Perché
persone appartenenti a certe etnie e minoranze umane tendono a sviluppare
talune peculiarità culturali che invece sono più rare o persino assenti in
altre popolazioni? A questa domanda la biologia risponde racchiudendo il tutto
entro i suoi recinti fin troppo definiti, non tenendo in debito conto il dato storico-sociale.
Gilberto
Corbellini recensisce sul Domenicale un paio di libri, per primo quello del
prof. Baroukh Maurice Assael, dal titolo: Il
gene del diavolo. Le malattie genetiche, le loro metafore, il sogno e le paure
di eliminarle. Scrive il recensore nell’articolo Variazioni ashkenazite:
“Variazioni genetiche [quelle comparse nella popolazione ebraica
ashkenazita] che in alcuni casi
probabilmente potevano potenziare alcune funzioni biologiche. Come
l’intelligenza”.
E
già qui si può apprezzare come l’intelligenza umana, e dunque lo sviluppo delle
funzioni psichiche superiori, sia ricondotta a mera funzione biologica, e non
già posta in relazione con i sistemi cognitivi e semiotici di un dato ambiente
sociale.
Così
prosegue l’articolo:
“Questo se fosse confermata l’ipotesi, al
momento basata solo su dati circostanziali, che si possa spiegare geneticamente il fatto che il quoziente
intellettivo degli ebrei ashkenaziti [e dunque – chiedo – sono esclusi i sefarditi?] è più
elevato (soprattutto per capacità verbale e pensiero astratto) della media,
ovvero che malgrado solo il 2% di tutti gli statunitensi discendano da ebrei
ashkenaziti, lo sono il 25% dei premi Nobel agli Stati Uniti, il 25% dei
vincitori di Field Medal, ben 9 su 19 campioni di mondo scacchi”.
Da
questo modo di argomentare basato “solo su dati circostanziali”, si
dovrebbe dedurre, ad esempio, che il quoziente d’intelligenza della popolazione afro-americana, che sappiamo essere mediamente testato su valori più bassi,
abbia cause genetiche. E ciò vale, in rapporto sempre agli ashkenaziti, anche
per gran parte della popolazione bianca non ashkenazita, così per altre etnie
presenti negli Stati Uniti.