martedì 14 luglio 2026

Esplorazioni socio-etnologiche

 

Questa mattina, poco dopo le 10, ero in auto e ho acceso la radio. Le varie emittenti trasmettevano réclame in sincrono, perciò ho optato per radiotre, il canale radiofonico delle persone colte e di sinistra, quelle che ascoltano musica etnica malgascia a pranzo e Brahms al cesso.

Ho seguito la trasmissione per pochi minuti, il tempo di arrivare dove volevo andare, per dirla con Totò. Tema odierno: la concentrazione della ricchezza presso i soliti noti Paperoni. È sempre un argomento di vendita e garantisce ascolti più alti, senza mai chiarire i meccanismi sociali che governano questo mondo. Del resto, anch’io, proveniente da una classe sociale “inferiore”, da decenni cerco di decifrare i meccanismi del dominio sociale studiando le diverse soggettività prodotte dalla natura specifica dell’esistenza della classe dominante.

Nella trasmissione radiofonica si citava l’esempio dell’ex moglie di Jeff Bezos, che, ricevuti 36 miliardi di dollari dal marito, ne assegnava 26 in beneficienza (riferisco i dati ascoltati per radio). Nonostante ciò, dopo pochi anni, la signora godeva di un patrimonio ancora maggiore, di ben 46 miliardi, causa aumento valore delle “residue” azioni dall’ex marito rimastele in portafoglio.

Della serie: il diavolo continua a cagare sul mucchio più grande. Discutere di ciò è sterile: nonostante tutto questo denaro elargito in beneficienza, la disuguaglianza globale tra ricchi e poveri non fa che aumentare, come sottolinea regolarmente l’organizzazione Oxfam. Quindi è seguita per radio l’immancabile invocazione per una più equa distribuzione della ricchezza sociale a mezzo tassazione e altre favole del genere, con dotta citazione di Piketty (poteva mancare questo insulso tra gli insulsi che ha “scoperto” che la ricchezza è costituita principalmente da capitali ed eredità?).

Il fatto che si rimproveri ai super ricchi (high net worth individuals) la loro ricchezza dà il senso del generale disorientamento. Sarebbero dunque i “ricchi” la causa dei problemi, e non dunque essi stessi il prodotto dei rapporti sociali vigenti. È questo il volgare e imbarazzante modo di concepire il dominio di classe con le categorie politico-sociologiche di un Proudhon (la proprietà è un furto!) o di un ancor più volgare Piketty.

Denunciare l’accumulazione di ricchezze esorbitanti in poche mani è doveroso, ma soffermarsi solo su tale aspetto significa rimanere sul terreno di una critica etica. Una critica laterale che la borghesia miliardaria alla Bill Gates non solo accetta (donare parte delle proprie “fortune” in beneficenza riduce il carico fiscale), ma pavoneggia come un sano esempio di libertà e democrazia (per Bill il pericolo maggiore al mondo sono “i microbi, non i missili”).

I super ricchi esercitano un certo fascino (già la nobiltà, sebbene decaduta nella sua rappresentazione istituzionale, nell’inconscio e nell’immaginario collettivo conserva un suo posto), emanando una straordinaria stranezza, quasi un tocco di esotismo. Del resto, la ricchezza non si limita al denaro e ai beni materiali. Questi sono necessari, ma non sufficienti. Esiste una grande varietà di ricchezze, ma tutte condividono lo stesso background, poiché tutte possiedono queste diverse forme di ricchezza, tra cui la cultura e le connessioni sociali (per entrare facilmente nel mondo del lavoro e seguire un percorso consolidato verso il “successo”), che conferiscono loro una posizione dominante nella società. Basta leggere Balzac, il quale fotografava l’ambiente sociale altamente codificato dell’alta società parigina e la complessità della violenza insita nei rapporti di classe.

Posto per assurdo che i ricchi abbiano effettivamente gli stessi interessi dei poveri, possono benissimo essere d’accordo con stronzate tipo una più equa tassazione e anzi offrire con larghezza in beneficienza il loro denaro per migliorare la condizione dei poveri, eccetera. La storiella del filantropo eroico che vuole “rendere il mondo un posto migliore” è ben nota e piace soprattutto a sinistra. L’idea che la gestione pubblica della ricchezza socialmente prodotta possa essere più efficiente non li sfiora nemmeno.

I miglioramenti che si realizzano sul terreno dei rapporti di produzione borghesi, non cambiano nulla del rapporto fra capitale e lavoro sfruttato, ma spesso assolvono la funzione di diminuire le spese che il vertice della gerarchia sociale deve sostenere per la pace e concordia sociale, indi per il suo dominio: la filantropia è una forma e un esercizio di potere (vedi l’evergetismo nell’antica Roma), oltre che un formidabile veicolo per la reputazione elitaria.

Quanto alla trita ricetta sulla tassazione dei profitti e della ricchezza, è necessario aver chiara una cosa: forme e misura del welfare non sono né saranno mai una variabile indipendente dalle dinamiche dell’accumulazione capitalistica. Infatti, il capitalista, quando investe, si aspetta un profitto. Non un profitto qualsiasi, bensì un determinato saggio del profitto. Il capitale pertanto ha bisogno: 1) di acquistare a un certo prezzo la forza-lavoro e di estrarne tutto il plusvalore possibile; 2) di operare in determinate e sicure condizioni, anzitutto regolamentazione fiscale e altri oneri sociali favorevoli. Il resto è dettaglio.

Nessun commento:

Posta un commento