mercoledì 16 novembre 2011

Il direttorio



In Italia il capo dello stato viene eletto da un parlamento di nomina politica, nel senso che i parlamentari che lo eleggono non sono eletti nominativamente dal popolo, ma vengono scelti dalle segreterie dei partiti. Il capo dello stato a sua volta nomina il capo del potere esecutivo senza che questi sia stato eletto da chicchessia. Il presidente del consiglio, come vuole la costituzione, sceglie i propri ministri, ma tra questi può non esseverne uno che sia stato eletto, sia pure nella forma della nomina politica, tra gli oltre 900 deputati e senatori.

Il fatto ancora più singolare è che, a volte, il nuovo capo del governo è designato dal presidente della repubblica prima ancora che il precedente governo si presenti dimissionario. Se non è così nella forma, è vero però nella sostanza. Il nuovo capo dell’esecutivo e il suo governo si presentano in parlamento per avere la fiducia, ma nel caso fosse respinto con voto contrario esso rimarrebbe in carica e si troverebbe a gestire le più che probabili elezioni politiche avendo ai proprie ordini, tra l’altro, i ministeri dell’interno e della difesa, ovvero le forze di polizia e le prefetture, così come le forze armate. Tale governo potrebbe adottare provvedimenti provvisori con forza di legge.

La sovranità appartiene al popolo, dice l’articolo primo della costituzione, però può esercitarla nelle forme e nei limiti della Costituzione. Cioè nelle forme e nei limiti concretamente sopra descritti. Strana democrazia, vero?

Falliti



Fair play dei partiti? Ma no, è solo fifa matta dopo la botta della settimana scorsa in cui la speculazione ha dato un assaggio di quello che potrà fare tra poco in Europa e altrove. Del resto questi partiti non hanno più un progetto di società, debbono limitarsi alla contemplazione ansiosa di un mondo che si sgretola.

I loro portavoce hanno sempre dichiarato che il capitalismo ha vinto perché ha dimostrato che la sua azione è la più efficiente sul mercato dello spettacolo del benessere. Ora invece il capitalismo mostra a tutti con il medesimo zelo il suo fallimento quando l’indice di borsa decide non solo il destino dell’operaio ma dello stesso sistema.

A questi politicanti e ai loro esperti è rimasta, nei migliori dei casi, l’arte dei commenti a margine, quelli che descrivono l’apparenza ignorando le cause. È il loro interesse immediato che li porta a illudere se stessi della stessa credulità popolare e che offre loro l’impressione di esercitare un potere.

martedì 15 novembre 2011

Res gestæ


Con un certo divertimento noto la sorpresa che domina tra i commentatori più vari sul fatto che lo spread non sia caduto di schianto. In che gabbia di matti siamo capitati che chiunque incontri ti parla dello spread? È da un po’ che scrivo che lo spread c’entra nulla ai fini di chi dovrà pagare questa crisi e che si continua a guardare il dito e non la luna. Al mattino il giornale radio apre con le borse asiatiche e con le obbligazioni a cinque anni e prosegue per tutto il giorno con questo tipo di bollettini. È l’ideologia del capitale finanziario che scommette sulla morte delle nazioni e poi di se stesso. L'abbiamo introiettata per benino?

Da quanti anni ci hanno persuaso che il libero mercato avrebbe regolato tutto per il meglio? Sono gli stessi personaggi che ci hanno portato fin qui e, dopo il giuramento al Quirinale, ci porteranno ancora più giù nell’abisso. Quelli che scrivono editoriali su “liberismo e rigore” (Corriere, 1994!). Pensiamo veramente che si tratti di scienza solo perché la declinano in inglese? È la teoria degli intrepidi furbi che comprimono in alcuni slogan la complessità del capitalismo e degli idioti che ci credono. Cambiare tutto perché nulla muti veramente.

Qualcuno parla della nostra struttura produttiva, della polverizzazione del tessuto industriale? E come potrebbero dopo aver svenduto e delocalizzato la grande impresa? Come potrebbero farlo i partiti, tutti ma soprattutto il Pd, che delle privatizzazioni sono gli alfieri e che si sono dimenticati di studiare la natura delle determinazioni specifiche del capitalismo? Siamo tuttavia ancora il secondo esportatore europeo grazie alla piccola e media manifattura, ma anche da un punto di vista degli interessi borghesi nostrani, quanto potrà durare sotto i colpi di una concorrenza spietata e la situazione del credito attuale, l’aumento dell’imposizione fiscale per mantenere un apparato burocratico e repressivo degno del socialismo reale, gli sprechi e le ruberie sistemiche di politica&affari?

I giornali, in primis i megafoni di Berlusconi ma anche quelli “liberi”, parlano, ora, di crimini finanziari quando, fino a un momento prima, erano i massimi sostenitori del terrorismo liberista. Di che cosa ci si duole, del fatto che il “miracolo” si è rivelato un bluff, che come tutte le magie resta tale solo per chi ci crede? Quando a decine di milioni cominceremo a scendere nelle strade e piazze in tutta Europa e in America, quando insomma l’acqua avrà toccato il culo a parecchia gente, allora il vento comincerà a cambiare. Quando la maggioranza di queste persone, in Usa come in Europa, non sarà più favorevole al sostanziale mantenimento dell’attuale sistema economico, quando rinuncerà alle lusinghe di renderlo “migliore” ma deciderà che è tempo di cambiarlo davvero. Non prima d’allora.

lunedì 14 novembre 2011

Svendesi patrimonio immobiliare con vista sull'estero



La manfrina per la formazione del governo “tecnico” ha seguito il copione greco, dopo quello irlandese, slovacco, portoghese e le annunciate elezioni in Spagna. Se la politica non ce la fa, ci pensano i mercanti a nominare i governi. E del resto, dice qualche fesso, che si poteva fare diversamente? La stessa obiezione di quando cadde Facta (e non si permise la nomina di Giolitti perché l’obiettivo era anzitutto quello di togliere la nominatività ai titoli di Stato, cosa che stava a cuore anzitutto al Vaticano) oppure la repubblica di Weimar.

Ciampi, Dini, Prodi e ora Monti. Sono vent’anni che ci chiedono “sacrifici”, che demoliscono lo stato sociale, i diritti, le pensioni, i contratti. Perché lo chiede l’Europa (l’età pensionabile è ora più alta in Italia che in Germania, per non parlare della Francia), perché lo chiede il Fmi, perché lo vogliono i mercanti in fiera. Giocano a chi riesce a farci più male come ho dimostrato fuori di ogni dubbio nel post precedente a questo.

Al governo dell’egolatria sta quindi per succedere quello formato da un’oligarchia di patrizi, di mestiere tecnocrati, ignoranti di economia come lo possono essere solo degli antimarxisti come Mario Monti (il quale in un articolo del Corriere ha paragonato, sul piano delle prospettive politiche e sociali, Marx a Berlusconi!).

L’ex premier si è tolto lo sfizio di proclamare in tv, con la iattanza che gli è propria, di essersi fatto da parte per senso dello Stato e per generosità. Il piduista rivendica, a ragione, di non essere stato battuto dal voto alla camera e, sempre a ragione, di avere ancora la maggioranza al senato.

La defunta (presunta) maggioranza di democristiani, fascisti e craxiani, ha approvato, con i voti determinanti dell’opposizione (ex comunisti, ex socialisti, ex fascisti e democristiani) un pacchetto di tagli sociali e deregolamentazione del lavoro, nonché alcune norme sulla vendita dei beni demaniali, tutte da leggere (art. 6).

Facciamo un esempio concreto: se vuoi un immobile che lo Stato vende a Bellinzona, a Chambery oppure ad Antananarivo (non sono nomi di località citate a caso), non serve nessuna asta pubblica, poiché la vendita può effettuarsi “mediante trattativa privata anche in deroga al parere della Commissione immobili del Ministero degli affari esteri”. La perla è questa: “La stima del valore di mercato dei beni di cui al presente comma può essere effettuata anche avvalendosi di soggetti competenti nel luogo dove è ubicato l’immobile oggetto della vendita”. Insomma, se un tizio o una società vuole comprarsi un palazzo o un terreno di proprietà dello Stato italiano sito in un paese estero e si fa amico un mediatore in quel paese, la stima del valore dell’immobile la fa il compratore. Vuoi mai che la corte dei conti vada a controllare la congruità della stima ad Antananarivo?

L'arte dei beccai


Mentre tutta l’attenzione dei media è dedicata a questioni di scarsissimo rilievo, sarebbe invece interessante capire cosa c’è di concreto nella lettera dell’11 novembre inviata dal ministro dell’economia, Giulio Tremonti, al commissario europeo per gli affari economici e monetari, Olli Rehn, in risposta al questionario con 39 domande di chiarimenti in merito alla lettera di Berlusconi del 4 novembre sulle misure economiche che l’Italia avrebbe adottato, così come poi come sono state approvate sabato 12 novembre con la legge di Stabilità (il testo si può trovare qui). Ora Olli Rehn la lettera l’ha ricevuta e la sta “studiando”. Chiaro che non basterà.

Sul documento di risposta è inutile cercare ragguagli dal sito del ministero, lì si può scaricare solo la lettera di trasmissione del documento e null’altro. Infatti l’agenzia Reuter scrive: La lettera, scritta in inglese, datata 11 novembre e pubblicata sul sito del Ministero dell'Economia, non rende note le risposte alle domande, ma vi fa riferimento rimandando evidentemente a un documento specifico ulteriore con le risposte al questionario, ora a disposizione del Commissario Rehn.

Invece i lettori di questo blog possono scaricare da questo sito le risposte alle domande che l’agenzia Reuter non è riuscita a trovare nel sito del ministero. Il documento di Tremonti rinvia agli allegati ulteriori specifiche sui tagli per il 2012-2014. Purtroppo nel documento scaricabile (36 pagine) mancano i 19 allegati, i quali specificano alcune cose della massima importanza.

Se mancano gli allegati, c’è tutto però in un documento (pdf) della Corte dei conti dell’11 ottobre scorso. Ma prima leggiamo cosa dice Tremonti all’Europa:

Per quanto riguarda la tassazione del lavoro e sul reddito delle persone fisiche (Irpef), in particolare, la legge delega per la Riforma fiscale e assistenziale prevede: tre aliquote legali (20%, 30% e 40%) al posto delle attuali cinque aliquote (23%, 27%, 38%, 41% e 43%). Al fine di assicurare la quantità di risorse necessarie per il raggiungimento degli obiettivi di bilancio previsto con la clausola di salvaguardia, se la riforma fiscale non sarà adottata entro il 30 settembre 2012 o non producesse gli effetti di bilancio previsti, si attuerà un taglio orizzontale (pari al 5% per il 2012 e il 20% dal 2013 in poi) delle esenzioni, esclusioni e regimi fiscali preferenziali.

Nel citato documento della Corte dei conti dell’11 ottobre scorso, tra l’altro si legge:
L’Italia si colloca al primo posto nel prelievo gravante (implicit tax rate) sui redditi da lavoro (con il 42,6 per cento quasi sette punti oltre la media europea); al primo posto in quello sui redditi d’impresa (35,2 per cento, quasi tre volte il livello dell’Irlanda e, comunque, ben oltre il 50 per cento della media UE); al ventiquattresimo posto (con il 16, 3 per cento) nel prelievo sui consumi, ossia 2,5 punti in meno rispetto alla Unione Europea. E, infine, al nono posto quanto a quota di gettito complessivo derivante dalla tassazione patrimoniale (6,7 per cento, con una flessione di quasi un terzo rispetto alla metà degli anni novanta).

Quindi di quali tagli parla Tremonti richiamando esenzioni, esclusioni e regimi fiscali preferenziali? Bisogna tener presente che le somme non sono modeste: 4 miliardi dal 2012, 16 dal 2013 e 20 dal 2014 (DL 138/2011) e che per tagli alle esenzioni, esclusioni e regimi fiscali preferenziali si tratta essenzialmente e prevalentemente di tagli relativi ai regimi fiscali preferenziali dei lavoratori e pensionati. Infatti colpiscono:

- detrazioni per il lavoro dipendente;
- la tassazione separata del TFR;
- le detrazioni per carichi di famiglia;
- le aliquote agevolate dell’Iva, che riflettono precise scelte di equità sociale;
- il ridimensionamento dell’entità del c.d. cuneo fiscale (è così che si vogliono aiutare le piccole imprese in difficoltà?).

Il documento della corte dei conti, in particolare rileva, che “simulazioni relative all’Irpef - il segmento impositivo su cui si concentrano quasi i due terzi delle norme agevolative – evidenziano gli inevitabili effetti regressivi, che si concentrerebbero soprattutto su coloro che già pagano l’imposta (con un 80 per cento composto da lavoratori dipendenti e da pensionati) e, più specificamente, sui contribuenti che si collocano nelle classi di reddito meno elevate”. Per essere chiari:

L’aumento di prelievo risulterebbe, per l’insieme dei contribuenti, relativamente contenuto (dal 18,7 per cento al 19,8 per cento), ma la distribuzione sarebbe molto differenziata: la penalizzazione sarebbe via via decrescente al crescere del reddito, passando dai 2,5 punti per un reddito di 12 mila euro lordi ai 3 decimi di punto oltre i 200 mila euro. Come a dire che i ricchi non pagherebbero un cazzo e chi lavora o ha una pensione bassa (ben sotto i 1.000 euro lordi mensili) pagherebbe il peso di gran parte gettito previsto!

Per non parlare poi dei provvedimenti legislativi relativi al cd federalismo fiscale, i quali vanno a colpire con l’addizionale Irpef proprio gli stessi soggetti di cui sopra (ma interessa qualcuno?). Alle pensioni forse dedicherò un post con tabella.

PS: Vi sembra che il quotidiano la Repubblica, tanto per citare, nell'articolo relativo al documento di Tremonti e parlando della manovra Irpef dica qualcosa di tutto questo, cioè tengano conto dei rilievi mossi dalla Corte dei Conti? Non possono farlo, tengono famiglia!