domenica 25 settembre 2016

... nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!



Esiste una moneta comune, quella che ti fa dire con nonchalance: un miliardo. Se il governo dicesse, per ogni miliardo sciorinato, duemila miliardi (di lire), la percezione, almeno quella, sarebbe diversa. E ben diversa sarebbe, da oltre un decennio, la percezione della spesa quando per un chilo di pane ti chiedessero oltre diecimila lire (ma quanto potrà mai costare un chilo di farina?). E quale sarebbe la percezione se le nostre spese militari giornaliere fossero espresse in 92.940.960.000 con un debito pubblico che sfiora i 5.000.000.000.000.000?

Chi ha firmato e approvato per entrare nell’euro a queste condizioni ­– tanto più sapendo che non sarebbe stato possibile e in nessun caso praticabile l’uscita senza un bagno di sangue – dovrebbe oggi percepire una pensione corrispondente a non più di 2.000.000 di lire il mese, anziché di 40.000.000, tanto per fargli comprendere tangibilmente e con stile la differenza di cambio.

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venerdì 23 settembre 2016

La disuguaglianza dev’essere ragionevole



Uno degli errori più comuni quando si misurano le disuguaglianze sociali è quello di prendere a riferimento i più ricchi. Come se il padrone di un’azienda con 100 operai – ossia lo sfruttatore del lavoro di 100 operai, ma anche solo di 20 – possa trovarsi nella stessa situazione di qualsiasi dei suoi 100 operai. Quel padrone non fa parte di quell’uno per cento di cui parlava Joseph Stiglitz, ma del famoso 99 per cento che non può vantare decine di milioni o miliardi.

Premi Nobel e ideologia servono proprio a questo: confondere le cose. In questo modo si riesce a trasformare il padrone e l’operaio, la moglie del padrone e la sua cameriera, il direttore del Sole 24ore e lo scribacchino di redazione, il proprietario fondiario e il raccoglitore di pomodoro, come parte di un tutt’uno, di quel 99 per cento.


giovedì 22 settembre 2016

Elemento identitario comune (con aggiornamento)


È bizzarro come, all’improvviso, inaspettatamente, qualcosa che sembrava impossibile e nessuno vedeva evidente si è rivelato come per magia. La Camera, in attesa della ratifica del Senato, ha proclamato “ufficialmente il vino come patrimonio ambientale, culturale e paesaggistico del Paese”. Il presidente di Federvini, inebriato più del solito, ha dichiarato che “si è capita finalmente e all'unanimità l'importanza del vino come elemento identitario del Paese”. Dal canto suo, il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, inzuppando un cantuccio in un flûte di prosecco, ha intonato: “Con questo provvedimento rendiamo il vino italiano sempre più forte”.

Tra le novità inserite nel provvedimento è prevista una disposizione sulla salvaguardia e il recupero dei vigneti specialmente nelle aree soggette a rischio di dissesto idrogeologico o di particolare pregio paesaggistico. Dunque, innanzitutto salviamo i vigneti, al resto provvederemo in caso di bisogno con un sms di due euro a cranio. Inoltre è istituito dal Mipaaf, cioè dal ministero, uno schedario viticolo contenente informazioni aggiornate sul potenziale produttivo nel quale dovrà essere iscritta “ogni unità vitata idonea alla produzione di uva da vino”. Pertanto, se avete un filarino d’uva dietro casa non pensiate di farvi una damigianetta di Malbec o Syrah clandestino.

Pertanto non è vero che questo governo non ha fatto nulla. Oltre ai famigerati 80 euro, sui quali è campato Renzi finora, finalmente questo paese ha un elemento identitario comune: l’alcol.

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Dire che un determinato prodotto alimentare rappresenti l’elemento identitario di un Paese, mi sembra una forzatura. Il fondamentale elemento identitario di un paese, quello cioè che maggiormente sottolinea il senso di appartenenza, è la lingua (compresi i cosiddetti dialetti) e dunque la cultura. In questa trovano posto moltissimi elementi, com’è ovvio, e indubbiamente anche l’alimentazione e le tradizioni gastronomiche, che possono assumere anche una connotazione forte, ma per nulla tale da costituire di per sé un elemento identitario del paese. Potremmo mai sostenere che, tanto per esemplificare, la birra rappresenta l’elemento identitario dei paesi germanici, il riso quello degli asiatici, il whisky quello della Scozia, e dunque il vino quello dell’Italia? In quest’ultimo caso i tedeschi hanno sempre avuto un altro stereotipo a riguardo degli italiani. Da notare poi, che le maggiori estensioni di vigneti sono in Spagna (1,021 milioni di ettari), in Cina (0,82 milioni di ettari, con una crescita di 34.000 ettari nel 2015), e in Francia (0,78 milioni di ettari). L’Italia, nel 2010, registrava 0,67 milioni di ettari, e in prospettiva storica, cioè dal 1982, perdeva il 45% del suo vigneto. Il calo non si è arrestato, come conferma la tabella qui sotto. Come l’Italia riesca a risultare il primo produttore di vino al mondo è un altro paio di maniche.

Integrati



Guardate questa foto: l'unto regna sovrano già nell'ingresso. Immaginiamo la cucina, la toilette e il resto di questa trattoria. Questa è Roma, e c'è anche di peggio. Il sindaco Raggi aveva in questo caso un dovere preciso: chiamare i vigili per un controllo e far chiudere il locale. Invece a Roma non cambierà nulla o molto poco, sono perfettamente integrati nell'ambiente in cui vivono.

mercoledì 21 settembre 2016

Sua madre ...



In Italia s’innova poco, e scarsi sono gli investimenti. Eppure, in piena rovina neoliberale, abbiamo sottomano un’ottima opportunità per mettere in sintonia i nostri bisogni – non importa si tratti di beni essenziali o di ossessioni edonistiche – con le altrimenti modeste possibilità economiche. Non mi riferisco a trovate della spumeggiante fantasia di politicanti poi reclamizzate da devoti opinionisti, ma a qualcosa di assolutamente concreto: una materia prima da trasformare addirittura in oggetti preziosissimi da vendere eventualmente sul mercato, oppure da dare in pegno a Bruxelles in cambio di un po’ di spesa pubblica aggiuntiva. Che cosa si tratti di valorizzare opportunamente è presto detto. Se è in picchiata la natalità è invece in aumento la mortalità. In attesa dell’Istat, fidiamoci dei bollettini parrocchiali. Non ci mancano dunque i cadaveri da trasformare in diamanti. Non ci credete? Scrive l’autorevole quotidiano torinese La Stampa:

«I giapponesi fanno la fila. E così i tedeschi, gli austriaci, gli svizzeri. Popoli diversi per latitudine, cultura e religione, accomunati dalla pratica di cremare i defunti. Quando gli si propone di fare un passo più in là, e di portare alle estreme conseguenze il processo di cremazione, trasformando le ceneri del caro estinto in un diamante - cosa che da una decina di anni è possibile in uno stabilimento in Svizzera - non si tirano indietro scandalizzati. […] Se nel mondo si procede al ritmo di 800-900 diamanti umani all’anno, in Italia a malapena c’è una decina di casi. E la società Algordanza non nasconde la delusione. «Siamo lontani dalle attese», riconosce l’amministratore delegato della consociata italiana, Walter Mendizza.»

Prosegue l’intraprendente Mendizza:


«Per noi, la cosa peggiore è l’abbandono dei defunti. Intendo i nostri cimiteri, luoghi senza alcuna grazia, inadatti ad accogliere i nostri cari. Peggio ancora per la dispersione delle ceneri in aria. Capisco l’aspetto romantico, ma siamo agli antipodi. Il defunto deve essere sempre con noi, in un diamante che portiamo al collo o al dito». E mentre parla, indica un diamante che porta al collo: “È mia madre”.»  

Après



Après nous le déluge, sembrano dire quelli del governo e i suoi sostenitori, citando una frase attribuita a madame Jeanne Antoinette Poisson. Ed infatti, dopo l’inetto Luigi XV venne il povero Luigi XVI, che tanti debiti fece per aiutare gli ingrati indipendentisti americani. Oggi ricorre il 224° anniversario della proclamazione della prima repubblica francese. In Italia, invece, la terza repubblica dovrebbe nascere tra alcuni mesi, non appena il governo deciderà la data del referendum costituzionale. Sempre che al plebiscito vinca il Sì. Se invece dovesse vincere il No, allora pioverà di brutto e non saranno escluse inondazioni. Renzi potrà dire a sua volta: après moi le déluge! È l’incomprensione che separa il genio dalla plebe. Gli rimarrà solo la stima lontana e impersonale del mercato. Oppure nevicherà copiosamente fino alle quote basse, le scuole resteranno chiuse e nelle farmacie saranno presto esaurite le benzodiazepine. Tutto dipende, dunque, dalla data nella quale si andrà a votare e dall’esito del voto.

martedì 20 settembre 2016

Un paese di valore ... aggiunto


Alle mie latitudini non si dovrà attendere domani per l’autunno. Nella primavera scorsa erano cominciati gli incontri tra governo e sindacati per sbrogliare la matassa complicatissima (si fa per dire) delle pensioni, ossia per apportare qualche correttivo alla famigerata legge Napolitano-Monti-Fornero. La riunione finale era stata calendarizzata per la fine dell’estate, ossia per il 12 scorso, poi spostata al primo giorno d’autunno per consentire a governo e sindacati di “lavorarci”. Oggi si viene a sapere che l’incontro di domani è stato spostato al 27 di questo mese. Forse, perché quello è il giorno della trasmissione della nota di aggiornamento del Def, il Documento di economia e finanza, al Parlamento. In quella nota ci saranno tutte le nuove cifre dell'economia italiana. Dunque che cosa contratteranno mai i sindacati col governo in tema di pensioni che già non sia stato deciso dal governo stesso?

Pertanto, si può star sicuri che per quella data non si definirà un bel nulla, e si mangerà la zuppa preparata e offerta da via XX settembre. Prova ne sia, come anticipavo la scorsa settimana e come conferma oggi Repubblica, che “in buona sostanza non ci sarebbe ancora nulla di scritto – un piano, dei numeri, qualche proiezione – da mettere sul tavolo. Mancherebbe cioè la sostanza, dopo tante chiacchiere e indiscrezioni” (*).

Un paese di magliari e di buffoni, non c’è da meravigliarsi più di nulla. Un paese in cui si paga un’imposta del 22 per cento per la carta con cui ci si pulisce il culo. Sul valore aggiunto, appunto!

(*) “Ma perché il vertice salta? Curiose le giustificazioni. Per Palazzo Chigi il contrattempo è dovuto alle difficoltà "di uno dei leader sindacali". No, è il governo ad avere "problemi tecnici", trapela da fonti sindacali”.


Loci communes



Nell’ormai lontano gennaio 2010, in uno dei primi post di questo blog, scrivevo che “La quantità di tutto ciò che questa società ci impone e ci infligge ha già superato la soglia oltre la quale ogni equilibrio faticosamente costruito viene rotto con violenza”. Quanto ai problemi che ci troviamo ad affrontare, soggiungevo che “oggi siamo giunti precisamente al punto in cui non è più possibile risolverne nessuno senza risolverli tutti”. Questa riflessione, se si vuole anche in sé banale, nel tempo ha trovato modo di farsi sempre più vera e attuale.

Abbiamo di fronte una crisi economica che diventa ogni giorno di più crisi sociale acuta, e dall’una e dall’altra, strettamente connesse, non si uscirà per vie pacifiche. Crisi degli Stati nazionali, che un tempo erano proprietari di una cospicua struttura produttiva e di una fitta rete comunicativa. Crisi politica gravissima, laddove i partiti di massa, che per decenni avevano dominato la scena, sono diventati, nel disincanto che diventa discredito pressoché generale, meri comitati elettorali. È crisi degli organismi sociali intermedi, dal sindacato alle corporazioni, delle Chiese e della scuola, e crisi irreversibile dell’istituto della famiglia. Insomma, è in crisi profonda la società civile organizzata per come l’abbiamo conosciuta.

Dati gli attuali rapporti sociali e nel quadro geopolitico che si è venuto a determinare nell’ultimo trentennio, la realtà s’incarica di dirci che nessun cambiamento è ormai possibile, non senza terribili scosse. Abbiamo davanti a noi due prospettive: quella di un conflitto armato generale e quella di una rivoluzione sociale senza precedenti. È più difficile stabilire se questa seconda prospettiva farà effettivamente seguito alla prima. Una cosa sembra certa, qualcosa di nuovo e di sconvolgente accadrà molto presto, al massimo nel prossimo decennio.

«A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l'innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura.»

Marx, sempre con questo maledetto vecchiaccio dobbiamo fare i conti, ci piaccia o no.

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