martedì 22 marzo 2016

Con quale faccia


Bisogna riconoscere che il presidente Obama ha il coraggio delle proprie opinioni. Ospite in un paese straniero ha sollevato il tema dei diritti umani. A Cuba, non in Arabia Saudita. Confermando che la violazione di tali diritti è la ragione principale del famoso embargo economico e commerciale contro Cuba (non contro l’Arabia Saudita).

Bisogna riconoscere che il presidente Obama ha una bella faccia tosta a parlare, nello specifico e anche in generale, di diritti umani. Gli Usa, il paese più ricco del mondo, secondo molte opinioni anche il più libero e modello di democrazia, detiene anche un altro primato, ossia quello di avere, sia in termini assoluti e sia in rapporto alla popolazione, il più alto numero di detenuti del mondo. Inoltre, «Gli Stati Uniti sono l'unico paese al mondo in cui i bambini sono condannati a morire in carcere».


A meno di non volersi rifare a bizzarre teorie di stampo lombrosiano, è evidente che alla base della carcerazione di massa negli Usa vi sono decisivi motivi d’ordine economico e sociale (e razziale). Ma ad Obama e al suo seguito di leccapiedi tutto ciò non cale.

lunedì 21 marzo 2016

Illusioni metafisiche


«Secondo alcuni studi, nei prossimi 20 anni sarebbero a rischio circa il 50% delle posizioni lavorative dei paesi industrializzati, ma la grande novità è che non si tratta solo dell’automazione delle fasi produttive, ma del superamento di molte aree di lavoro intellettuale, in relazione allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, del machine learning e ora anche di robot che rispondono a input emotivi.»

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L’ordinamento sociale borghese non sta andando in pezzi sotto l’azione travolgente dei soviet operai; la grande rivoluzione culturale non è implementata nelle coscienze proletarie dagli slogan delle guardie rosse. Come si può evincere dal brano tratto da Il Sole 24ore di ieri, a firma di Max Bergami, ci sono forze rivoluzionarie ben più potenti che spingono verso il più grande e inedito mutamento sociale e antropologico della storia, forze che coinvolgono ogni aspetto della produzione della vita umana e dei suoi complessi rapporti.

C’è ancora da discutere su questo fatto inoppugnabile cui conduce inesorabilmente, come legge di natura, lo sviluppo del capitale? E non si può ignorare che questa discontinuità qualitativa epocale, che procede sostituendo forsennatamente lavoro vivo con sistemi di macchine, genera quella divaricazione tra valore d’uso e valore di scambio nella massa di merci prodotte che è il motivo fondamentale da cui viene la crisi storica del capitalismo. Trionfo e morte.

Sennonché sono in molti a immaginare (vedi nel medesimo articolo del giornale), “un mondo in cui le macchine lavorano e gli uomini non dovranno più mangiare il pane con il sudore del proprio volto”. Il problema, per dirla in breve, non è il pane e le fatiche con cui gli uomini se lo procurano (i padroni, per esempio, non hanno mai avuto di questi fastidiosi problemi di approvvigionamento alimentare), ma i rapporti sociali entro i quali ciò avviene. Se sono gli stessi rapporti sociali odierni, ossia quelli in cui il lavoro ha per scopo esclusivo quello di valorizzare il capitale, ebbene siamo alle solite illusioni metafisiche.


Questi asini non hanno chiaro che il problema fondamentale del capitalismo è che a un dato livello dell’accumulazione, la produzione di valori d’uso (“il pane”) entra in contraddizione con le esigenze di valorizzazione del capitale. Lo sviluppo delle forze produttive risulta così frenato dai rapporti di produzione capitalistici, vale a dire dai rapporti di produzione fondati su un modo specifico di imporsi della legge del valore!

domenica 20 marzo 2016

Il paradigma


Quasi a ricalco del mio ultimo post, Eugenio Scalfari ripropone questa domenica la stessa mia riflessione:

La maggioranza è indifferente, si occupa di se stessa, del suo presente e del suo futuro prossimo. Le notizie che la riguardano direttamente interessano, ma tutte le altre no. I problemi generali sono dunque seguiti da una minoranza e il sistema mediatico cerca appunto di soddisfare questa loro curiosità.

Come si vede si tratta di una riflessione non originale e che però coglie nella sua semplicità uno spaccato di rilevante verità. Ciò che fa Scalfari nel rispondere è menare il can per l’aia, parlando di federalismo europeo, citando ovviamente Spinelli e quel di Ventotene, Mario Draghi e l’Europa, Angela Merkel e l’Europa, Matteo Renzi e Italia ed Europa, papa Francesco e il mondo. La Bce, la Bundesbank, e le varie altre istituzioni.

Così come la maggioranza è indifferente ai problemi generali, anche Scalfari è indifferente al problema di fondo: una volta raggiunta la famigerata federazione europea, quando il debito pubblico e le politiche fiscali saranno comuni, eccetera, crede veramente Scalfari che le grandi questioni del presente e del futuro troveranno soluzione? Se tali obiettivi federativi saranno raggiunti, ci si arrangerà meglio. Forse. E tuttavia le contraddizioni da cui nascono quei problemi rimarranno intonse.

Ciò di cui c’è bisogno è un cambio di paradigma, ma tale cambiamento è impedito dalla natura stessa del sistema nel quale ci muoviamo. Si pensi solo all’accumulazione di ricchezze improduttive, allo sperpero e dissipazione di esse. Ma solo per ripetere le solite cose e tacerne moltissime altre.

Il cambiamento che prefigura Scalfari e la gente come lui, così miope, è sempre e solo in ragione dei cambiamenti che esige un’economia tributaria degli interessi del grande capitale, in cui la merce ormai guadagna più dalla sua distribuzione che dalla sua produzione (e vai dunque alle cause della crisi). Le anime comuni l’hanno ben capito e perciò disertano sempre più i temi evocati da Scalfari, nonché i seggi elettorali.

È un peccato che Scalfari non potrà vedere fino a che punto s’è sbagliato, di quanto fosse antiquato il suo paradigma, fermo ancora a Ventotene.







giovedì 17 marzo 2016

Istruiti


Posta l’elevatissima percentuale di adulti in età giovane attualmente disoccupati, precari e semplicemente disperati, con quale reddito si pensa, tra una generazione (ma anche in un lasso di tempo più breve), che questa enorme massa di persone possa almeno tirare a campare? Sussidiando? Stante un debito pubblico (non solo quello italiano) che tende a crescere e la sempre più drastica riduzione di posti di lavoro dovuta allo sviluppo delle tecnologie e alla razionalizzazione dei processi produttivi? Stante l’aumento della popolazione anziana? Stante il fatto che la redditività del capitale in rapporto agli investimenti – nonostante le enormi centralizzazioni in atto – non solo tenda a calare ma stia crollando?


La formidabile realtà delle cose che ci opprimono e ci sopravanzano non mi pare induca alcuna seria riflessione. Il dibattito pubblico (??) prosegue nella tranquilla ostentazione di ignorare la radice dei problemi. Non c’è di che stupirsi poiché siamo stati istruiti per ignorare tutto ciò che ci riguarda direttamente e realmente. 

No, non è colpa della borghesia, non più di quanto l’ancien régime fosse colpa dell’aristocrazia; non è colpa del vituperato kapitalismo più di quanto non fosse colpa del feudalesimo. E del resto il movimento storico, nelle sue leggi, non si pone le questioni in termini così ameni.

mercoledì 16 marzo 2016

Il diluvio



Non smetto di stupire di fronte al fatto di come il denaro investito in propaganda possa muovere milioni di persone nel circo elettorale americano che è quanto di più antitetico con la democrazia. In questo gulag spettacolare, l’altra faccia di quello sovietico, non è ben chiaro soggettivamente dove termini la realtà e dove abbia inizio l’allucinazione. Un po’ come succede nel film Shutter Island di Scorsese.

Si è presi dal più nero pessimismo e tutti i bei discorsi sulla coscienza delle masse vanno a farsi fottere. Del resto aveva ragione Marx quando scriveva che la coscienza dipende dalla pancia, ossia dall’essere sociale delle persone.


I reazionari approfittano di questo stato dell’arte per tracciare una linea netta. È gente che non ha mai fatto il minimo sforzo, presa nel circuito lucrativo delle sue Shutter Island, per comprendere la dialettica storica. Paradossalmente la rottura con l’economia dello sfruttamento, determinata dal capitale inerte, dopo essersi abbozzata per decenni si mostra in tutta la sua realtà storica, nel diluvio che ci sta piombando addosso.