Mentre al riparo dall’afa soffocante mi trastullo sulla dialettica valore d’uso – valore di scambio, il mondo reale, quello degli schei, va avanti come un rullo compressore. Ne ho già scritto anche di recente, per esempio qui e anche qui, e perciò non desidero ripetermi. Segnalo al riguardo il nuovo rapporto Altrata.
Di seguito dirò di un altro rapporto, nostrano come i capponi del Manzoni, ovvero il Report Pirelli. Alleluia. Nel presentarlo nell’inserto del Sole 24 ore odierno, un sociologo, Derrick de Kerckhove (il quotidiano confindustriale lo indica come Kerchove), scrive:
«C’è un piccolo esperimento che chiunque può provare a fare, e la maggior parte di noi sa già come andrà a finire. Immaginate il mondo tra trent’anni. La versione cupa si presenta subito, già completa di tutti i dettagli e gli arredi: il caldo, le inondazioni, il lavoro affidato alle macchine, i prezzi che nessuno può permettersi. Ora provate immaginare l’opposto: una strada migliore, una scuola per cui valga la pena camminare, una vecchiaia che non sia solitaria, un modo di vivere insieme che funzioni davvero. Per la maggior parte di noi, a quel punto, lo schermo diventa nero. Non perché non lo desideriamo, ma perché proprio non riusciamo a concepire un’immagine adeguata.»
Questo genio della sociologia ha appena immaginato un sistema con strade migliori, assistenza adeguata agli anziani e salari che ti permettono di vivere dignitosamente. Dunque, un sistema socialdemocratico che funziona. Di tutto il resto, cioè della realtà di quest’ordine sociale, non gliene importa un fico. Perché se gliene importasse qualcosa e ne desse conto onestamente, ciò non gli darebbe accesso né ai compensi monetari Pirelli né alla prima pagina dell’inserto del Sole 24 ore.
Osserva ancora il sociologo che monta le Pirelli: «Quello che proviamo ora non è il solito brontolio di fronte alle notizie. È un tipo particolare di perdita: sembra che abbiamo smarrito la capacità di immaginare che la vita possa essere organizzato in modo diverso e migliore. [...] la causa, a mio avviso affonda molto più in profondità del carattere individuale e a ben poco a che fare con la bontà o la cattiveria delle persone.»
Dunque, Derrick si smarca dalla solita omelia pretesca, cerca le cause dello stato di cose presenti ben oltre la bontà o la cattiveria delle persone. Finalmente. Osserva con pacata genialità: «Con l’avvento della stampa, [...] milioni di persone si sono ritrovate sole davanti a una pagina, ciascuna immersa nei propri pensieri, nelle proprie convinzioni, nella propria vita interiore.»
Dio, com’è vero. È proprio con l’avvento della stampa che ci siamo trovati immersi nella nostra vita interiore. «È così – rivela Derrick –, che ha preso forma l’individuo moderno.» Grazie Gutenberg, che ci hai dato la possibilità di sviluppare «un io autonomo, separato, convinto di abitare il centro della propria coscienza e di guardare il mondo da lì, come un osservatore distinto da ciò che osserva.»
Dato che ci siamo, ringraziamo anche quegli anonimi nostri progenitori che ci hanno donato il modo di accendere il fuoco, illuminando il nostro io autonomo all’interno della caverna. E anche gli inventori della scrittura, che permette oggi al nostro io domestico di mettere in bella mostra nelle nostre librerie le opere classiche dell’antichità pagana. Eccetera.
Profondo Derrick, ma il suo scavo non si ferma al “centro della coscienza”, va ancora più in profondità, in quelle viscere dell’io autonomo che si collegano alla sua coscienza: «a quella forma di coscienza dobbiamo la nascita della scienza moderna, l’affermazione dei diritti individuali, il riconoscimento della dignità della persona. [...] Ha funzionato così bene che abbiamo finito per considerarlo l’unico modo possibile di essere umani.»
Derrick evidentemente conosce altri modi di essere umani, bevendo molti margarita. Dunque a una nuova coscienza dobbiamo la scienza moderna e poi anche tutta la merda che gli si aggrappa. Tutto promana da lì, dalla nostra coscienza stimolata dalla “pagina a stampa” di Gutenberg. La storia umana altro non sarebbe che uno svolgimento della coscienza individuale attraverso i suoi diversi gradi. Ecco svelato il filo conduttore dell’evoluzione storica umana: a un certo punto, la coscienza s’è liberata dall’antico giogo e s’è data alla caccia delle verità accessibili per la via delle scienze positive.
Non si trattava che di foggiare il mondo intero secondo i principi di questa nuova coscienza. E però «quell’idea di sé portava con sé un punto cieco. Ed è proprio da quel punto cieco che derivano molti problemi che oggi ci sembrano così difficili da affrontare.» Compreso il caldo e le alluvioni? Derrick non si pronuncia, è sufficiente averci rivelato qual è il punto cieco.
Che altri non è che l’”io”. Con la maiuscola o la minuscola non ha importanza. «Poiché si percepisce come separato, questo io tende a vedere il mondo come una collezione di cose: cose da conoscere, da utilizzare, da possedere. È estremamente abile nel conquistare, accumulare, misurare, controllare. Molto meno nel sentirsi parte di qualcosa. Fatica a riconoscere, nel profondo, di appartenere a una realtà più vasta e di avere nei suoi confronti una responsabilità». Un io porco, insomma.
Ma non s’era detto testualmente, caro Derrick, che la causa affonda molto più in profondità del carattere individuale e a ben poco a che fare con la bontà o la cattiveria delle persone? E poi, che gli uomini, uniti o separati che fossero, non hanno forse in ogni tempo storico manifestato il desiderio se non la brama di conoscere, utilizzare e possedere le “cose”? Quindi di conquistare, accumulare, misurare, controllare? Dov’è mai la novità?
Derrick scivola via: «quando i problemi sono diventati grandi quanto il pianeta stesso, quando è apparso evidente che nulla esiste isolatamente e che ogni cosa è intrecciata a tutte le altre, quel punto cieco ha cominciato a mostrarsi in tutta la sua portata.»
Dunque, par di capre, il punto cieco non è l’io in quanto tale, quell’egoista irresponsabile che sta dentro di noi, ma la sua crisi. Derrik pensa che i problemi attuali dipendano solo da una coscienza sbagliata. Da quell’“io” che «si è trovato impreparato a comprendere un mondo fondato sulle relazioni, perché la soluzione è un problema condiviso e non nasce mai dall’azione di una singola parte. Nasce un nuovo modo di appartenere. Nasce dalla capacità di riconoscersi dentro una rete di legami, di obblighi reciproci, di destini incrociati. Ed è proprio questo che l’io moderno non ha mai davvero imparato a immaginare».
Padroni e schiavi salariati hanno obblighi reciproci e destini incrociati, che non vuol dire rapporti reali tra classi sociali, rapporti di proprietà e di sfruttamento tipici di quest’ordine sociale. Ma no, siamo tutti sulla stessa barca, poco importa chi rema e chi in plancia beve champagne. L’atto d’accusa è contro l’”io” comune, sta nel mormorare al nostro orecchio profezie sul “futuro”; smettiamola di «confondere il futuro con l’ennesima innovazione o con un gadget tecnologico».
Eh, caro Derrick, come vorrei darti retta, ma il problema è dirlo agli azionisti di quelle «150 società quotate a livello globale che contribuiscono maggiormente alla creazione di ricchezza per i miliardari, non di rado con valutazioni di mercato gonfiate di startup focalizzate sull’IA» (Rapporto Altrata, p. 10).
Nessun accenno, nemmeno velato alle contraddizioni insite nei rapporti di produzione, che non voglio chiamare capitalistici, mi limito a dire: moderni. Questi sociologi, semifilosofi e begli spiriti, sono pagati per richiamare le virtù della vecchia società e delle buone maniere nel mentre rimproverano agli elementi della loro stessa classe sociale, che vedono avvicinarsi il momento nel quale verranno sostituiti nel ruolo e nel processo sociale dalla tecnologia, di non essere abbastanza ascetici, di non mortificare abbastanza la carne e lo spirito in nome dei “comuni interessi”. Ma neanche i preti sono più ipocriti di così.
Quanto al fatto che «questo io moderno non ha mai davvero imparato a immaginare» un futuro diverso, «riconosce[dosi] dentro una rete di legami, di obblighi reciproci, di destini incrociati», ad immaginare quindi «il modo nuovo di vivere insieme», beh, a questo riguardo bisogna proprio dire, Derrick, che sei uno stronzo. Uno di quegli stronzi, e dio sa quanti sono, che, nella crisi storica del sistema capitalistico, è stato incaricato d’impugnare la bisaccia da mendicante, agitandola come bandiera per raggruppare il ceto medio per fotterlo ancora e anche meglio.
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