chiaro che il Sud non è solo assistenzialismo (quanto ad assistenzialismo – pur con un impiego delle risorse incomparabilmente migliore – le due province autonome di Trento e Bolzano non scherzano). Il Sud personalmente lo conosco molto bene, starei per dire benissimo. È fatto prevalentemente di tanta brava gente – non è un modo ruffiano di dire – che lavora e spesso si spacca la schiena. Persone che pur di lavorare sono emigrate, come del resto è capitato anche a generazioni di Veneti e Friulani. Ma il Sud è anche, ben lo sappiamo, indolenza e rassegnazione. Quest’ultima è facile da condannare, ma lì le cose non sono per nulla facili, il rischio è alto per chi si oppone ad un certo andazzo. Poi viene anche il secolare assistenzialismo, che però va inquadrato storicamente e nelle realtà concrete. Soprattutto – e qui riprendo quasi alla lettera un commento al post di ieri – la miope borghesia meridionale ha preferito rimanere sul cavallo della rendita e del finanziamento pubblico – quindi passibile di ampi storni – invece di rischiare una fondata e duratura evoluzione del proprio contesto produttivo e sociale. La politica nazionale ha seguito lo stesso ragionamento conservativo, anche per ragioni elettorali, favorendo uno status quo già allora insostenibile, e dunque l’assistenzialismo camuffato da pubblico impiego, da finanziamenti a fondo perduto, pensioni di invalidità, contributi previdenziali fittizi a go-go, ecc..


Questa mattina, di getto, su un tema di discussione di per sé infinito e quanto mai controverso, volevo aggiungere questo.

giovedì 21 settembre 2017

Una vecchia, irredimibile, questione



Ieri su il Foglio è stato pubblicato un lungo articolo a firma di Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d'Italia, dal titolo molto eloquente: Appunti definitivi sulla vexata quaestio meridionale, che non è una questione. Si chiama assistenzialismo secolare.

L’articolo prende avvio riportando alcuni dati macroeconomici:

Al Sud risiede un terzo della popolazione italiana, ma vi si produce un quarto del pil complessivo, un quinto del pil del settore privato e si esporta un decimo; vi si concentra invece quasi metà dei disoccupati italiani e i due terzi dei cittadini poveri, secondo la definizione di povertà relativa. Dalla seconda metà degli anni Settanta l'inseguimento che il sud aveva iniziato con qualche successo nei confronti del Nord si è fermato: il prodotto pro capite a valori correnti al Sud era poco più di metà di quello del centro-Nord nel 1951; si innalzò fino a circa il60 per cento nella prima metà degli anni Settanta; da allora è ridisceso, al 56 per cento due anni fa, secondo gli ultimi dati disponibili (ottenuti combinando opportunamente le fonti Istat e Svimez).

Le cause di questa arretratezza e inefficienza cronica, di questo divario così troppo netto tra Nord e Sud, non riguardano, per esempio, le risorse destinate al Sud, ma piuttosto come esse sono state e vengono impiegate. Quindi un problema di gestione e di classe politica, sicuramente. Un problema di infrastrutture di comunicazione, di strade e ferrovie. Certo, anche questo. La vicenda della Salerno-Reggio è fin troppo nota. Un problema di distanze, laddove si consideri che far arrivare i componenti per auto a Termini Imerese per poi assemblarli e rispedirli via nave è cosa cervellotica.

E allora, di che cosa dovrebbe vivere, per esempio, la Calabria e la Sicilia? Di agricoltura, pesca, turismo, di artigianato? E perché no? Se però si devastano le coste con milioni di vani abusivi, poi condonati con leggi regionali ad hoc, peraltro spesso senza realizzare le opere di urbanizzazione, sarà difficile incentivare il turismo, soprattutto quello dal Nord Europa che anche nella stagione invernale potrebbe trovare accoglienza nel clima mite di queste regioni. Se siete stati, per esempio, alla spiaggia di San Vito Lo Capo, non c’è bisogno di commento. E di situazioni così ve ne sono molte, troppe. Quel degrado non è colpa né della politica né di altri che non siano gli stessi fruitori di quel sito, e anche di tante persone per bene che tollerano che tutto ciò avvenga.

E la situazione al Sud, per fortuna non omogenea, è la stessa per molti versi di ciò che avviene a Roma. Hai voglia a cambiare amministratori, neanche con la legge marziale si pone più rimedio a decenni di tanto schifo.

N.B. : al Nord le cose non vanno benissimo, vi sono situazioni che gridano anche qui, ma se non altro ci si sforza di non far traboccare il vaso.


mercoledì 20 settembre 2017

Il gusto per l’ironia involontaria



Il discorso pronunciato ieri da Donald Trump alla sessione di apertura dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York può ben dirsi senza precedenti sia per l'ONU e sia per la presidenza americana. Neanche Chruščëv, pur con ben altre motivazioni, era arrivato a tanto.

Parlando davanti a un consesso creato apparentemente per salvaguardare l'umanità “dal flagello della guerra”, il presidente americano ha apertamente abbracciato una politica di genocidio dichiarando che “Gli Stati Uniti hanno grande forza e pazienza, ma se costretti a difendere se stessi o i loro alleati, non avremo altra scelta se non quella di distruggere completamente la Corea del Nord”. Quindi di essere “pronto, disponibile e capace di distruggere totalmente la Corea del Nord” e i suoi 25 milioni di abitanti.

E che gli Stati Uniti sappiano creare dei pretesti ad hoc per un attacco “preventivo” non è cosa nuova e di cui stupirsi: dal Tonchino alle armi di distruzione di massa di Saddam, passando per le decine di guerre che costellano la loro storia recente e passata, possiamo essere certi che questo fascista non avrebbe esitato un attimo ad attaccare la Corea del Nord se essa non avesse confine con la Cina.

Al centro del discorso di Trump è stata come sempre la promozione dell’ultra nazionalismo: “America First”. Il presidente americano ha presentato il nazionalismo come soluzione per tutti i problemi del pianeta. “Lo Stato-nazione rimane il mezzo migliore per elevare la condizione umana”, ha proclamato in un discorso in cui le parole "sovrano" e "sovranità" sono state ripetute 21 volte.

Trump ha chiarito che la sua amministrazione è disposta a combattere contro qualsiasi nazione che non si pieghi al diktat di Washington. Tanto è vero che oltre a minacciare l'incenerimento della Corea del Nord perché sperimenta missili balistici e armi nucleari, ha minacciato di abrogare l'accordo nucleare del 2015 con l'Iran. Ha quindi messo gli Stati Uniti sulla via della guerra contro l'Iran, il cui il governo ha descritto come una “corrupt dictatorship,” un “rogue state” e un “murderous regime”.

Se Trump crede che l’Iran sia un medio paese mediorientale, una landa semi-desertica, torni a scuola. L’Iran ha una superficie pari a Regno Unito, Francia, Spagna e Germania messi assieme, e con quasi 80mln di abitanti, ed è uno dei paesi più montuosi del mondo, con vette che sfiorano i seimila metri, ricoperto da foreste con un clima molto piovoso, un territorio ideale per la difesa da attacchi esterni e per praticarci la guerriglia.

Alla vigilia del discorso di Trump, un funzionario senior della Casa Bianca ha detto ai giornalisti che il presidente americano aveva trascorso parecchio tempo a riflettere sul carattere “profondamente filosofico” del suo discorso. Non gli manca il gusto per l’ironia. Totalmente involontaria.
  

martedì 19 settembre 2017

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La filodrammatica non muore mai.

O molto furbo o gran coglione



Su il manifesto compare un’intervista di Roberto Ciccarelli a tale Rutger Bregman, un altro infatuato di tutto ciò che circola di più bislacco in tema di reddito di base universale. Secondo costui si tratterebbe di un’idea che non è né di destra né di sinistra. Infatti è la solita cagata.

Già nel 1974 – sostiene Rutger Bregman – questa forma di reddito fu sperimentata a Dauphin in Canada. « … è stato l’esperimento più lungo di reddito ed è stato dimostrato che la povertà crollò tra gli abitanti, come il tasso di ospedalizzazione e le violenze domestiche. Le persone non lasciarono il lavoro, ma s’impegnavano diversamente».

Anche prendendo per vero quanto dice, Bregman tralascia due informazioni essenziali: i pochi partecipanti all’esperimento sapevano che il giochino del reddito minimo era limitato nel tempo e che poi tutto sarebbe tornato come prima e che dunque alcune migliaia di dollari annui non valevano un posto di lavoro. È ben spiegato qui.

Tagliando corto su tali idiozie, veniamo al climax della proposta di questo povero disgraziato di passaggio in Italia:

Per la prima volta nella storia tutti, e non solo i ricchi, potranno avere il privilegio di dire «no» a quello che non vogliono fare.

Se tutti avessero la possibilità, dunque il privilegio, di dire «no» a quello che non vogliono fare, la società borghese (e non solo quella) chiuderebbe i battenti prima di sera, e il signor Bregman troverebbe ben strano che nessuno voglia più alzarsi all’alba per pulire la stalla della fattoria dove viene prodotto il latte della sua colazione.

Il venditore di almanacchi farnetica che in tal modo si arriverebbe a “una soluzione win-win. Anche i ricchi otterrebbero dei benefici. Sradicare la povertà è un investimento che paga”.

È evidente che Bregman, la cui testa è piena di spazzatura se crede realmente a questa roba, non ha la minima idea su che cosa determini la condizione di povertà, ossia il bisogno di vendersi per sopravvivere. Soprattutto ignora il fondamento di ogni società di classe in generale, e la ragion d’essere del capitalismo in particolare. Il capitalismo non sono i “ricchi”. I quali, in senso stretto, non rappresentano nemmeno una classe sociale. Non basta essere ricchi per essere dei borghesi, né poveri per essere dei proletari. 

Tutti i ricchi del pianeta, posto per assurdo che abbiano effettivamente gli stessi interessi dei poveri, possono benissimo essere d’accordo con le stronzate alla Bregman, dare con larghezza in beneficienza il loro denaro per migliorare la condizione dei poveri, ecc.. Tuttavia il capitalista, quando investe, si aspetta un profitto. Non un profitto qualsiasi, bensì un determinato saggio del profitto. Il capitale ha bisogno di operare in determinate condizioni, e cioè di acquistare a un certo prezzo la forza-lavoro e di estrarne tutto il plusvalore possibile.

Quanto alla trita filosofia sulla tassazione dei profitti, è necessario aver chiara una cosa: forme e misura del welfare non sono né saranno mai una variabile indipendente dalle dinamiche dell'accumulazione capitalistica (*). Perciò, Rutger Bregman, o lei è molto furbo, oppure è un gran coglione.

(*) In Italia lo si è fatto credere per decenni, ed infatti vedi alla voce debito pubblico (e non solo).