martedì 23 agosto 2016

Un motivo che viene prima di tutti gli altri


Viviamo, e non importa se nostro malgrado, in un paese dove l’onestà è tema sinodale, dove i gioiellieri dichiarano al fisco un imponibile medio di 14mila euro annui, dove l’imposta di successione e quella sulle donazioni sono le più basse della UE e tra le più blande dell’emisfero Nord, dove le società trasferiscono coraggiosamente la propria sede fiscale nei paradisi autorizzati dalla UE.

Siamo un paese dove non c’è architetto, geometra o assessore, disposto a spostarsi dalla parte dell’intelligenza e del gusto. Dove chi riceve uno stipendio alla pari o più che doppio rispetto a Obama, non può, psicologicamente e oggettivamente, sentirsi umano. Un paese dove il diritto è ad assetto variabile, dove dominano i clan, e l’egoismo e la mediocrità sono autorizzati a far gravi danni.

Dunque, se in un paese del genere accadono abitualmente queste e molte altre cose, ancor più gravi, e se ancora in un paese così si rimpiangono – non sempre immotivatamente – quei lazzaroni dei papi e quei pezzi di merda dei borboni e degli asburgo, un motivo ci sarà.

Un motivo che viene prima di tutti gli altri possibili o anche solo immaginabili. E non può essere altro che questo: a tanta, troppa gente viene comodo per un modo o per l’altro questo stato di cose. Le geremiadi, le intemerate, gli infusi di cordoglio, le grida di allarme, le doglianze spicciole o a pacchi, i moniti, i richiami alla realtà, diventano solo fuffa (nel mazzo mi ci metto pure io, chiaro).



Un nome e un cognome






lunedì 22 agosto 2016

C’è chi rema e chi si gode la vita

  
Dichiarava ieri in un’intervista al suo giornale il padrone Carlo De Benedetti che siamo «alla vigilia di una nuova grave crisi stile 2008 o peggio».

Altro che stagnazione. Crisi storica-generale del modo di produzione capitalistico, crisi della forma valore proprio nel momento in cui tale forma trionfa in ogni poro della società. Sembrerà un paradosso solo alle mentalità a-dialettiche.

Ogni aspetto della realtà si presenta in modo contraddittorio. Spetta a noi comprenderne il movimento, conoscere le sue leggi e adoperarle nel modo più opportuno. Questa semplice nozione è spesso trascurata per assecondare particolari interessi di classe che prendono forma di motivazioni ideologiche.

Infatti, se pure siamo arrivati a scoprire la legge economica del movimento della società moderna – grazie a Marx –, gli organismi politici ed economici della nostra società agiscono, non solo ignorando tale dinamica, ma in senso ad essa contrario.

Prendiamo un esempio concreto di questo modo d’agire. La produttività del lavoro è aumentata enormemente, specie nell’ultimo mezzo secolo. E tuttavia la giornata lavorativa normale non ha mutato la sua durata. Ciò non può non avere – di là di altri effetti – conseguenze sul piano dell’occupazione. E tuttavia i governi si propongono di ridurre la disoccupazione mantenendo inalterata la giornata lavorativa attuale.

Sul piano della razionalità dell’impiego delle risorse umane ciò è assurdo, e tuttavia si adduce la necessità di essere ancora più produttivi e di far fronte alla concorrenza. Il che non fa una piega dal punto di vista degli interessi del singolo capitalista, il cui scopo precipuo non è quello di produrre beni e servizi, bensì quello di valorizzare il proprio capitale sfruttando il lavoro dell’operaio.

Sul piano dell’insieme sociale, invece, tale posizione non si discosta da quella che in antico giustificava l’istituto della schiavitù ponendo l’individuo, inteso come vettore neutro, in relazione meramente strumentale con le necessità dei suoi padroni.


Ed è perciò del tutto chiaro l’intento dei padroni e dei loro ideologi di ogni risma di comporre un quadro della società dove stiamo tutti nella stessa barca diretti verso l’isola del tesoro. Ma c’è chi rema e chi prende il sole.

sabato 20 agosto 2016

Magari ci ripenso e ricomincio


Oggi su Repubblica c’è un’intervista al regista Oliver Stone che parla del suo ultimo film e degli Stati Uniti, uno dei paesi meno democratici al mondo. E a proposito di America c’è anche un lugo articolo di Marco Belpoliti sul tabacco, la sua storia e la sua sociologia. Naturalmente si parte da Cristoforo Colombo, il quale, com’è noto, fu lo scopritore del nuovo continente, forse a sua insaputa. E invece non scoperse proprio un bel nulla, non perché vi furono degli approdi in epoche precedenti, ma perché quel continente e i suoi abitanti esistevano già ben prima di Colombo. Cosa diremmo noi se nel XV secolo in Europa fossero approdati degli amerindi prima del viaggio colombiano? Che l'Europa è stata scoperta da un certo Tȟatȟaŋka Iyotȟaŋka? Ad ogni modo, Belpoliti sostiene che Marx fumasse non la pipa bensì il sigaro. Non è così, Marx fumava in entrambe i modi, come risulta da un rapporto di una spia della polizia tedesca che visitò l’abitazione dei coniugi Marx e sui tavoli vide numerose pipe. Fumò molto ed ebbe seri problemi bronchiali, forse fatali.

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venerdì 19 agosto 2016

Il rattopardo


Apprendo, via Malvino, dell’ennesimo tentativo di derattizzazione di Palazzo Chigi. A tal uopo è seguita la solita slavina di commenti sarcastici, dai monti alle spiagge. E invece si tratta di una faccenda maledettamente seria, tanto che a seguirla dappresso è stato allertato il Copasir. Se ne occuperà, al rientro dalle ferie, anche l’Attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, famoso per tendere le sue trappole.

I topi di Palazzo Chigi rappresentano il vertice di un’articolata e vasta organizzazione di roditori la cui rete è estesa in tutta Italia e il cui capo pro tempore è Zoccolone Staisereno, un’imitazione di statista, roba da far sognare gli psicoanalisti di varia osservanza. Al suo fianco si segnala per impegno la nota Pantegana Ridens, stretti legami con esponenti di un noto salumificio ora dichiarato fallito.

Ma come riesce la colonia di topi chigiani ad opporsi tenacemente alla derattizzazione? Fondamentalmente in tre modi: col monopolio delle balle che al gregge piace sempre farsi raccontare, ossia dando da intendere che vuole trasformare la società e l’epoca; appiattendosi alla dimensione adattativa sui problemi reali; dunque proprio per questo trovando forte e imprescindibile sponda in due altri cospicui roditori, già adepti della banda Caimano. Uno, true detective, signoreggia al Viminale. Il suo nome in codice è mutuato dal titolo di un romanzo dostoevskiano. L’altro, detto il Sorcio Verde, da semplice topo di macelleria ha assunto man mano il ruolo di rattus ex machina, pronto al bisogno a salvare la formaggiera.

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Appena respinto all’ingresso di una festa dell’Unità, un noto esponente piddino la cui carriera di battutista è stata irrimediabilmente offesa, intervistato da un’emittente di Rieti sul tema derattizzazione, ha esclamato con raro sentimento di autocritica: “Credevamo di aver fatto amicizia con quello che sembrava solo un muride che sguazzava nell’Arno, invece era un rattopardo che ci ha ingoiato”.

Fateci ridere con una dentiera nuova


Il Sole 24ore, su dati Istat, rivela, con stizza, che su circa 9,4 milioni di pensioni di vecchiaia e anzianità vigenti a fine 2014, quasi 229.000 sono pagate a persone ritiratesi dal lavoro prima del 1980, quindi oltre 35 anni fa. Facendo sfoggio delle mie capacità aritmetiche ho calcolato si tratti del 2,4 per cento delle citate tipologie di pensione.

Nel complesso oltre 760.000 persone con pensione previdenziale di vecchiaia, anzianità o prepensionamento percepiscono l’assegno da oltre 30 anni.

Non resta che eliminare gli ultra ottuagenari. Chiediamo all'Ama di Roma di predisporre un piano di smaltimento differenziato per status.

giovedì 18 agosto 2016

Bandiere & sponsor


Disoccupazione a due cifre, salari reali in caduta, aumento della povertà e delle disuguaglianze sociali, corruzione endemica, situazione economica fallimentare, non sono, per una volta, il ritratto del Bel Paese. I media di tutto il mondo, salvo eccezioni che si disperdono come pioggia nel mare, ci trasmettono immagini che nulla hanno a che vedere con i 100mln di poveri brasiliani, con le innumerevoli baraccopoli.

Nel 2009, quando il governo brasiliano si è assicurato per il 2016 i giochi per Rio, l’allora presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha proclamato: “Il nostro momento è arrivato”. Durante lo stesso periodo, Lula si vantava che il Brasile, il cui tasso di crescita era balzato al 5 per cento, era immune dagli effetti della crisi finanziaria globale del 2008. Sappiamo poi come siano andate le cose sia sul piano personale all’ex presidente e sia sul piano della crisi economica.

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