giovedì 7 gennaio 2021

Vaccini e adattamento

 

I costruttori di piramidi egizi e proto americani non conoscevano l’impiego della ruota; fino al terzo secolo dell’evo classico in edilizia non fu impiegata la malta. Eppure dopo millenni ammiriamo delle stupefacenti costruzioni antiche. Anche altre “tecnologie”, quali la scrittura, matematica, geometria e astronomia, furono il prodotto indotto da necessità pratiche.

Per venire a fatti salienti più recenti nell’ambito della tecnologia, i raggi x (detti così perché sconosciuta la loro origine) furono il risultato del caso; la scoperta della radioattività, dunque del radio e del polonio, avvenne cercando dell’altro. La gomma sintetica fu dapprincipio il risultato di un incidente domestico. Marconi fu un geniale empirista, non un fisico teorico. Alessandro Cruto arrivò alla lampadina ad incandescenza prima di Edison. La vicenda di Meucci è molto nota. La pasta che mangiamo deve molto alla selezione del frumento di Nazareno Strampelli.

Andiamo nello spazio extraterrestre sulla base di Keplero e non di Einstein. Per secoli la chimica non ha avuto bisogno di sapere come si comportano realmente gli elettroni attorno al nucleo atomico, e anche Gates e Allen non si posero mai il problema di come si comportassero.

Il primo chemioterapico antibatterico disponibile in commercio fu il Prontosil, un colorante azoico. La storia della scoperta della penicillina è troppo nota per essere rievocata qui. Giuseppe Brotzu ci ha dato le cefalosporine osservando dei ragazzi fare il bagno sul litorale cagliaritano. La risonanza magnetica nucleare deve molto alla ricerca petrolifera. Eccetera.

Per farla breve, dovremmo chiederci perché i vaccini si chiamano proprio con tale nome. Nel XVIII secolo già solo in Inghilterra morivano circa 40.000 persone l’anno di vaiolo. Era dunque l’infezione responsabile della morte di circa il 10% della popolazione, ma nel resto d’Europa si arrivava al 20%. Si praticava la variolizzazione, ma non senza rischi elevati. Il metodo introdotto da Edward Jenner si rivelò molto più sicuro ed efficace. Senza i vaccini e gli antibiotici, in particolare, non saremmo quello che siamo oggi; ma va anche ricordato che la nostra specie, come tutte le altre, esiste grazie al suo adattamento alla natura e alle sue leggi.


mercoledì 6 gennaio 2021

Napoleone e la sua amica inglese

 

Quando Napoleone, di cui quest’anno ricorre il bicentenario della morte, abdicò a favore del figlio nel 1815, il governo di Londra non mantenne gli impegni assunti quando l’imperatore sconfitto decise di arrendersi agli inglesi, e senza essere stato sentito né giudicato fu separato dalla moglie e dal figlio per essere inchiodato su un pezzo di carbone vulcanico nel mezzo dell’Atlantico.

Il carcere di legno, la HMS Bellerophon, approdò a Sant’Elena il 15 ottobre, domenica, dopo 70 giorni di mare aperto e 110 dalla partenza da Parigi dell’imperatore e del suo seguito. La capitale dell’isola era un villaggio, un prolungamento di case lungo una via stretta, incassato tra ciclopiche rocce aride e nude. Ogni piazzola, ogni apertura della costa, ogni sommità era guarnita di cannoni.

Oltre al forte contingente di truppe di terra, due vascelli di guerra erano continuamente in crociera, uno sopravvento e l’altro sottovento: i luoghi elevati dell’isola davano loro il segnale all’avvicinarsi di un naviglio. Non solo, gli inglesi avevano posto un altro contingente di terra sulla “vicina” isola di Ascensione, a 1.000 chilometri. Quell’uomo, che l’anno prima da solo aveva riconquistato la Francia, faceva ancora molta paura.

Tuttavia erano ormai definitivamente tramontati i tempi in cui regnava onnipotente in Europa, quando a Napoleone bastava uno solo dei suoi decreti per rovesciare troni e creare sovrani; quando alle Tuileries i suoi ministri potevano avvicinarlo con rispetto profondo e intimidito imbarazzo; quando ancora i re, i principi e gli ambasciatori mostravano timore e ansia autentici nell’essere ricevuti.

La prima notte sull’isola Napoleone la trascorse in un tugurio, una stanzetta di poco più di due metri quadrati, un letto e nemmeno una sedia, la finestrella con i vetri rotti. Ad ogni modo si mostrò di buon umore, tanto che poco prima di coricarsi fischiettava un’arietta di vaudeville. I suoi due camerieri e il suo ex ciambellano dormirono per terra avvolti nei loro mantelli.

Non è dunque il caso di parlare di “esilio”, poiché da quell’isola il prigioniero non poteva allontanarsi, ovviamente, e posto che i suoi spostamenti erano circoscritti, interdetti e vigilati, né poteva parlare con chi incontrava per strada. Che la sua fosse una condizione più dura del previsto e ben diversa dal suo soggiorno all’Elba lo sperimentava da sé.

«In quest’isola maledetta, disse Napoleone, io non vedo né il sole né la luna per una gran parte dell’anno. Noi non abbiamo qui che piogge e nebbie. Io credo questo luogo più orribile di Capri». «Conoscete Capri?» Egli rispose affermativamente: «La almeno si possono avere di quando in quando le cose del continente che sono necessarie alla vita».

Che Napoleone nella sua prigionia lamentasse carenze di vettovaglie, quali il caffè, è noto, tanto che in delirio sul letto di morte ancora ne agognava. Mai nella sua vita aveva sofferto tante privazioni. Quanto serviva ai suoi bisogni e a quelli del suo seguito arrivava scarso e di rado, e spesso fu confiscato dal suo carceriere Hudson Lowe. È noto che questi se non era un boia, ne aveva l’aria; uno di quegli avanzi di caserma, di quei fetenti che trovano piacere a far male a chi è loro sottoposto.

Perciò Napoleone talvolta fu costretto a vendere la sua argenteria per acquistare qualche bene. Per esempio vendette argento al signor William Balcombe per meno di 240 sterline. Balcome era il padre di Lucia Elizabeth (detta Betsy), una ragazzetta di 13 anni con la quale l’imperatore strinse una vera amicizia. L’unica che poteva chiamarlo “Boney”.

Ma questa è un’altra storia.


martedì 5 gennaio 2021

Il Piano che va piano (ma non lontano)

 

Per quanto riguarda la vaccinazione anti-SARS-CoV-2, ho letto il Piano strategico del Ministero della Salute (una dozzina di paginette). Secondo tale piano non ci dovrebbero essere grossi problemi di fornitura, ammesso che infine arrivino tutte le dosi preventivate (entro giugno 2022), comprese quelle della AstraZeneca.

Il problema, a mio modo di vedere, è dato dal fatto, incontestabile, che solo a fine 2020 al Ministero della Salute è stato istituito un gruppo di lavoro intersettoriale per fornire un piano nazionale per la vaccinazione anti-SARS-CoV-2, con l’intento di definire le strategie vaccinali, i possibili modelli organizzativi, compresa la formazione del personale, la logistica, eccetera. L’attuazione del piano è affidata a un Commissario straordinario, non si sa bene sulla base di quali specifiche competenze, che immaginiamo siano ritenute, per l’appunto, straordinarie.

Ho letto il Piano: non c’è nulla, ma proprio nulla, di certo. Anzitutto perché non si conoscono, ad oggi, i volumi di potenziali dosi disponibili, e ciò dipende dai tempi delle autorizzazioni delle agenzie regolatorie.

Inoltre, nel Piano, non c’è alcuna data certa su quando avverranno le somministrazioni di vaccino, salvo che saranno vaccinati per primi, com’è ovvio, gli operatori sanitari e sociosanitari; poi i residenti e il personale dei presidi residenziali per anziani, quindi le persone di età avanzata, gli appartenenti ai servizi essenziali, quali gli insegnanti ed il personale scolastico, le varie polizie, il personale delle carceri e dei luoghi di comunità.

Per quanto riguarda la vaccinazione cosiddetta di “massa”, di date, anche approssimative, nel Piano non c’è traccia. Insomma, è tutto lasciato nelle mani degli dèi (è notorio siano degli emeriti stronzi).

*

Se la prassi resta quella della doppia somministrazione, grossomodo saranno da iniettare almeno 80.000.000 di dosi per avere una certa copertura. Vale a dire somministrare più di 1.500.000 dosi a settimana entro quest’anno. E anche ammesso che ciò avvenga ogni santo giorno, si tratta di circa 220.000 dosi giornaliere.

Se invece il calcolo si spalma sui diciotto mesi, vale a dire 78 settimane invece che 52, l’aritmetica è altrettanto semplice: oltre 1.000.000 di iniezioni a settimana, circa 150.000 il giorno per sette dì.

A meno non arrivi il vaccino AstraZeneca (sul quale dobbiamo confidare per un’accelerazione dei tempi), sulla cui efficacia sappiamo ancora meno (*). E, ad ogni modo, non sarà comunque questione di mesi per ottenere una copertura della popolazione soddisfacente. Sperando che nel frattempo non accada nulla di nuovo.

Insomma, la questione dei vaccini segnerà un fallimento epocale perché assistiamo a un gioco di concorrenza tra i produttori privati dei vaccini sulla salute e la libertà di tutti (o quasi), oltre che per la gestione a livello organizzativo delle vaccinazioni, almeno fin’ora.

Mi pare evidente che un piano vaccinale nazionale avrebbe dovuto essere approntato da parecchi mesi, compresa una prima selezione e formazione del personale, individuazione e costituzione dei centri di somministrazione, con relativi approntamenti logistici, elenchi molto dettagliati per categorie di popolazione da vaccinare, eccetera, in modo da somministrare tutte le dosi disponibili entro pochi giorni. E ciò prescindeva dalla cronostoria della fornitura dei vaccini!

Nulla o poco di tutto ciò è stato fatto nel largo margine di tempo a disposizione. A pagarne le conseguenze sono e saranno soprattutto le persone più fragili, più esposte, economicamente più deboli.


(*) Leggo: una dose unica è efficace al 62%, la mezza dose prima più una intera presa dopo arriva al 90%. Nonostante questo, la Gran Bretagna ha preferito somministrare due dosi intere, per un’efficacia del 78%.


lunedì 4 gennaio 2021

Noterelle a margine di una recensione

 

Il 31 dicembre scorso, avevo accennato, in nota ad un post, alla Modern Monetary Theory. Il 2 gennaio, è comparso sul quotidiano Il Foglio una recensione al libro di Stephanie Kelton, Il Mito del Deficit, Fazi Editore.

L’autrice del libro recensito è una sostenitrice dei principi essenziali della Modern Monetary Theory (MMT). L’articolo, a firma di Alberto Bisin, ha per titolo: La Modern Monetary Theory non è una “teoria” e non è “moderna”.

Bisin ha ragione nel sostenere che la MMT non è una teoria, ed in effetti è solo un vecchio sogno che emerge in periodi di crisi economica e sociale. Per i non addetti a questo genere di faccende, la recensione di Bisin potrebbe apparire ostica (in effetti non è nemmeno brillantissima), perciò di seguito cercherò di offrire un sintetico resoconto della posizione della Kelton e una mia critica ad essa da un punto di vista marxista.

domenica 3 gennaio 2021

Maledetti crucchi

 

Ci hanno rubato le siringhe.

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Bravo! Le ferie sono sacre,
lo dice la Costituzione.
Lasciamo morire la gente.