mercoledì 31 marzo 2021

C'era in America e c'è ancora


 

Se i coloni americani combatterono per la libertà, liberandosi dal giogo inglese, perché non affrancarono i loro schiavi neri? Non avevano gli stessi “diritti naturali” dei bianchi? Non fu questa la principale contraddizione della guerra d’indipendenza americana e l’inestinguibile difetto del loro sistema sociale?

Non bastava oltretutto liberarli dalle catene, poiché nel Nord non vi erano solo schiavi, ma anche neri liberi. Liberi fino a che punto? Non certo nei diritti più elementari, quelli stabiliti dalla Costituzione: “Tutti gli uomini sono creati uguali, il loro creatore ha donato loro determinati diritti inalienabili, tra cui quello della vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”.

I neri americani non godranno di quei diritti neanche in seguito e per molto tempo, ossia fino a un’epoca molto recente. Ancora oggi il problema “razziale” è ben lungi dall’essere superato.

Le cose non andarono meglio con i cinesi, che morirono come mosche nella costruzione delle linee ferroviarie, oppure nei riguardi degli italiani, considerati del pària, o con gli irlandesi, ecc..

Jefferson, nel luglio 1776, al Congresso denunciava la corona inglese per aver introdotto la schiavitù in America come “una crudele guerra contro la natura stessa dell’uomo”. Tale dichiarazione fu cancellata dalla versione finale della Dichiarazione d’indipendenza.

Non era opportuno insistere troppo su questo punto, posto che gli schiavi neri avevano per padroni proprio coloro che stavano redigendo la Dichiarazione.

Madison, dal canto suo e come uno dei principali redattori della Costituzione, difese la necessità dello “scomodo compromesso” con gli stati schiavisti del Sud, ma il sistema schiavistico riguardava anche i proprietari bianchi del Nord. Ancora nel 1810, non meno del 40% delle case di New York possedeva degli schiavi.

Nel 1755 gli afroamericani rappresentavano circa il 20% della popolazione, ed erano più dei nativi americani. Solo una piccola parte dei neri, meno del 5%, nelle Tredici colonie era formata da uomini e donne liberi; dopo la guerra d’indipendenza circa l’8% risultava libero. Vale a dire che oltre il 90% dei neri rimasero in catene e alla frusta dopo la vittoria sulla corona inglese.

Ad ogni modo il lieve incremento di neri liberi dipese dalle contingenze della guerra tra l’esercito britannico e quello dei coloni insorti. I britannici, con il “progetto diabolico” di lord Dunmore, offrivano ai neri la libertà in cambio del loro arruolamento in Virginia, esteso puoi anche in altri stati.

Per contro, in data 12 novembre 1775, i coloni ribelli emanarono un regolamento in cui si affermava che tutti i neri, liberi o schiavi, non potevano essere chiamati a servire nell’esercito rivoluzionario. Il divieto fu ribadito all’inizio del 1776, sia da George Washington che dal Congresso.

L’inasprirsi e il dilagare della guerra costrinse i “ribelli” ad arruolare in apposite unità i neri, dapprima nei reggimenti New England e Pennsylvania (la discriminazione non muterà nemmeno durante la seconda guerra mondiale, com’è noto). La promessa di distribuire degli appezzamenti di terra anche ai veterani neri, così come di corrispondere loro una paga, non fu mantenuta.

Nel 1779, quando la guerra rivoluzionaria si estese nel Sud, la “mancanza cronica di bianchi poveri per la milizia”, costrinse il Congresso, dopo lungo dibattito, ad emanare delle direttive per la creazione di unità formate da soli neri nel Sud. Ciò avvenne anche per “diminuire il pericolo di rivolte e diserzioni, separando i più forti e intraprendenti dal resto dei Negri”. Divide et impera (*).

Fu anche un modo molto economico per arruolare truppe per le quali non era prevista una paga regolamentare. Alla fine del conflitto, ai neri sopravvissuti fu elargito un pugno di dollari a testa.

L’abolizionismo per vari decenni fu poco popolare tra gli americani bianchi, confinato a una piccola frangia radicale. Solo nuove circostanze storiche favorevoli determinarono l’abolizione della schiavitù negli stati del Sud, all’epoca della guerra di Secessione (1861-’65).

Come sarebbe andata avanti la faccenda degli schiavi senza i contrasti tra gli stati del Nord e quelli del Sud che sfociarono nella guerra civile? Per quanto tempo ancora la schiavitù dei neri in America si sarebbe protratta negli stati del Sud e in quelli del Nord?

La presenza degli schiavi negli stati del Nord non era così massiccia come in quelli del Sud, poiché si contavano da poche migliaia a qualche decina di migliaia nei diversi Stati, e tuttavia l’abolizione della schiavitù fu vicenda alquanto lunga e complessa anche al Nord dopo la guerra d’indipendenza.

Nel 1783 il Massachusetts divenne il secondo strato dopo il Vermont ad abolire la schiavitù in modo totale. Nel New Jersey, con il Gradual Abolition Act, venivano liberati i figli nati schiavi dopo il luglio 1804, di modo che al compimento dei 21 anni per le femmine e 25 anni per i maschi, l’abolizione divenne effettiva solo dal 1829.

Lo stato di New York, che contava un numero più consistente di schiavi, fu tra gli stati meno “illuminati”: la completa abolizione fu raggiunta solo nel 1827, ossia mezzo secolo dopo la Dichiarazione.

Nel Connecticut l’abolizione ebbe luogo solo nel 1848. Nell’insieme gli stati non fecero “praticamente niente per favorire l’integrazione dei neri liberati, dando loro delle terre, istruendoli o interrompendo la discriminazione organizzata che negava l’uguaglianza di status e diritti politici, e corroborando il divieto lungamente e ampiamente accettato sui matrimoni misti” (J. Israel, Il grande incendio, pp. 183-84).

Va considerato – stando alle parole di Madison – che il diritto di voto non fu regolato nella stessa maniera nemmeno in due diversi stati. Fino ad anni recenti, di fatto, negli stati del Sud il diritto di voto per molti neri fu solo una chimera, e del resto anche in seguito non avrebbe scalfito il collaudato controllo dei meccanismi elettorali.

Pertanto la nostra analisi e il nostro giudizio andrebbero estesi alle condizioni sociali e politiche in cui i neri (non solo loro) hanno vissuto e continuano la loro esistenza fatta di effettive e non teoriche discriminazioni negli Stati Uniti, i quali per antonomasia sono considerati il paese più libero e democratico del mondo. Ma viene più facile e spiritoso commentare su twitter la Russia di Putin.

(*) La direzione della guerra d’indipendenza americana, quella che negli Stati Uniti è usi chiamare “rivoluzione americana”, fu totalmente nelle mani della aristocrazia fondiaria e in quelle della borghesia commerciale. Le più importanti dinastie fondiarie, industriali e speculative (Livingston, Schuyler, Pickering, Knox, van Rensselaer), puntavano a una guerra d’indipendenza che mettessi senza mezzi termini il governo, il potere e i privilegi nelle loro mani, salvaguardando i loro diritti di proprietà. Per dare un esempio illuminante dell’incremento nella concentrazione dei possedimenti fondiari, alcuni di essi arrivarono a ben oltre 250.000 acri, vale a dire 101.000 ettari (per dare un’idea concreta: un’area di 25 per 40 km), passando da 1000 a 3000 fattorie (J. Israel, cit., pp. 215-16). Molte assemblee statali negarono i diritti politici anche ai bianchi che non avevano proprietà. Thomas Paine fu testimone delle speculazioni fondiarie, tanto che nel 1796 attaccò lo stesso Washington affermando che: “le terre ottenute con la rivoluzione erano state date con prodigalità ai suoi sostenitori; l’interesse dei soldati smobilitati fu venduto agli speculatori; l’ingiustizia fu compiuta con il pretesto della fede; e il capo dell’esercito divenne il patrono della frode”.


2 commenti:

  1. Grazie Olympe,anche per tutto il resto,lamenti il fatto che alcune tue riflessioni non hanno commenti,da parte mia non riesco mai a trovare dei distinguo,certamente per la mia mediocrità,grazie ancora.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Doriano. Ne basta uno come il tuo ogni tanto.

      Elimina