lunedì 25 gennaio 2016

Scomparsi i più poveri avremo solo poveri (in aumento)


Sul Sole 24 ore di ieri, in prima e poi a pagina 18, si leggeva un articolo di Bill e Melinda Gates, due noti filantropi della omonima fondazione. Ciò che descrivono, per quanto riguarda la situazione reale, è per l’anima borghese assai coinvolgente:

«Viviamo in tempi straordinari. Ogni giorno sembra delinearsi una nuova crisi, che si tratti di immigrazione, di volatilità economica, di sicurezza o di cambiamento climatico. Un fattore comune è la povertà: eliminarla aiuterebbe a superare le altre sfide in modo molto più semplice. Ci sono buone ragioni per essere ottimisti. Sin dalla fine del secolo sono stati fatti passi verso un mondo in cui ogni individuo ha la possibilità di condurre una vita sana e prospera. La mortalità materna, quella infantile e i decessi per malaria sono dimezzati così come la povertà estrema. Il target degli obiettivi che i 193 Paesi dell’Onu hanno sottoscritto a settembre è quello di eliminare la povertà in tutte le forme e ovunque entro il 2030. Questo è possibile e vedremo importanti svolte lungo il percorso con opportunità per chi vive nei Paesi poveri. Le vite dei più poveri miglioreranno in tempi più rapidi nei prossimi 15 anni. Il progresso non solo è possibile, ma anche inevitabile.»

Gli autori dell’articolo sostengono che la povertà è un fattore comune che accompagna la crisi economica, il problema dell’immigrazione, la sicurezza e il cambiamento climatico. Tuttavia essi esprimono ottimismo sul futuro sulla scorta degli indubbi progressi registrati nella riduzione delle povertà più estreme, donde deriva la speranza che in un prossimo futuro le più gravi forme di miseria e sottosviluppo possano essere superate.



Siamo dunque grati per quanto stanno facendo questi e altri filantropi multimiliardari, come Mark Zuckerberg e sua moglie Priscilla Chan, nonché grati a tutte le organizzazioni dedite a tale nobile impegno. E tuttavia se grazie a tale impegno congiunto si potranno forse rimuovere le forme di miseria più estrema, resta il problema della “normale” povertà, la quale nel XXI secolo non può essere certo valutata solo in calorie pro capite. Queste forme di povertà e di disuguaglianza sociale, anziché ridursi, si stanno espandendo e approfondendo, in particolar modo proprio nei paesi di più antica industrializzazione, tanto da essere chiamate ormai comunemente “nuove povertà”.

*

Esistono altre povertà, magari meno drammatiche di quelle della fascia dei Tropici, ma non per questo da trascurare. Vi sono per esempio le povertà presenti a poca distanza dalle residenze sorvegliate dei filatropocapitalisti dell’articolo. Quel 15% di statunitensi che campano grazie al Supplemental Nutrition Assistance Program, tra i quali circa 16 milioni di bambini e adolescenti, pari alla popolazione di New York City, Los Angeles, Chicago e Houston insieme. Oppure quelle situazioni descritte in questo articolo, certamente non di un paranoico marxista.

In generale, la carità pelosa ha sempre avuto lo scopo di degradare e demoralizzare i suoi destinatari e assolvere la coscienza dei ricchi mecenati che direttamente o indirettamente sfruttano e saccheggiano il pianeta accumulando denaro, evadendo ed eludendo il fisco. Una società in cui sono i ricchi a decidere autonomamente quando e quanto pagare le tasse, non solo non è una società democratica ma nemmeno civilizzata.

Pertanto non saranno le nuove tecnologie, di per sé, a togliere le castagne dal fuoco al capitalismo, per quanto se ne possano magnificare le indubbie meraviglie. I signori Gates e Zuckerberg possono star sicuri che internet e facebook non potranno obliterare la società di classe e con essa le vecchie e nuove forme di povertà e disuguaglianza che tanto debbono alla crescita impressionante del parassitismo finanziario dal quale anche il filantrocapitalismo trae cospicui benefici.

Con le loro donazioni i miliardari restituiscono forse la centesima parte di ciò che appartiene alle vittime, e, come notava il New Yorker, a proposito e Zuckerberg, “se incerta è la dimensione e la tempistica dei benefici fiscali, tuttavia essi sono suscettibili di essere di grandi dimensioni” (*).

*

Vediamo dunque di trattare su una base un po’ più scientifica, sia pure per sommi capi e per quei pochi ai quali interessa la questione, la natura del processo economico che sta alla base della “volatilità economica” e di tutte le altre brutte cose elencate ma anche taciute nell’articolo dei filantropi. Per prima cosa è necessario rilevare che:

1)  lo scopo della produzione capitalistica non è l’esistenza dei produttori, ma la produzione di plusvalore, cioè di capitale;
2)    la condizione essenziale per la riproduzione del rapporto tra capitale e lavoro è la permanenza dei lavoratori nelle condizioni di bisogno;
3)    gli stessi fattori che rendono il lavoro più produttivo ne diminuiscono la domanda.

Per quanto riguarda il processo lavorativo, in ogni epoca la concentrazione e l’efficacia tecnica dei mezzi di produzione diminuisce progressivamente il grado in cui essi sono mezzi per impiegare lavoratori; tuttavia solo nel modo di produzione capitalistico la continua riconfigurazione tecnica e tecnologica diviene una necessità allo scopo d’impiegare una parte sempre minore di forza-lavoro in rapporto ai mezzi di produzione, e ciò deve essere considerato un indubbio progresso se non fosse per una contraddizione di base che nel capitalismo pienamente sviluppato crea, per usare un eufemismo, irresolubili criticità.

In altre fasi storiche del capitalismo, terminata la crisi e ripreso il ciclo accumulativo su scala allargata, la popolazione salariata disoccupata veniva gradualmente riassorbita nel processo produttivo. Non è così nell’attuale fase di crisi storica del modo di produzione capitalistico. Ciò ha per conseguenza che una porzione sempre più considerevole di lavoratori salariati, avendo cessato di essere necessari per la valorizzazione del capitale, perdono la loro ragion d’essere (tra l’altro con tutti gli squilibri sociologici e psicologici del caso), diventano superflui, in soprannumero. Il costituirsi di una disoccupazione stagnante e in aumento diviene un risultato regolare e permanete. Pertanto ad accrescere povertà e anomia sociale è per sua stessa natura il capitalismo del quale i filantropi suddetti sono gli alfieri per antonomasia.   


(*) «The size and timing of the tax benefits to Zuckerberg and Chan are uncertain, but they are likely to be large». Inoltre: «By transferring almost all of their fortunes to philanthropic organizations, billionaires like Zuckerberg and Gates are placing some very large chunks of wealth permanently outside the reaches of the Internal Revenue Service. That means the country's tax base shrinks».

2 commenti:

  1. L' ho già detto altre volte ma val la pena di ricordarlo che siamo davanti ancora al "metodo dialettico" con cui la " superclasse" governa il mondo, cioè qui abbiamo:
    Tesi ( o Azione) = capitalismo
    Antitesi( o Reazione) = socialismo
    Sintesi ( o Soluzione) = capitalismo per "padroni" e socialismo per i " servi" , che appunto saranno tutti uguali nella LORO povertà.

    Daltronde pensiamoci bene , che cosa c'e' nella storia di piu' " comunista" della schiavitù ? :-)

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    1. credo, anzi ho certezza, che Umberto Eco nel suo articolo di ieri sul Domenicale pensasse a quelli come lei che straparlano di dialettica

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