«Devastatori» li ha definiti il Tg3 questa sera. Non si tratta della violenza dei potentati finanziari, la minaccia del taglio di rating che si trasforma in necessità di tagliare la spesa sociale, quella destinata all’assistenza, all’istruzione pubblica, alla cultura e al patrimonio artistico frutto di millenni di storia di un popolo. No, i devastatori sono dei ragazzotti che hanno sfasciato ieri qualche vetrina e incendiato un furgone (un altro automezzo, lanciato a folle velocità dai soliti galantuomini in divisa, ha gravemente ferito un ragazzo, ma c’è l’ordine di non farlo vedere). Non ho alcuna simpatia per questo genere di violenza, ma di quella dei terroristi della finanza appoggiati dai teppisti di Stato non si parla o lo si fa in guanti bianchi.
Ciò che i sostenitori del cosiddetto libero mercato stavano creando era un sistema […] il cui elemento essenziale è la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei guadagni. Questo […] è strettamente legato al capitalismo delle grandi imprese promosso da Bush e da Reagan. In alcuni casi non c'è trasparenza su chi finisce per pagare i regali fatti alle imprese: alla fine, naturalmente, a pagare sono i cittadini – come consumatori o contribuenti – spesso in modi che non sono facili da riconoscere, per esempio, attraverso la tassazione o l'aumento dei prezzi dei beni acquistati (*).
A scrivere queste cose è un premio Nobel per l’economia. Egli ci dice come la “politica” non sia altro che violenza pianificata a tavolino e il “libero mercato” l’ideologia di rapina della quale si servono banche e monopoli, ossia tutte cose che hanno degli effetti ben più devastanti nella vita di centinaia di milioni di persone che qualche sasso lanciato contro le vetrine delle banche o in risposta ai lacrimogeni CS (gas orto-clorobenziliden-malononitrile, arma vietata dalle convenzioni internazionali ma della quale le signore in tailleur a cui paghiamo lauti stipendi con il canone non parlano).
Contro questo sistema le marce non servono, tanto è vero che vengono persino incoraggiate da chi invece dovrebbe temerle. La coscienza dell’irriducibile antagonismo tra capitale e lavoro è stata completamente soffocata da una spontaneità smarrita e che non sa ritrovarsi e ricrearsi perché ha dimenticato la lotta di classe che è l’unica bussola per un cambiamento effettivo che guardi al futuro e non solo all’immediato.
«Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso stesso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c'è via di mezzo (poiché l'umanità non ha creato una "terza" ideologia, e, d'altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). Ecco perché ogni menomazione dell'ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell'ideologia borghese. Si parla della spontaneità; ma lo sviluppo spontaneo del movimento operaio fa sì che esso si subordini all'ideologia borghese […]. Ma perché - domanderà il lettore - il movimento spontaneo, il movimento che segue la linea del minimo sforzo, conduce al predominio dell'ideologia borghese? Per la semplice ragione che, per le sue origini, l'ideologia borghese è ben più antica di quella socialista, essa è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti e possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione (**)».
(*) Joseph Stiglitz, il manifesto del 14-10, p. 15, trad. di Silvio Majorino.
(**) V.I. Lenin, Che fare?, Editori Riuniti, 1969, pp.73-74.



