sabato 12 marzo 2016

La vigilia


La sfida che ci pone innanzi il secolo riguarda tutte le classi sociali, compresa la borghesia. L’esigenza di un radicale cambiamento, del modo di considerare la produzione e la distribuzione della ricchezza, e dunque il lavoro e i rapporti sociali che con esso vanno dappresso, e perciò anche quelli giuridici e politici, si fa e si farà sempre più urgente, pressante, ineludibile. La classe dominante e i ceti sociali che si abbeverano alla stessa fonte non hanno alcun interesse a mollare la presa. Anzi. Le classi subalterne, dal canto loro, temono di perdere ciò che con dure lotte e sacrifici avevano strappato per il passato.

È illusione comune che le cose possano in qualche modo andare avanti, anche se non pochi dubbi trapelano e anzi si fanno insistentemente manifesti e fastidiosi. Però, a sentire di come se ne parla, di cosa si dice in tal senso, sembra ci si riferisca a tutt’altre cose. Sullo sfondo l’ombra minacciosa di un conflitto generalizzato, del tutti contro tutti. È una possibilità concreta, forse anche la più probabile. Ad ogni modo siamo alla vigilia di un grande disordine dagli esiti davvero imprevedibili. Il vecchio mondo non vuole essere seppellito, e tuttavia, per quanti sforzi contrari faccia, si sta scavando ogni giorno la fossa. Sempre più profonda, man mano, paradossalmente, che celebra i sui stupefacenti risultati e le sue conquiste.  


E noi? Non resteremo solo spettatori ancora troppo a lungo, anche se c’è sempre il rischio, in simili circostanze, di diventare protagonisti nostro malgrado come vittime.

mercoledì 9 marzo 2016

[...]


«Bisogna combattere il senso d’inutilità del voto», diceva stamane alla radio Ferruccio De Bortoli. In ciò rivelando la sua falsa coscienza (o peggio). Si tratta di senso d’inutilità oppure d’inutilità effettiva? Nel primo caso il motivo sarebbe d’ordine prevalentemente psicologico ed emotivo, nel secondo caso riconducibile ad altre e ben più pregnanti ragioni d’ordine sociale e politico. Chissà come pensano di “combatterlo”.

*


Nel più grande stato industriale del Midwest, il Michigan, a sorpresa ha vinto Sanders, il “socialista democratico”. Da quelle parti ci s’illude ancora, ma ad ogni modo l’esito del voto è significativo sullo stato dell’arte.

domenica 6 marzo 2016

Come salvare il capitalismo con mille dollari il mese


Non facciamoci abbagliare dai suoi trionfi, il capitalismo è spacciato. È sufficiente leggere articoli come questo, apparso sul NYT, per rendersene conto. Più che una descrizione scientifica rappresenta uno stato d’animo. Produrre merci senza aver bisogno del lavoro umano. Peccato non averci pensato prima, si potevano magari addestrare degli scimpanzé. Perché andare a produrre in Cina o in Pakistan quando basterebbero dei robot per risolvere ogni problema?

Costruiamo fabbriche dove il lavoro umano in proporzione alle macchine sia ridotto davvero ad un minimo insignificante. Mettiamo in comune il “capitale fisso”, sembra di sentire san Marchionne. Non è più tanto il lavoro a presentarsi come incluso nel processo di produzione, quanto piuttosto l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore.

L’avessero saputo Smith, Ricardo, e soprattutto quel confuso di Marx, oh quanto inchiostro, quanto sudore e sangue avremmo potuto risparmiare all’umanità. Salvo il fatto che Marx proprio questo prefigurava da un punto di vista strettamente scientifico, quindi certo non s'illudeva di poterlo realizzare né nella penuria e nemmeno nell'ambito dei rapporti di produzione capitalistici. Ora invece pare, a dar retta agli ideologi borghesi, che questa nuova età possa instaurarsi nell’ambito degli stessi rapporti di produzione, e quindi come buoni amici risolvere la faccenda, spartire ragionevolmente il bottino tra capitalisti e … disoccupati.


sabato 5 marzo 2016

La tendenza


Il governo cinese ha annunciato licenziamenti di massa nelle imprese di proprietà statale, in particolare quelle del carbone e dell'acciaio, ma anche in altre industrie di base. Per eccesso di capacità produttiva, sostiene il premier Li Keqiang. La produzione di acciaio stimata è passato da 132 milioni di tonnellate nel 2008 a 327 milioni nel 2014, ossia tre volte il Giappone, secondo più grande produttore mondiale. Si tratterebbe – secondo il ministro del welfare Yin Weimin – di 1.800.000 lavoratori, 500mila della siderurgia e 1,3mil. delle miniere.

Un comunicato dell’agenzia Reuters, martedì scorso, sulla base di fonti governative anonime, rilevava che il governo sta progettando di tagliare la capacità produttiva in ben sette settori, tra cui cemento, vetro e cantieristica navale, per complessivi sei milioni di posti di lavoro in meno nei prossimi tre anni. La produzione di cemento è quasi raddoppiata, da 450 a 850mil. di tonnellate, mentre la raffinazione del petrolio è balzata da 77 a 230 milioni di tonnellate, la produzione di vetro piano è passata da 76 a 215 milioni di t.

Secondo dati ufficiali cinesi la disoccupazione sarebbe al 4 per cento, ma alcune stime, come quelle fornite da parte del National Bureau of Economic Research, pongono la cifra reale vicino al 10 per cento. Quale che sia la verità su tutte queste cifre, di significativo c’è la tendenza. Il deflusso di capitali sta facendo il resto, non solo in Cina, ma anche negli altri paesi del gruppo dei cosiddetti Brics. Un esempio di rilievo è quello del Brasile, con un calo del Pil pari al 3,8 per cento nel 2015, ma che sta accelerando, con un meno 5,9 per cento nel quarto trimestre dell'anno rispetto a un anno prima.

Grandi mutamenti s’annunciano in tutto il globo nel prossimo futuro, e sarà un peccato non poterli vedere (o una fortuna?)


mercoledì 2 marzo 2016

Ciò che si prospetta, inevitabilmente


«Il capitalismo ormai non è solo incompatibile con la democrazia: è incompatibile con la vita».

Questa frase mi provoca sempre un sorriso. Generazioni di comunisti e anticomunisti non hanno avuto e continuano a non avere un’idea scientifica (non trovo espressione più congruente) di che cosa sia il capitalismo nella sua essenza e quali siano i reali motivi della sua crisi storica. Se ciò si può comprendere e scusare per quanto riguarda le anime comuni, non può invece trovare alcuna giustificazione quando a prendere una posizione antagonista al capitalismo con simili frasi ad effetto sono dei leader politici.

Precisazione propedeutica per chi si mettesse all’ascolto per la prima volta su questa frequenza d’onda: una posizione anticapitalistica che attribuisca tutti i mali sociali al capitalismo, fino a farne il responsabile ontologico di ogni contraddizione sociale e nequizia umana, è un’idea che di per sé nulla ha a che fare con una concezione materialistica e dialettica della storia. È un manicheismo pretesco.

Compito di un dirigente politico che non incarni semplicemente la critica opportunistica borghese, che insomma non sia un Varoufakis greco o un Vendola nostrano, è quello di chiarire per quale motivo fondamentale il capitalismo risulti “incompatibile con la vita”. E dunque non basta denunciare il circolo vizioso di  inefficienza e irrazionalità, di abusi e soprusi del sistema che sono ben evidenti ma comuni a ogni formazione sociale finora succedutasi, e non è sufficiente dire che il modo di produzione capitalistico, dominato dalle sue contraddizioni, produca effetti dirompenti sul piano sociale e su quello della sostenibilità del rapporto di ricambio uomo-natura (*).