martedì 26 gennaio 2021

La crisi e il destino della democrazia

 

Negli ultimi cinquant’anni s’è assistito a un inesorabile declino degli Stati Uniti d’America. Il significato di questo declino può essere colto solo nel contesto storico e internazionale. La decisione del presidente Nixon, il 15 agosto 1971, di rimuovere la convertibilità in oro del dollaro USA, distruggendo in tal modo l’accordo di Bretton Woods del 1944, fu l’episodio rivelatore di tale declino.

Il pilastro di quell’accordo, che costituì la base per la stabilizzazione del capitalismo mondiale dopo 30 anni di turbolenze economiche e massacri bellici, prevedeva che il dollaro svolgesse a livello mondiale il ruolo di valuta di riserva, convertibile in oro con un rapporto di 35 dollari per oncia.

Il declino della posizione economica degli Stati Uniti, le spese folli nella corsa agli armamenti (allo spazio) e la guerra in Vietnam, l’emissione di enormi quantità di dollari, il deficit della bilancia commerciale e di quella dei pagamenti, rendevano sempre più oneroso convertire dollari in oro, con la prospettiva di un imminente disastro finanziario.

Lo shock dell’agosto 1971 fu l’espressione della fine del boom economico del dopoguerra e, per quella fase, dello sviluppo dell’economia capitalista globale, segnando un punto di svolta non solo nella posizione economica degli Stati Uniti, ma anche nel destino della democrazia americana.

Nell’individuare i motivi economici dell’attuale crisi istituzionale e politica di molti paesi (quella negli Stati Uniti ne rappresenta l’espressione più violenta), può essere utile passare brevemente in rassegna la traiettoria degli ultimi 50 anni del capitalismo, e dunque gli sviluppi del sistema monetario e finanziario.

Questa traiettoria può essere riassunta nell’ascesa senza fine del capitale finanziario, la forma più rapace e incontrollabile del capitale, che nel suo insieme ha finito per dominare totalmente l’intera economia, innescando decisivi e profondi processi di cambiamento nella sfera sociale e politica.

Nel 1973-75, a seguito di un crollo degli investimenti, della produzione e del saggio di profitto negli Stati Uniti e in tutto il mondo, iniziato sul finire degli anni 1960, il capitalismo mondiale entrò nella recessione più profonda dagli anni 1930 (nel triennio si ebbe il contemporaneo calo della produzione nei seguenti paesi: USA – 16 per cento; RFT -15; Francia -12; Giappone -31; GB – 6; Italia – 17).

Secondo la Fondazione Agnelli, il saggio del profitto in quegli anni scese nella RFT dal 23 al 14 per cento e in GB dal 3,5 a zero.

Il fenomeno era diverso dalle crisi degli anni 1950 e 1960, che investivano prevalentemente singoli paesi (gli altri potevano svolgere una funzione anticiclica), e alle quali faceva seguito, dopo una breve parentesi, la ripresa dei cicli di crescita ancor più sostenuti dei precedenti. Del resto le crisi non solo sono possibili nel processo di produzione capitalistico, ma sono un loro portato necessario, poiché lo sviluppo capitalistico, la sua accumulazione, può avvenire solo attraversi successivi momenti di crisi.

Quella crisi fu sostanzialmente una crisi di sovrapproduzione di capitale (non di debito, come credono quelli che ora scambiano certe determinazioni per le cause), il cui fenomeno visibile fu però, per diversi motivi, sostanzialmente diverso da quelli della crisi attuale, che ha assunto il carattere di crisi di sovrapproduzione di capitale assoluta.

Anche la recessione degli anni Settanta passò, ma non fu sostituita da nulla che somigliasse alle fasi di ripresa del passato, inaugurando anzi una stagione che divenne nota come quella della “stagflazione”, la combinazione di aumento accelerato dei prezzi e stagnazione. Questo fenomeno è di per sé contraddittorio e perfino assurdo, avrebbe bisogno, nei suoi quattro aspetti fondamentali, di una spiegazione che qui non può trovare spazio.

Le cosiddette misure keynesiane, basate sugli stimoli statali, non solo allora si rivelarono inefficaci per una sostenuta ripresa, ma peggiorarono la situazione inflattiva e innalzarono il debito pubblico.

Sotto Carter la pressione inflazionistica (superiore al 15%, i tassi di interesse raggiunsero a un certo punto il 20 per cento) portò alle dimissioni dell’intero governo USA nel luglio 1979. L’Italia fu uno degli anelli più deboli della catena di comando capitalista, ma vale la pena ricordare, quale altro esempio, che lo sciopero dei minatori in Gran Bretagna del 1973-74 fece cadere il governo Heath.

Le teste pensanti della classe dominante compresero che non c’era via d’uscita dal pantano con le mezze misure, ossia restando nel quadro industriale del dopoguerra. Il livello di sfruttamento all’interno del vecchio ordine capitalistico si dimostrava inadeguato a garantire la valorizzazione del capitale, oltre a dover far fronte a una lotta di classe massiccia e organizzata.

In tale situazione, i padroni del mondo riconoscevano che era necessaria una ristrutturazione dell’assetto dell’economia se si voleva arrestare la caduta degli investimenti e del saggio di profitto in molti settori e dare slancio all’economia, cioè nuove opportunità d’investimento e di sbocco.

Ciò ha comportato, già dagli anni Ottanta, la chiusura delle attività industriali meno redditizie, lo sviluppo e l’introduzione di nuove tecnologie su base informatica e robotica, quindi la riduzione della forza-lavoro impiegata, l’esternalizzazione della produzione a livello internazionale per trarre vantaggio da fonti di lavoro molto più economiche, la liquidazione o la svendita ai privati di buona parte delle partecipazioni statali.

Questo programma è stato guidato politicamente a livello internazionale dai governi Thatcher e Reagan. La principale arma economica utilizzata per imporre il programma di ristrutturazione è stata impugnata dalla Federal Reserve statunitense sotto la presidenza di Paul Volcker, nominato da Jimmy Carter nel 1979.

Condotta sotto la bandiera della lotta all’inflazione, questa strategia aveva l’obiettivo prioritario di piegare le rivendicazioni delle classi lavoratrici, a cominciare dalla classe operaia. Una svolta importante nella lotta di classe avvenne nel 1981, quando Reagan impose d’imperio il licenziamento di massa dei controllori del traffico aereo e incarcerò i leader del loro sindacato.

Ciò ebbe un “effetto psicologico sulla forza di contrattazione sindacale su altre questioni, qualunque fossero le questioni”, ebbe ad elogiare caustico Volcker. In Italia, già l’anno prima, la svolta si ebbe con la famosa sfilata dei cosiddetti 40mila a Torino. La burocrazia sindacale non solo si adeguò, ma fu parte attiva e diligente di questa strategia.

Del resto era nota la posizione ufficiale da parte di padroni e governi: l’inflazione non sarebbe stata sconfitta in modo decisivo fino a quando i lavoratori e i loro sindacati non avessero accettato salari più bassi e licenziamenti in massa. È noto cosa fece la Thatcher soprattutto contro i minatori.

[Il post sta diventando troppo lungo, forse lo continuerò in un’altra occasione].


14 commenti:

  1. Tema suggerito per il successivo post: anche senza toccare i presupposti da cui parti, può essere utile esaminare la strana parabola della sinistra americana, che ha progressivamente "mollato" i lavoratori dei settori tradizionali (primario e secondario) lasciandoli ai repubblicani, e in particolare, di recente, a Trump. Si ha così una curiosa inversione delle classi, o almeno delle preferenze politiche delle classi.
    In Europa, invece, le cose sono tuttora in parte sovrapponibili con la visione tradizionale. Rimane l'incognita della disoccupazione di massa, che sarebbe stata dietro l'angolo anche senza le dissennate politiche anticovid, e del convitato di pietra, ossia il settore pubblico.

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  2. ...e a me niente?
    maurix

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    1. tre-quattro mail, non credo saranno di più

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    2. Se si dimentica di me, madame, non sarò più tra i boys che si precipitano con l'accendino d'oro ad accenderle la sigaretta quando la innesta sul lungo, lungo, lungo bocchino di giada.

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    3. Non si dimentichi dei lettori fedeli ma silenziosi!

      Dario

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  3. «Le teste pensanti della classe dominante compresero che non c’era via d’uscita dal pantano con le mezze misure, ossia restando nel quadro industriale del dopoguerra».
    Aspetto il seguito del post per sapere, in linea di massima, che cosa pensano di fare le attuali teste di cazzo pensanti della classe dominante per tentare di "valorizzare" il Moloch

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  4. No stemo a dir monae.

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  5. Ho atteso in vano nella lettura che si andasse oltre le osservazioni sul volontarismo economicista. Mancano riflessioni sul fondamentale fattore energetico, ne propongo alcune: come l'Italia terminò il suo "boom" economico nel 1963 per la saturazione del settore idroelettrico (da qui l'ansia operosa di Mattei e la sua tragica esecuzione), così alla fine degli anni '60 gli USA smisero di essere la locomotiva economica mondiale avendo raggiunto il picco di Hubbert, non erano più insomma il primo produttore mondiale di petrolio;
    da allora non poterono più permettersi guerre unicamente ideologiche come quelle in Indocina, scesero a patti con l'URSS (trattati SALT e spartizione delle sfere di influenza, con repressioni simmetriche nel blocco orientale ed in America Latina). Lo scettro passava nel Medioriente, non a caso in quel periodo Israele, proxy degli USA, diventa una potenza militare regionale contro le petromonarchie del golfo persico. Seguirà un decennio di stagnazione economica con inflazione, "stagflazione" appunto, dovuta al vertiginoso aumento dei costi del petrolio. La rivoluzione khomeinista fu un'inattesa benedizione: ruppe l'unità terzomondista del mondo islamico che ricattava l'Occidente ed assicurò l'alleanza dei Sauditi verso gli Usa. In quel momento, aprendosi una nuova stagione di energia (d'importazione) a basso costo, la Thatcher poté disfarsi in maniera feroce dei minatori del nord dell' Inghilterra e cominciare a giocare anche lei alla finanziarizzazione dell'economia nazionale. Analogamente in Italia i padroni del vapore rialzarono la testa, con atti dimostrativi come la marcia dei 40'000 (secondo la questura). Da mezzo secolo le guerre si fanno per conquistare le risorse, soprattutto energetiche, guerre che hanno l'utile effetto collaterale di mettere in moto enormi masse di diseredati, arruolati volontari e disperati degli eserciti di riserva del capitale.
    Forse sono stato un po' lungo anch'io ma ho detto comunque poco.
    [Peppe]

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    1. Caro Beppe, partiamo dal dettaglio: nel posto cito esplicitamente la Thatcher e i minatori (anche Reagan e i controllori di volo); menziono la sfilata dei 40.000 a Torino; sul caso Mattei ho dedicato diversi post in passato, eccetera. Sulle generali: il tema del posto non riguarda i rapporti di potenza, la lotta per i mercati, le materie prime e simili.
      Inoltre devi tener conto di due altri fatti, primo: questo è un blog, non una rivista di geopolitica; secondo: la mia analisi può scontare dei limiti, impliciti o voluti che siano. Ti ringrazio comunque per le tue osservazioni, mai banali.

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  6. Sì, non discuto i limiti della forma (blog, ovvero diario o zibaldone) e la "linea editoriale" (ci vorrebbero più spazi, ovvero menti, così interessanti).
    Il fatto è che mi sembra che nell'articolo si proiettasse sul passato qualcosa che solo adesso ha pieno compimento, vale a dire la predominanza della finanza sull'economia materiale, fenomeno, a mio parere, piuttosto recente. Credo furono gli anni '70 l'età della svolta con processi di sperimentazione tanto "in patria", con il primo commissariamento di un ente pubblico - il comune di New York, in stato fallimentare - da parte di organi finanziari privati, quanto all'estero, con gli Stati oppressi dal piano Condor usati dai "Chicago boys" come laboratori di ingegneria social-finanziaria.
    Ammetto di avere una visione diversa dalla sua sui processi storici in generale: Lei li interpreta - credo - come il palesarsi dei cicli catastrofici ed espansivi del capitalismo; io penso che il capitalismo non abbia alcuna legge se non quella dell'opportunismo, che esso prevale perché agisce da una posizione di forza in ogni circostanza e che non si fermerà mai perché scatena le forze dionisiache dell'umanità.
    La ringrazio per l'attenzione.
    [ Peppe, con tre "p" :) ]

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  7. Incollo dalla voce "tasso naturale di disoccupazione" su Wikipedia:

    "La disoccupazione infatti, come sosteneva Kalecki, ha un effetto disciplinante sul comportamento dei lavoratori. Secondo questa prospettiva, non esiste un livello di disoccupazione “naturale”, ma può sussistere un livello così elevato da provocare tra i lavoratori una situazione psicologica di scoraggiamento e incertezza, che disincentiva le rivendicazioni salariali; in assenza di aumenti salariali, l’inflazione resta contenuta"

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    1. ottimo.
      resta da rilevare che viviamo ancora in una società dove si può sentir parlare di "tasso naturale di disoccupazione".

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