Molte persone, anche tra quelle riputate “colte”, ritengono che Marx sia stato, nella migliore delle ipotesi, fondamentalmente un “filosofo”; oppure, nella versione più becera, un ideologo, fondatore di una dottrina “politica” che porta il suo nome: il marxismo. In realtà egli è stato più di tutto uno scienziato, uno scienziato sociale diremmo oggi. Il maggiore studioso e critico dell’economia politica “classica” e, suo malgrado, anche di quella “volgare”.
A riguardo di “volgarità”, vorrei soffermarmi sulla più immediata e prosaica volgarità che s’incontra all’approccio dell’economia politica, laddove per indicare la merce gli economisti usano il termine “bene”. Sembra una mera pinzillacchera terminologica, e invece già in questa banale premessa trovano radice le successive assurdità della teoria economica, l’origine del “vecchio sporco imbroglio”, per dirla con Lucio Battisti.
Marx, per indicare la merce, non usa mai il termine “bene” (bonum). Infatti, è vero che ogni merce, sotto l’aspetto utile, è un valore d’uso, dunque un bene, ma non tutti i valori d’uso (“beni”) sono delle merci.
La natura è la prodiga fonte dei valori d’uso (in ciò consiste la ricchezza effettiva!), altrettanto quanto il lavoro, che è esso stesso soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza- lavoro umana.
La merce è un prodotto esclusivo del lavoro, anche se non tutti i prodotti del lavoro sono merci. Il valore d’uso di una merce, questo suo carattere di utilità, non dipende dal fatto che costi all’uomo molto o poco lavoro.
I valori d’uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la forma sociale di questa. Nella forma di società capitalistica i valori d’uso sono i depositari materiali del valore di scambio [*]. In quanto tale, il valore d’uso, è soltanto il mezzo per raggiungere un fine, cioè la produzione di valori di scambio (o meglio, di plusvalore in quanto valore di scambio accresciuto) [**].
Pertanto: la merce è, in primo luogo, una cosa che soddisfa un qualsiasi bisogno dell’uomo; in secondo luogo, una cosa che si può scambiare con un’altra. La merce è un’unità di valore d’uso e di valore di scambio.
Tra parentesi: laddove il valore d’uso entra in relazione con i rapporti sociali di produzione, influisce su di essi e ne subisce l’influenza, pertanto diventa anch’esso una categoria economica. Come sanno bene gli specialisti della réclame, per esempio.
Negli scambi sul mercato capitalistico si stabiliscono dei rapporti di equivalenza tra i valori d’uso più diversi e meno comparabili l’uno con l’altro (ferro e grano, per es.). Cos’hanno allora in comune tutte queste cose diverse, e che cosa le rende comparabili?
Hanno in comune il fatto di essere prodotti del lavoro umano. Attraverso lo scambio dei prodotti, gli uomini stabiliscono dei rapporti di equivalenza tra le diverse specie di lavoro.
Quel che le merci hanno in comune, quindi, non è il loro valore d’uso, bensì il lavoro umano astratto, il lavoro umano in generale, vale a dire il loro valore di scambio, la cui grandezza è determinata dalla quantità di lavoro socialmente necessario per la produzione di un determinato valore d’uso.
Non si tratta dunque di una distinzione terminologica e nemmeno semplicemente concettuale. Il rapporto dialettico tra valore d’uso e valore di scambio rappresenta la contraddizione fondamentale della merce all’interno del modo di produzione capitalistico.
[*] Purtroppo, e non solo in questi magri tempi, è necessario chiarire: solo in certe condizioni sociali un prodotto si trasforma in merce: queste condizioni storicamente determinate sono rappresentate dai rapporti di produzione mercantili, basati sull’esistenza di lavori effettuati indipendentemente l’uno dall’altro e collegati dallo scambio. Di per sé, quindi, la forma mercantile di produzione non si identifica con il modo di produzione capitalistico: ad esempio, all’interno del modo di produzione antico e feudale esistevano già rapporti di mercato (produzione mercantile semplice). Tuttavia, è soltanto nel capitalismo che la produzione mercantile si sviluppa a tal punto da diventare la forma produttiva assoluta e dominante. Anche la forza-lavoro umana, sottratta alle antiche forme produttive, viene trasformata in una merce (con buona pace di quell’essere fittizio di Karl Polanyi o di quell’insulso di Ludwig von Mises). I rapporti di mercato penetrano fin dentro il processo di produzione diventando i rapporti generali e più frequenti della società.
[**] Come dico in premessa, già in radice questa confusione, che non è solo concettuale, tra bene e merce è gravida di conseguenze. Infatti, di quid pro quo e di furbe confusioni è intessuta la “scienza” economica accademica (consumo, soddisfazione, comfort, felicità e altre coglionate sul genere Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, ecc.) e a cascata il senso comune generale. Anche questo non accade casualmente. È vero che bisognerebbe istruire fin dalla scuola sui più basilari rudimenti economici (ma non è interesse dei “manovratori”), ma ciò risulterebbe ancor più esiziale dell’ignoranza. Prima ancora bisognerebbe rieducare gli economisti, i giornalisti, insomma i preti dell’ideologia borghese in generale. E ciò non è possibile in questo sistema sociale (anche somministrando poca zuppa e tanto duro lavoro). Però, se un giorno sarà data tale opportunità, si potrà tentare anche per questa via di moderata somministrazione di zuppa e forte spinta al duro lavoro.

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