domenica 19 febbraio 2017

Troppo facile dargli del matto



La conferenza stampa di Donald Trump di giovedì pomeriggio è stata un fatto senza precedenti. Non è paragonabile a qualsiasi altra cosa vista prima nella storia americana moderna, anche al culmine della crisi del Watergate. L'evento ha avuto un carattere surreale, laddove per più di 75 minuti il presidente degli Stati Uniti ha avuto un franco scambio d’insulti con i giornalisti.

In un tale spettacolo è necessario indagare il contenuto razionale, la dinamica politica sottostante. In questo caso la conferenza stampa ha posto in luce un conflitto all'interno della classe dirigente americana, specie sulla politica estera, poiché il rischio di precipitare verso la guerra è diventata la cosa meno remota da oltre mezzo secolo in qua.

Molti si chiedono se Trump sia fuori di testa. Troppo comoda la scorciatoia della psichiatria per spiegare i fatti storici. Cesarismo, fascismi e stalinismi, devianze varie, spiegati sulla base della “malattia”! Con ciò non voglio negare il ruolo delle singole personalità (e delle loro patologie) nella storia. Tuttavia queste personalità, con le loro variegate mende psicotiche, sono esse stesse un prodotto di una particolare situazione storico-sociale. Che poi ad occuparsene siano i psicoanalisti è, dal mio punto di vista, davvero paradossale.

venerdì 17 febbraio 2017

Sillogismi



Poste determinate premesse ad un ragionamento, la deduzione viene da sé. A scuola, il prof di filosofia, per farci sorridere, ne recitava un sillogismo famoso e paradossale: “La sarda salata fa bere e ribere; bere e ribere spegne la sete; dunque, la sarda salata toglie la sete”. Anche nel caso che pongo in esame si parte da una premessa generale, si passa poi a una seconda premessa di carattere particolare, per giungere a una conclusione logica ingannevole quanto l’esempio delle sarde salate. Vediamo.

La premessa generale è quella riguardante il welfare: ha degli elevati costi sociali (questo in tutta l’Europa occidentale). La seconda premessa, di carattere particolare, è questa:

«Nel 2015 la spesa totale per pensioni, sanità, politiche attive e passive del lavoro, assistenza sociale è stata pari a 447,3 miliardi pari al 54,13% dell’intera spesa pubblica, interessi sul debito compresi. In rapporto al PIL, cioè a tutta la ricchezza prodotta nel Paese, la spesa sociale pesa per il 27,34%».

La sarda salata che toglie la sete è data dalla seguente conclusione:

«Questa incidenza pone l’Italia al quarto posto europeo [per spesa sociale] dopo Danimarca, Francia e Finlandia e davanti alla Svezia».

giovedì 16 febbraio 2017

"O parlo turco?"



Ieri sera ho registrato, per vedermelo stamani, un programma televisivo (La gabbia open) perché volevo sentire cosa avrebbe detto il filosofo Massimo Cacciari. Il professore veneziano invita a fare sempre “discorsi di verità”, e la cosa m’intriga. Alla domanda riguardante la straripante disoccupazione di massa indotta dalle nuove tecnologie, il filosofo ha risposto che “la liberazione dal lavoro è un bene, che è ora di finirla con l’etica del lavoro di stampo antico”. Come non essere d’accordo? Se avesse precisato che è ora di finirla con l’etica del lavoro salariato, sarebbe stato meglio, tuttavia accontentiamoci.

E però, ha precisato Cacciari, tale liberazione dal lavoro non deve creare masse di “disperati”. E anche in tal caso, come non essere d’accordo? Sennonché, per ovviare a questa non lieve contraddizione generata dal sistema, Cacciari propone la solita ricetta: “distribuire a tutti la ricchezza sociale prodotta” di modo che chi resta escluso dall’attività lavorativa “necessaria” non abbia a patire e possa dedicarsi alla lettura, alla pesca sportiva, ecc.. Insomma, se non vuoi fare il filosofo almeno prova a prendere qualche pesce all’amo.

“O parlo turco?” è sbottato a dire Cacciari al conduttore della trasmissione che per contratto doveva menare il can per l’aia.

martedì 14 febbraio 2017

Il paese più libero e democratico del mondo


Dal Domenicale del Sole 24ore la recensione di un libro che difficilmente sarà tradotto in italiano. Racconta la storia del totalitarismo americano, ossia la dittatura della borghesia statunitense sul proprio proletariato, di là del mito hollywoodiano. Ad ogni modo basta leggere Steinbeck per farsene un'idea.


In una società che abbia un senso



Domenica pomeriggio, entrando in un bar, dove fanno un ottimo punch alle mele (analcolico), sentivamo gracchiare alla radio queste parole: “… i due portieri sono rimasti disoccupati”. Mi è stato facile osservare che ciò non è dipeso né dalla crisi e nemmeno dall’introduzione di nuove tecnologie.

La questione del lavoro è maledettamente drammatica. Quando sento dire da certi cosiddetti imprenditori che non trovano forza-lavoro, pur in cambio di un salario (pensi, signora contessa!), mi girano le scatole poiché conosco molto bene qual è la realtà. Un esempio concreto. Una giovane donna è assunta come stagista da un’azienda con 110mil. di fatturato, a pochissimi euro l’ora (non dico quanti perché non credereste) pagati dalla Regione. Un’ottima persona, anche sotto il profilo professionale e tuttavia viene posta “in libertà” non appena finiscono i contributi regionali. Sotto un’altra, poi un’altra ancora. Conosco personalmente decine di questi casi. Non parliamo poi degli studi professionali, tipo notai, avvocati, architetti, ecc..

In una società appena decente, che abbia un senso, dove sia data la possibilità di una qualche libertà e sovranità effettiva, dove il lavoro non esista solo per i bisogni di valorizzazione del capitale, l’orario di lavoro dovrebbe essere ridotto in modo drastico, cosicché anche Ichino, Fornero, Alesina, Renzi, possano essere avviati a svolgere un lavoro vero. E così altre gang del pensiero neoliberista che operano nei parlamenti, nei ministeri, nelle redazioni dei media e nei dipartimenti universitari. Dopo una sola giornata in fabbrica le loro granitiche certezze, che molto hanno sedotto, mostrerebbero vistose crepe. Scrivevo nel titolo di un post recente che l’anima del borghese è l’anima della sua classe sociale, così come, soggiungo, l’anima del capitalista è l’anima del capitale.


Entro il prossimo decennio, i nodi verranno al pettine e, c’è da scommetterci, non sarà un bel vedere.

lunedì 13 febbraio 2017

Al tempo stesso troppo onore e troppo torto



Sto leggendo un fitto volumetto di Marcello Musto, L’ultimo Marx (1881-1883), Donzelli, 2016. Dovrebbe essere letto soprattutto da coloro che – come scrivevo recentemente – Marx più che conoscerlo di prima mano preferiscono farselo raccontare. A me viene utile perché in esso trovo riassunta una questione che avevo in mente di affrontare brevemente in un post a riguardo di una certa affermazione contenuta in un pamphlet di Luciano Canfora. Nulla di che.

All’inizio del libro di Musto trovo una considerazione: la scarsa attenzione dedicata dai maggiori editori italiani alla traduzione degli scritti marxiani. Soggiungo a mia volta l’ars topiaria, per così dire, alla quale è sottoposta la barba del grande vecchio da parte di gente che parla di Marx a vanvera, non si sa se più spesso in malafede o solo per ignoranza e insipienza. Scrive Musto che negli ultimi dieci anni in Italia, “nonostante la rilevante produzione teorica e l’ampia diffusione dei suoi testi avvenuta nel Novecento”, gli studi su Marx sono “stati alquanto marginali, se confrontati con lo scenario internazionale”. Non c’è dubbio.

domenica 12 febbraio 2017

Portino pazienza




Dalla sua ultima visita, tutto sembrava immutato. Sparsi sul tappeto del salotto, gli spartiti formavano ancora un labirinto ai piedi del pianoforte a mezza coda, la cui mole rannicchiata faceva pensare a una bestia in agguato. Avvicinandosi, però, Victor notò che i soprammobili in porcellana di Meissen, che il giorno precedente erano sullo strumento, erano sparsi sui cuscini di uno dei due divanetti, mentre i vasi coi fiori secchi erano stati esiliati dentro il caminetto 
(Claude Izner, La donna del Père-Lachaise,TEA, p. 114).

A chi è piaciuto il romanzo di Bruce Chatwin, Utz, e apprezza quelli scritti da Izner, suggerisco di leggere il saggio di Edmund De Waal, La strada bianca, Bollati Boringhieri, € 20.

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Prossimamente ho intenzione di dedicare un post al tema della sovrappopolazione, soprattutto per riportare ampi stralci di una lettera, datata 1° febbraio 1881, di Engels in risposta a Karl Kautsky. La lettera è nota pochissimo poiché, tra l’altro, il carteggio Marx-Engels, relativo agli anni 1880-1883, non fu pubblicato nelle Opere Complete edite dagli Editori Riuniti.

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giovedì 9 febbraio 2017

L’anima del borghese è l’anima della sua classe sociale



Riassumo alcuni concetti base che riguardano in generale il modo di produzione capitalistico e la realtà odierna in rapporto alla sua crisi.

Per ciò che riguarda la disoccupazione, problema ridiventato centrale anche nelle aree di più antica industrializzazione, bisogna aver chiaro che in un modo di produzione entro il quale l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione, la disoccupazione e con essa la sovrappopolazione relativa è un prodotto necessario. Tout est pour le mieux dans le meilleur des mondes possibles.

Ed infatti, la cosiddetta globalizzazione comporta, da un lato, che un numero sempre minore di magnati del capitale usurpi e monopolizzi tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, e dall’altro che cresca la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento.