La réclame borghese di ogni orientamento ci mette in attesa, ogni giorno e ogni ora, di cosa decideranno i mercati. Sono questi che determinano la scena economica e sociale, non meno di quella politica. Chi sono i “mercati”? Anzitutto la terminologia: mercato è sinonimo di capitale finanziario. Il capitale che agisce tramite le banche e i centri finanziari e specula su qualcosa come 600mila miliardi di dollari l’anno, dodici volte il Pil mondiale. Poche decine di banche e di centri finanziari decidono anche per tutti gli altri.
Pensare di poter colpire questi centri d’élite del potere finanziario con le marcette significa anzitutto non aver ben chiara la natura di questo sistema e non aver compreso che esso rappresenta la più subdola e sofisticata dittatura di ogni tempo. Non quella degli apparati burocratici di partito come ha immaginato il mediocre Orwell, bensì la dittatura del denaro, il grande capitale che domina incontrastato su tutto il globo e la vita dei suoi abitanti, i cui input viaggiano alla velocità della luce e le conferme di “eseguito” sono istantanee. Questo sistema è democratico come i paesi dell'Est erano comunisti.
Questo per quanto riguarda il vertice. Alla base della piramide stanno gli schiavi addetti alla produzione e ai servizi, mentre a un livello intermedio trovano posto i propagandisti, il cui compito è di illustrare le sorti magnifiche e progressive del sistema, di considerare lo status quo come definitivo e di screditare come empia e folle qualunque ipotesi alternativa all’eden della merce. Essi vogliono far passare l’idea che il capitalismo, nonostante le sue contraddizioni, possa solo riprodursi all’infinito. Per questa gentaglia il massimo del movimento e del cambiamento è dato dall’aumento o diminuzione del volume delle quantità, la loro arma più efficace è la glaciazione del pensiero.
Qualunque manovra di aggiustamento o escamotage finanziario, qualsiasi trucco contabile, non salverà il sistema dalle sabbie mobili delle sue contraddizioni.



