Tutti gli economisti volgari, nessuno escluso, calcolano il saggio di quel valore aggiunto,
ossia del plusvalore, in rapporto a tutto il capitale, cioè in rapporto a tutti i cosiddetti fattori
produttivi. Questo approccio, che è un approccio anzitutto ideologico per
mascherare la realtà dell’estorsione del plusvalore, porta a diversi equivoci (**).
Il plusvalore, o valore aggiunto, o surplus, per dirla con gli economisti
volgari, è frutto di lavoro non pagato all’operaio di cui si appropria il capitalista. Calcolando
il saggio del plusvalore in rapporto al capitale variabile (capitale speso in salari), tale saggio
mostra in quale proporzione il nuovo valore creato dalla forza lavoro nel processo
produttivo è distribuito tra l’operaio e il capitalista, ossia qual è la quantità di lavoro (e
di valore) non pagato all’operaio di cui si appropria il capitalista. Per questa ragione, il
saggio di plusvalore indica anche il grado di sfruttamento della forza lavoro da parte del
capitalista.
Se invece, come pretendono i capitalisti e gli economisti volgari, il saggio di plusvalore viene
identificato col saggio del profitto, esso viene calcolato in rapporto al capitale complessivo
anticipato, e ciò porta a far credere che sia il “capitale” nel suo complesso la fonte della
ricchezza prodotta e che il saggio di sfruttamento della forza lavoro sia notevolmente
minore di quanto non sia in realtà.
In base a questa tesi scorretta, i padroni sbraitano che l’introduzione di impianti e
macchinari automatici nel processo produttivo riduce progressivamente la funzione
dell’operaio nella produzione, il che dimostrerebbe che il capitalismo moderno limita
sempre più lo sfruttamento della forza lavoro.
Non è senza fondato motivo, dato il grado di sviluppo raggiunto dalla società e dai mezzi
di produzione, chiedersi se non sia possibile pianificare la produzione e distribuire la
ricchezza socialmente prodotta secondo criteri diversi dagli attuali. Dunque se non sia
giunto il momento di farla finita con la pletora di sanguisughe e di parassiti che vampirizza
l’società intera. È ovvio che questi non vogliano mollare bottino, potere e privilegi, è proprio
ciò che consiste la lotta di classe.
Al momento questa lotta la stanno vincendo alla grande i padroni della società, e per un
motivo già posto in evidenza da Marx: il proletariato ormai è portato a riconoscere, per
educazione, tradizione, abitudine, come leggi naturali ovvie le esigenze del modo di
produzione capitalistico. E questo avviene anche, se non soprattutto, in forza del fatto che
le forze politiche che in passato ne difendevano bene o male gli interessi, dapprima
sostenevano dei regimi che con il socialismo non avevano nulla a che fare, e poi, falliti quei
regimi sedicenti socialisti, sono passate armi e bagagli dalla parte della borghesia.
(*) Si possono distinguere due grandi fasi storiche del percorso dell’economia politica
borghese, di là degli indirizzi delle scuole che sono molteplici: la prima fase va dalla fine del
1600 al primo ventennio del 1800, chiamata economia classica; la seconda fase, successiva e
che arriva fino ad oggi, chiamata economia volgare. Keynes fa parte del quinto periodo
dell’economia volgare.
(**) Se pensiamo che l’economia politica volgare non sa formulare con precisione la
differenza fra capitale costante e capitale variabile, ossia che non ha mai fatto un’analisi
esauriente delle differenze nella composizione organica del capitale e ancor meno nella