La
sfida che ci pone innanzi il secolo riguarda tutte le classi sociali, compresa
la borghesia. L’esigenza di un radicale cambiamento, del modo di considerare la
produzione e la distribuzione della ricchezza, e dunque il lavoro e i rapporti
sociali che con esso vanno dappresso, e perciò anche quelli giuridici e
politici, si fa e si farà sempre più urgente, pressante, ineludibile. La classe
dominante e i ceti sociali che si abbeverano alla stessa fonte non hanno alcun
interesse a mollare la presa. Anzi. Le classi subalterne, dal canto loro,
temono di perdere ciò che con dure lotte e sacrifici avevano strappato per il
passato.
È
illusione comune che le cose possano in qualche modo andare avanti, anche se
non pochi dubbi trapelano e anzi si fanno insistentemente manifesti e
fastidiosi. Però, a sentire di come se ne parla, di cosa si dice in tal senso,
sembra ci si riferisca a tutt’altre cose. Sullo sfondo l’ombra minacciosa di un
conflitto generalizzato, del tutti contro tutti. È una possibilità concreta,
forse anche la più probabile. Ad ogni modo siamo alla vigilia di un grande
disordine dagli esiti davvero imprevedibili. Il vecchio mondo non vuole essere
seppellito, e tuttavia, per quanti sforzi contrari faccia, si sta scavando ogni
giorno la fossa. Sempre più profonda, man mano, paradossalmente, che celebra
i sui stupefacenti risultati e le sue conquiste.
E
noi? Non resteremo solo spettatori ancora troppo a lungo, anche se c’è sempre
il rischio, in simili circostanze, di diventare protagonisti nostro malgrado come
vittime.