mercoledì 19 settembre 2018

Note a margine


È importante sottolineare che Marx non era un profeta (aborriva essere considerato tale), e fu assai avaro di parole sul futuro della società post capitalista. Certo, sosteneva il superamento della società di classe in una società di liberi ed uguali, dunque la piena socializzazione dell’essere umano, ma era molto cauto nel prefigurare il futuro e in nessuna sua opera ne tratteggia la struttura, e tanto spesso criticava il socialismo utopico per le previsioni idealistiche. Infatti, se tutte le idee sono un prodotto della realtà sociale contemporanea (fatto al quale spesso non si dà gran peso), allora una proiezione dettagliata di queste idee in un futuro lontano tende a costrutti immaginari privi di fondamento reale.

In ciò Marx era pienamente d’accordo con Hegel, il quale osservava che “è tanto sciocco supporre che una filosofia vada di là del mondo che le è contemporaneo, tanto quanto supporre che un individuo possa uscire fuori dal suo tempo”.

Anche per quanto riguarda le idee sulla rivoluzione, quelle di Marx sono una diretta conseguenza della sua posizione materialistica generale sullo sviluppo storico; egli riteneva cioè che lo sviluppo della società seguisse il processo delle trasformazioni della sua base economica, delle sue forze di produzione e dei corrispondenti rapporti di proprietà (*).

Mi rendo conto che simili questioni suscitino un debole interesse e solo presso rare persone, tanto più in un’epoca che evoca aspettative definitive che giungano a velocità elettronica, anche se poi molto spesso queste risposte si rivelano per essere illusorie e insoddisfacenti, e non deve dunque stupire che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene.

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martedì 18 settembre 2018

Lo Stato e i mali sociali



di Karl Marx

Lo Stato non troverà mai nello "Stato e nell'ordinamento della società" il fondamento dei mali sociali, come il "prussiano" pretende dal suo re. Là dove sono partiti politici, ciascuno trova il fondamento di ciascun male nel fatto che al timone dello Stato si trova non già esso ma il suo partito avversario. Perfino i politici radicali e rivoluzionari cercano il fondamento del male non già nell'essenza dello Stato ma in una determinata forma di Stato, al cui posto essi vogliono mettere un'altra forma di Stato.

Lo Stato e l'ordinamento della società, dal punto di vista politico, non sono due cose differenti. Lo Stato è l'ordinamento della società. In quanto lo Stato ammette l'esistenza di inconvenienti sociali, li ricerca o in leggi di natura, cui nessuna forza umana può comandare, o nella vita privata, che è indipendente da esso, o nella inefficienza dell'amministrazione che da esso dipende. Così l'Inghilterra trova che la miseria ha il suo fondamento nella legge di natura, secondo la quale la popolazione supera necessariamente i mezzi di sussistenza. Da un'altra parte, il pauperismo viene spiegato come derivante dalla cattiva volontà dei poveri, così come secondo il re di Prussia dal sentimento non cristiano dei ricchi, e secondo la Convenzione dalla disposizione sospetta, controrivoluzionaria, dei proprietari. Perciò l'Inghilterra punisce i poveri, il re di Prussia ammonisce i ricchi e la Convenzione ghigliottina i proprietari.

giovedì 13 settembre 2018

Il fondamento materiale della nuova forma di produzione


Il post sull’intervento di Ricardo Bellofiore è stato oggetto su FB di numerosi commenti alcuni dei quali mi sono stati gentilmente girati in copia. Mi rincresce osservare, a tale riguardo, che vi è della confusione sotto il cielo. Ciò non mi sorprende e anzi conferma la situazione generale attuale. Vorrei dunque con questo post fare chiarezza su alcuni punti, con concetti semplici e per ciò che vale.

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Il più intenso desiderio di ogni investitore, dopo quello di guadagnar denaro, è quello di disfarsene in qualunque modo che renda interesse o profitto; perché il denaro in quanto denaro non rende nulla. Ciò che vale per l’investitore riguarda anche le società che non ricevono più un’adeguata remunerazione dal proprio capitale investito nella produzione, ovvero che ritengano più conveniente investire il proprio capitale nella sfera finanziaria.

Per lungo tempo il debito nazionale degli Stati ha rappresentato il più importante mezzo di assorbimento della ricchezza disponibile. Oggi esso non esercita più tale primato come in passato, tuttavia resta uno dei principali mezzi d’investimento del denaro soprattutto per banche, fondi d’investimento e ricchezza privata, cioè un mezzo assolutamente necessario per far defluire le accumulazioni periodiche della ricchezza eccedente.

mercoledì 12 settembre 2018

Il mercato vi farà carico delle proprie contraddizioni



Un’epoca segnata dalla comunicazione ultraveloce, dai satelliti alla fibra, presto dalla “rivoluzione 5G” con tempi di pochi millisecondi, dagli schermi 4 e 8 K, da droni, dai robot di ogni tipo, microchip in grafene migliaia di volte più veloci di quelli attuali (nel film di fantascienza Blade Runner (1982) si telefona ancora a … gettoni!).

Queste notizie sono quotidianamente in primo piano, e ciò non è casuale. Lo sviluppo tecnologico e informatico non è neutrale e offre mezzi straordinari per influenzare l'opinione pubblica mondiale e ha reso le operazioni di azione psicologico-mediatica l'arma strategica dominante.

7 miliardi e passa di esseri umani non si nutrono né di microchip né di fibra ottica. Ci nutriamo di cibo, e questo viene prodotto dall’agricoltura e dalla manifattura alimentare. Il 90 per cento delle nostre calorie proviene da 15 specie vegetali, due terzi sono prodotte da sole tre piante: riso, mais, grano. Un settore produttivo, quello dall’agricoltura e dalla manifattura alimentare, che però costituisce solo il sei per cento dell’economia mondiale. Una quantità dieci volte minore rispetto al settore dei servizi. Questa piccola quantità definisce tutto il resto, poiché senza di essa non esisterebbe nulla.

lunedì 10 settembre 2018

Padroni e schiavi



Ai loro sfruttatori quanto in meno? Questa è la domanda giusta da porsi. 

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Fino a quando ci saranno dei padroni, questi avranno bisogno di schiavi.

Chi dipende da altri uomini per la propria sopravvivenza, non può definirsi un uomo libero. È libero formalmente, e questa è una conquista del nostro tempo. Separato però dai mezzi di lavoro, il salariato è una merce ed è una fortuna per lui trovare un acquirente. Un salariato ha un solo sostanziale effettivo diritto, quello di vendersi quale proprietario del proprio corpo, quale forza-lavoro.

La produzione di merci riproduce il proletario soltanto come merce. Come le prostitute (e i prostituti), l'operaio, quale proprietario del proprio corpo, della propria forza-lavoro, ha la disgrazia di doversi vendere se vuole procacciarsi i mezzi della propria sussistenza.

Il capitale è il potere di governo sul lavoro e sui suoi prodotti. Il capitalista possiede questo potere non in virtù delle sue qualità personali o umane, ma quale proprietario dei mezzi di produzione. Il suo potere d'acquisto è il suo potere reale.

Quando tutti gli uomini saranno liberi dal bisogno, la loro attività sarà libera e cooperante; quando il lavoro non sarà più soltanto un mezzo per la loro esistenza, quindi quando non produrranno sotto l’imperio del bisogno vitale immediato, solo allora gli uomini produrranno veramente in modo universale, e non unilateralmente per il profitto dei loro sfruttatori.

domenica 9 settembre 2018

Ben oltre l'evidenza sociologica


Affacciandosi di nuovo al suo blog, Malvino scrive:

«La globalizzazione – diciamocela tutta – non è stata guidata proprio da dio: si è data una manciata di riso a qualche miliardo di morti di fame, ma il riso si è comprato a spese del ceto medio, che medio ormai non è più, mentre sono aumentati i profitti di chi il riso lo distribuiva in cambio di forza-lavoro [a basso costo]».

Quale disonesto imbecille può negare questa realtà di fatto? Eppure c’è chi nega e continuerà a negare. Del resto sono schiere coloro i quali credono nelle virtù dell’omeopatia, nella pericolosità dei vaccini, nelle stronzate religiose, negli extraterrestri (sì, in tv ad ogni ora!), che se Benito non si fosse alleato con Adolf, ecc.. Dunque, nessuna meraviglia, anzi una conferma del livello di istupidimento consolidatosi nelle masse non meno che in congrue frange delle sedicenti élite.

Prosegue Malvino:

«Si è fatto di tutto per dar ragione a Marx, diciamo, anche se poi, per non dovergliela dare del tutto, si è mandato Fusaro nei talk show.»

Se ciò è indubbio per quanto riguarda il ruolo di Fusaro e di tutti i “nuovi filosofi”, per quanto riguarda invece Marx, osservo che la nota frase  (“L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione mentale al polo opposto”) è tutto sommato incidentale rispetto all’analisi delle cause che producono tali fenomeni. Cause delle quali i media borghesi (dunque tutti i media) non parlano quasi mai se non falsificando di manica larga. Proprio per le ragioni alle quali allude Malvino, ossia per non dover ammettere che Marx aveva ragione ben oltre la semplice evidenza sociologica e che la sua critica del modo di produzione capitalistico è spoglia di miti e ideologie.

martedì 4 settembre 2018

Non facciamoci imbrogliare


Mi è stato segnalato questo intervento di Riccardo Bellofiore, il quale passa per essere un economista “marxista”, o qualcosa del genere. Nel suo intervento Bellofiore passa in rassegna le crisi che hanno segnato la storia recente del capitalismo. Quella degli anni Trenta, per esempio, fu una crisi “di sottoconsumo”. Quella del 2008, non più, sostiene sempre Bellofiore.

Partiamo dalla teoria della crisi quale crisi di sottoconsumo.

Quasi tutti gli “esperti” ritengono, chi in un modo e chi in un altro ma nella sostanza tutti d’accordo, che la contraddizione centrale dell’economia capitalistica sia da rintracciarsi nel rapporto tra produzione e consumo. Pertanto essi individuano la causa della crisi nella sovrapproduzione di merci determinata dalla loro impossibilità a realizzarsi in seguito al sottoconsumo, vale a dire alla povertà e alla limitatezza di consumo delle masse. Un tempo si era giunti a teorizzare persino che gli schiavi moderni consumino meno di quanto producono per loro mera propensione psicologica alla parsimonia, quasi per dispetto (*).

Tra parentesi, anche la cosiddetta teoria di sproporzionalità appartiene al novero delle concezioni che individuano la causa della crisi nella sola sovrapproduzione di merci. Per i sostenitori della teoria della sproporzionalità, la crisi dell’economia capitalistica deriverebbe da uno sviluppo sproporzionato dei diversi settori della produzione sociale.

Pertanto, pur essendo sottoconsumo e sproporzione concetti diversi, nella sostanza rinviano alle stesse cause e agli stessi effetti della crisi e agli stessi velleitari rimedi (**). Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

lunedì 3 settembre 2018

Il piano Scottex



«Grandi colonne di pietra che avevano resistito per secoli crollavano in un pomeriggio; volti di statue vecchie di mezzo millennio venivano mutilati in un battito di ciglia; templi che avevano visto nascere l’impero cadevano in un solo giorno.» (*)

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Nonostante le stupefacenti performance borsistiche, le gigantesche fusioni tra holding e la spinta all’innovazione tecnologica, anzi proprio in ragione di questi e altri motivi, il capitalismo sta mostrando la corda, quella con la quale ci impiccherà tutti al suo stesso albero. Il prossimo terremoto finanziario (è solo questione di tempo) sancirà ancora una volta una costante, e cioè che il capitalismo può superare temporaneamente le proprie contraddizioni solo con la crisi (e le guerre). Tuttavia, si tratta ormai di una crisi senza soluzione di continuità, essendo divenuti i periodi di ripresa sempre più deboli e fugaci, checché ne dicano i collezionisti di statistiche (**).

Abbiamo davanti a noi una situazione economica e sociale che ricorda per certi aspetti quella del Tardo Antico, ben descritta tra gli altri da Santo Mazzarino nel suo Aspetti sociali del IV secolo. Con una differenza essenziale rispetto a quell’epoca inquieta: l’impossibilità di proseguire molto oltre in un tale processo è già perfettamente dimostrata dalla scienza, che non discute più se non della scadenza e dei palliativi che potrebbero, se applicati con fermezza, farlo leggermente ritardare.

Come se ciò non bastasse, si sta profilando in modo sempre più drammatico un’altra questione essenziale che rende gravemente instabile il sistema: la disoccupazione di massa, che nei prossimi lustri riguarderà centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Solo in Cina, secondo studi plurali, dai 40 ai 50 milioni di persone perderanno il loro attuale lavoro nei prossimi 15 anni. Cioè dopodomani. “Quasi 100 milioni di lavoratori saranno costretti a cambiare professione nel caso in cui il processo di conversione alle macchine dovesse procedere a un passo più sostenuto”.