giovedì 14 febbraio 2019

Per fare che cosa d’altro?



Mi chiedo sempre più spesso se ci si rende conto che siamo ben dentro a una crisi di sistema e che essa va ben oltre la crisi della rappresentanza politica. Finora non è maturata nessuna soluzione che possa offrire stabilità al sistema, sia pure una stabilità relativa come da nostra tradizione. La parola "partito" è diventata odiosa tanto da scomparire nel nome delle formazioni politiche (tranne in un caso, che già ci si appresta a risolvere); lo stesso sta accadendo per la parola "politica". Quanto alla "democrazia", stiamo già sperimentando la “democrazia diretta”, cioè diretta dalla Casaleggio Associati, che punta a una repubblica plebiscitaria fondata sulla piattaforma di loro proprietà. Riguardo poi all’autonomia che sarà concessa alle regioni del nord, essa potrebbe rappresentare – non è azzardato ipotizzarlo – una svolta decisiva e dagli esiti imprevedibili.

Sarebbe dunque necessario cogliere in anticipo la direzione dei tempi per organizzare qualcosa che metta al riparo da derive pericolosissime. Tuttavia non c’è progetto in tal senso, anzi, in molti casi nemmeno intuizione di una situazione che è già sfuggita di mano (è illusione sperare che la prossima débâcle economico-finanziaria chiarisca anche agli orbi il fallimento dell’attuale governo e che ciò basti a rimettere in carreggiata la sinistra parlamentare). C’è al massimo un richiamo generico all’unità. Va bene, uniti contro, forse, ma per fare che cosa d’altro? Magari per mettere mano un'altra volta allo Statuto dei lavoratori, o per rendere ancor più compatibile e flessibile la schiavitù salariata in nome della "crescita"? Per questo basta la destra, e Renzi & C. sono stati più che abbondanti.

mercoledì 13 febbraio 2019

Sulla riduzione dell'orario di lavoro



Scrive il vivacissimo dottor Mario Seminerio nel suo blog:

Un po’ come credere che serva “lavorare meno, lavorare tutti”. Un peccato che gli orari di lavoro tendano a ridursi in conseguenza della progressione di produttività, cioè come redistribuzione della medesima, e non il contrario. Ma queste inversioni dei flussi causali sono leggende metropolitane italiane dure a morire.

La conseguenza della progressione di produttività porta tendenzialmente gli orari di lavoro a ridursi? Sono novant’anni che la giornata di lavoro media è fissata in otto ore. Forse non c’è stata nel frattempo progressione di produttività del lavoro?

Partiamo dalle basi: l’operaio ha bisogno di tempo disponibile per la soddisfazione dei propri bisogni fisiologici, sociali e finanche intellettuali, la cui estensione e il cui numero sono determinati dallo stato generale della civiltà. La variazione della giornata lavorativa si muove dunque entro limiti fisici e sociali, che sono di natura assai elastica e permettono un larghissimo margine di azione. Così troviamo, secondo le epoche e i paesi, giornate lavorative di otto, dieci, dodici, quattordici, sedici e perfino diciotto ore, quindi di diversissima lunghezza.

martedì 12 febbraio 2019

Il rito del vittimismo italiano


Foibe, la memoria corta degli italiani


A poco più di due settimane dal giorno della Memoria in ricordo della Shoah, gli italiani sono chiamati a celebrare con il giorno del Ricordo l’orrore e la tragedia delle Foibe. In entrambi i casi come vittime, ma in entrambi i casi come vittime non innocenti. Se nello sterminio degli ebrei furono complici dei nazisti, nel caso delle foibe furono coinvolti da un insieme di circostanze più complesse, che solo la memoria corta degli italiani e l’ipocrisia di buona parte della classe dirigente hanno espulso dalla memoria collettiva.

Già altre volte abbiamo sottolineato le responsabilità del regime fascista nella snazionalizzazione degli sloveni e dei croati che dopo il 1918 vennero a trovarsi entro i confini dello stato italiano. Nel 1941 l’aggressione dell’Italia alla Jugoslavia e l’annessione violenta della provincia di Lubiana a Regno d’Italia contribuirono in modo decisivo alla dissoluzione dello stato Jugoslavo e alla apertura della fase storica che sfociò nella Jugoslavia di Tito. In ciascuna di queste fasi le autorità politiche e militari italiane, al di là di ogni problema geopolitico, si mossero nel presupposto che le popolazioni slave rappresentassero, come ebbe a dire nessun altri che Mussolini, una razza inferiore e barbara nei cui confronti fosse possibile e lecito imporre il pugno duro e purificatore dei dominatori.

lunedì 11 febbraio 2019

Una piccola tessera





È sempre interessante leggere ciò che dice Mario Seminerio sul Fatto quotidiano e altrove. S’interroga sulle cause del deterioramento della congiuntura economica. Non solo quella italiana, ma anche di quella tedesca, cui il nostro paese è legato a doppio filo. Sulla crisi tedesca scrive “che ormai da mesi impegna gli economisti, che non sanno decidere se si tratti di fenomeno transitorio o persistente”. La congiuntura italiana, oltre a risentire direttamente della negatività tedesca, denota “una radice del tutto endogena, riconducibile alla fortissima incertezza causata dall’azione dell’esecutivo”, scrive.

Che gli idioti attuali aggravino la situazione, non solo economica, nessuna persona di senno può negarlo. Si poteva attuare una politica d’impronta realmente espansiva, posto che il debito pubblico è destinato ad aumentare comunque (*). Tuttavia che un governo diverso dall’attuale possa fare molto di più che escogitare dei palliativi, dubito fortemente, non solo per la cronica fragilità del sistema politico ma perché siamo una piccola tessera di un enorme puzzle.

A prescindere ...



I salari medi italiani sono i più bassi. Di gran lunga i peggiori. Da fame. Sempre a causa della scarsa "crescita" (nero incluso), e della scarsa produttività del lavoro della seconda manifattura europea, vero? E, difatti, ci sono schiere di eruditi che sostengono che i salari sono ancora troppo poco competitivi, ma non già i salari al netto (fatto palesemente insostenibile), bensì a causa degli oneri sociali, più alti che negli altri paesi. E avanti con le favole, a prescindere. 

Mentre, viceversa, l'indefesso sforzo produttivo e soprattutto creativo di manager e leccaculi vari è nella media europea! 

E se reintroducessimo un po' di scala mobile, tanto per favorire i consumi interni e tassassimo le rendite e i patrimoni introducendo una imposta su successioni, donazioni e ammennicoli vari fotocopiando, a scelta, la legislazione tedesca o francese? Tanto per sentirsi in "asse" con i più meglio europei assai.

venerdì 8 febbraio 2019

Locuste


Sono come le locuste, dove si posano fanno danni. Gentaglia improvvisata che non si rende conto delle conseguenze delle parole, dell'irritante atteggiamento, delle azioni condotte seguendo l’ego della propria mediocrità. Non c’è nemmeno da sperare nella loro rapida usura. D’altro canto, che la Francia giochi sporco contro l’Italia non è un fatto solo contingente, bensì un fatto storico.

*

Napoleone fu radiato per ben due volte dall’esercito francese, la prima con il grado di tenente (rischiò la diserzione, fu reintegrato poi con il grado di capitano, con il quale si distinse a Tolone), e una seconda rivestendo il grado di generale di brigata, nel 1795. Avendo rifiutato ancora una volta l’assegnazione ad un comando in Vandea, fu cancellato dal servizio effettivo e restituito alla condizione di semplice civile.

Nel maggio dell’anno prima, aveva presentato al Comitato di Salute Pubblica, tramite Augustin Robespierre (fratello del più celebre Maximilien), un piano preparatorio alla campagna di Piemonte. Gli argomenti sostenuti nel piano non erano molto diversi da quelli del convenzionale Philibert Simond (*), il quale descrive la penisola italiana come un luogo di grandi ricchezze e di facile conquista per la fragilità del suo sistema politico: “ […] nous avons besoin de nourrir nos armée”, era questo un obiettivo tutt’altro che secondario del piano d’invasione del Piemonte e dell’Italia (**).