martedì 21 novembre 2017

Il capitale è come il lupo: può perdere il pelo ma non cambiare la sua natura



Non è singolare e tantomeno inedito che i riformatori del capitalismo – i quali si rendono perfettamente conto della contraddizione tra lo sfrenato sviluppo della forza produttiva da un lato e dall’altro dell’accrescimento della ricchezza da parte di un’infima minoranza – puntino a domare la contraddizione con una diversa distribuzione del reddito rispetto al capitale, ossia prevalentemente attraverso le imposte e le millantate “patrimoniali”. Essi, in buona sostanza, fingono di vivere in un’altra realtà, cioè non hanno interesse a prendere atto che i rapporti di distribuzione non sono altro che i rapporti di produzione sub alia specie.

E ciò che vige per questo tipo di rapporti vale anche per tutto il resto. Per esempio per quanto riguarda lo sfruttamento della forza-lavoro. Proprio nel post precedente ho accennato a una questione che sembra non riguardare nessuno e che invece concerne direttamente la vita di ogni schiavo salariato. Mi riferisco al lavoro estorto, ossia al plusvalore, o valore aggiunto come lo chiamano gli acrobati della “scienza” borghese.

domenica 19 novembre 2017

Mistero fitto



Prendo a pretesto un paio di frasi da un post del blog Phastidio per chiarire come viene abitualmente trattato il concetto di produttività del lavoro e la categoria del cosiddetto “saggio di valore aggiunto”, ossia il saggio del plusvalore.

… la produttività del lavoro è il tasso di valore aggiunto alla produzione, che deriva ovviamente dal rapporto tra valore aggiunto ed ore di lavoro. Lo capisce chiunque che se il denominatore, cioè le ore di lavoro, aumenta, ma il numeratore resta uguale, il tasso di produttività non può far altro che diminuire ancora.

L’avverbio “ovviamente” è una forzatura. La prima proposizione potrebbe passare liscia se non fosse per un non "trascurabile dettaglio", laddove si presuppone per dimostrato ciò che si deve dimostrare. Chiedo: da dove risulta l’entità (la massa) del valore aggiunto che rapportata alle ore lavorate dovrebbe determinare il saggio del valore aggiunto stesso e da questo condurre a stabilire la famigerata “produttività del lavoro”?

Se non conosco uno degli elementi costitutivi del capitale anticipato, ossia il capitale variabile (salari), è impossibile determinare l’entità del valore aggiunto, alias del plusvalore, e conseguentemente non posso calcolare – prendendo per buono che ciò vada fatto in rapporto alle ore lavorate – il saggio del valore aggiunto (saggio del plusvalore). Allo stesso modo, se volessi, su tale base non potrei determinare né la massa né il saggio del profitto.

In termini colloquiali: se il capitalista non conosce l’entità dei salari pagati, ossia il prezzo della forza-lavoro acquistata, come cazzo può calcolare il suo “guadagno”, ossia valutare esattamente il valore aggiunto ex novo al suo capitale? Mistero fitto.  

Oltretutto, prendendo per buona la formulazione citata, con una battuta si potrebbe dire che un cercatore di diamanti (il loro reperimento costa in media molto tempo di lavoro) sia per forza di cose scarsamente produttivo.

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venerdì 17 novembre 2017

La sostanza è questa



Non c’è nulla da fare, l’inflazione resta al palo. E solo Dio sa quanto vi sia bisogno di qualche punto d’inflazione per erodere salari e pensioni a beneficio (anche) del debito pubblico.

La strada maestra per far aumentare l’inflazione (anche controvoglia) è sempre stata quella di stampare moneta (anche sotto forma di debito, ossia di titoli di stato). E anche in tal caso solo Draghi sa meglio di tutti quanta liquidità a tal fine viene giocata. Tuttavia tale liquidità resta prevalentemente nel circuito finanziario, e poco agisce sul credito e ancor meno sui consumi delle anime comuni.

Per aumentare questi ultimi, c’è, a sua volta, un’altra strada maestra, vale a dire quella della spesa “aggregata”, ottenuta aumentando la spesa pubblica. Dicono che con i debiti pubblici correnti si possa fare poco da questo lato. E allora non resta, almeno in via teorica, che aumentare i salari. Ne va di mezzo, come viene lamentato, la famosa competitività. Le merci diventano più care, calano i margini di profitto e tutto va a puttane.

Pertanto non resta che aumentare la famigerata produttività del lavoro. Si ottiene fondamentalmente in due modi: aumentando lo sfruttamento della forza-lavoro (in questo l’Italia è tra i paesi all’avanguardia della produttività, checché ne dicano le statistiche padronali) e/o investire nella famosa “innovazione”. C’è, a quest’ultimo riguardo, e parlando in generale, un piccolo dettaglio cui accennare di striscio: in rapporto agli investimenti, il tasso di profitto tende progressivamente a scendere invece di crescere. Si tratta di “cosuccia” di poco conto, mettiamola così.

Perché, per esempio, in Italia s’investe di meno in “innovazione” rispetto a paesi tipo la Germania? Al netto di considerazioni di carattere tipicamente locale, bisogna tener presente la “cosuccia” di cui sopra, e perciò la risposta diventa spontanea: perché si tratta, come nel caso della Germania, di paesi già forti sul mercato, ossia di paesi (e multinazionali) che possono erodere plusvalore altrui, e in tal modo far fronte in migliori condizioni alla caduta del saggio del profitto.

Esempio terra-terra: la Fiat non è certo un competitor (per usare questo brutto termine) della Volkswagen. Così come la vedo dura, lasciando a parte la matrigna Germania, dover competere con colossi tipo Apple, Samsung, Microsoft, tanto per citare i soliti noti. C’è concorrenza tra questi colossi, nella loro sfera produttiva, ma possono imporre prezzi che erodono plusvalore estorto in altre sfere produttive (anche attraverso l'elusione fiscale).

Spero di non aver volgarizzato troppo la complessità delle varie questioni tra loro connesse, tuttavia la sostanza è questa. Conclusione: non è l’euro, quale moneta di conto e di scambio, ad avere un volto e un ruolo cinico e soprattutto baro (si può discutere invece del suo uso "politico", ma ciò vale anche per il dollaro). Cinica è la realtà, quella del capitalismo monopolistico, ossia la cogenza di determinati rapporti di forza economici (e geopolitici).

giovedì 16 novembre 2017

Toghe rosse


Le solite "toghe rosse" hanno tolto il pane di bocca alla madre dei suoi figli.

Il recuperatore


Ieri sera ho seguito l’on. Pierluigi Bersani ospite della dott.ssa Dietlinde Gruber. Nessuno dei tre giornalisti presenti in studio – con reddito abbondantissimamente superiore alla media – mostrava di essere in contatto con la realtà, e ciò nonostante le suppliche dello stesso Bersani. Tentativo inutile ma del quale bisogna dargli atto.

L’on. Bersani, mesi addietro, sempre nella stessa trasmissione televisiva, ripeteva di essere un “liberale”. Ieri sera ha leggermente cambiato posizione, dichiarando di essere “socialdemocratico”. Piccoli spostamenti di orientamento, insignificanti per quanto riguarda la sostanza, e però la dicono lunga sul travaglio dell’uomo e del politico, sul difficile momento di chi per troppi anni ha ingoiato tanti rospi. Il suo tentativo, dichiarato, è quello di recuperare i voti finiti nel “bosco” dell’astensione. Eh già, l’astensione ormai gioca un ruolo attivo. Non solo in Italia.

La ricetta per recuperare voti presso chi non ne vuol più sapere di farsi prendere in giro è la solita: un po’ di questo e un po’ di quell’altro, sul piano del “lavoro” e del fisco. Se non è un recupero pieno dell’articolo 18 sia almeno un 17 e rotti, ripete da tempo Bersani. Magari facendo pagare un qualcosa in più a chi paga poco o nulla. Senza spingersi in proposte indecenti, per carità. Per esempio, mai una tassazione di livello tedesco o francese per le donazione e successioni. Non sarebbe la fine del mondo copiare la famosa “Europa” per quanto riguarda le imposte sulla rendita, tuttavia si guarderanno bene sia i socialdemocratici e sia i “produttori di vino” dal proporlo, ma soprattutto, si presentasse mai il caso concreto, dal farlo.


Intanto, ogni anno, dall’Italia parte per l’estero un numero di pensionati e di giovani pari alla popolazione di una media città. E vi posso assicurare che ci vuol coraggio per emigrare in Bulgaria, ma anche per andare a vivere in Inghilterra. E una bella faccia tosta per ignorare una tendenza in accelerazione.

mercoledì 15 novembre 2017

Un novello niente male


Quanti articoli, trasmissioni radiofoniche e televisive sono dedicate al tema del rapporto tra cibo e salute. Stamane, su radio tre scienza, una specialista in nutrizione, impegnata presso un istituto per la ricerca sul cancro, ci informava che assumere bevande bollenti non fa bene alla salute. Mancava solo ci dicesse: attenti a non scottarvi la lingua.

Il vino, così come tutti gli alcolici, è tossico, raccontava l’esperta. Bere acqua, consigliava, se non si hanno particolari problemi renali. E invece, ma non per dispetto bensì per piacere, anche oggi ho bevuto un novello niente male.

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La prima causa di morte per cancro nel mondo è il tumore del polmone. Ciò vale anche per i maschi italiani (pur con la forte riduzione della prevalenza di fumatori tra gli uomini: dal 55% al 28% tra il 1970 e il 2011, secondo dati Istat), ma anche tra le donne i decessi per tale patologia sono in costante crescita (un incremento annuo del 2%). Pertanto, più dell’alimentazione, a far strage, è ciò che si respira e ciò di cui veniamo irradiati.


Non solo l’aria che respiriamo, anche il lavoro salariato uccide e ammala, più di un’alimentazione squilibrata e inquinata. Il peggior effetto del lavoro salariato è quello di produrre un tempo che lavora contro di noi. Lavorare da mane a sera per cinque-sei giorni la settimana fa in modo che questa schiavitù penetri fin nel corpo anche quando è apparentemente a riposo. Decenni di tale schiavitù vengono ad incidere, inevitabilmente e in modo esiziale, sulla salute psico-fisica degli schiavi del capitale. La realtà delirante del rendimento che governa il mondo ci permette solo di mercanteggiare, anche in tema di salute.

sabato 11 novembre 2017

Eppur si muove



Coloro che pensano che l’astensione dal voto sia inutile spreco, una presa di posizione che non serve e non potrà cambiare nulla, leggano questo articolo di Ernesto Galli della Loggia. E dopo averlo letto, lo rileggano. Parla di “rassegnata disperazione”. Poi, se vi resta ancora un po’ di fiato dopo tanta fatica, leggete questo breve articolo di Andrea Scanzi dedicato al M5S. Se dopo averli letti, questi articoli, troverete da dire che vi sono due opzioni, ossia quella dell’astensione e quella del voto al M5S, allora vorrà dire che non avete ancora capito. Siete rimasti al 2013, ma quasi un lustro non è passato invano.

E non si creda che in Germania le cose vadano meglio. Quella che si apre lunedì prossimo è l’ottava settimana senza un nuovo governo che tenga conto del risultato delle urne. Lì le cose vanno meglio dal punto di vista del debito pubblico e dell’economia. Tuttavia questo stato di cose non durerà in eterno. E in Spagna non si creda che sia finita così. Tempo al tempo e anche la Francia ci dirà cose nuove, e così l'apparentemente serafica Gran Bretagna. La storia sembra ferma, eppur si muove.

« ... ad un dato punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà. [...] Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura.»

mercoledì 8 novembre 2017

[...]



Non c’è paese in Europa (nemmeno in Grecia) e nel mondo nel quale il tema previdenziale sia dibattuto in maniera asfissiante come nel teatro mediatico italiano. Non c’è giornale o talk show che quotidianamente non ne parli, e in rete vi sono siti specifici di “aggiornamento” che di ora in ora sfornano notizie e sussurri di politici, sindacalisti ed esperti vari sull’argomento. È un vero e proprio stillicidio, un reiterato terrorismo previdenziale fatto di promesse e smentite, di minacce e allarmi. L’insicurezza e la paura non portano solo voti, ma anche lettori e telespettatori, dunque inserzioni pubblicitarie, vale a dire stipendi e prebende per una vasta platea di iene e sciacalli.

Lo sappiamo bene che, non solo in Italia, la popolazione tende ad invecchiare, che progressivamente il rapporto tra popolazione attiva e quella in quiescenza è destinato a sbilanciarsi. Dunque il tema della spesa previdenziale diventerà sempre più urgente e scottante, annunciando l’imminenza del diluvio. L’arca di salvataggio sembra essere quella di allungare per quanto possibile l’età lavorativa. E però questo “rimedio a tutto” presenta delle controindicazioni non trascurabili. La prima è sotto gli occhi di tutti – per quanto alcuni abitanti di Marte lo neghino “dati alla mano” – e riguarda il “tappo” nel ricambio generazionale. Altra questione non trascurabile – salvo, appunto, per i soliti marziani – riguarda i problemi di chi dopo i 50 anni (ma anche prima) viene a trovarsi senza lavoro e senza alcuna prospettiva di essere riassunto.