lunedì 17 agosto 2026

Storie dell’orrore

 

Storie dell’orrore come quella della presunta “fuga” dell’IA, che si sarebbe scatenata in modo incontrollato (sul tipo HAL 9000), tornano utili per il prossimo round di finanziamenti, poiché dimostrano la presunta onnipotenza del prodotto. Sono in gioco centinaia di miliardi di dollari.

Sono trascorsi circa quattro anni dalla diffusione dei “modelli linguistici” su larga scala, e dunque non solo l’intelligenza artificiale, ma anche la stupidità artificiale ha circa quattro anni. Politici e ministri che si fanno scrivere i discorsi da ghostwriter virtuali; giornalisti lautamente pagati generano le loro encicliche con la semplice pressione di un pulsante e poi le impreziosiscono con la propria “autorevole” firma; studenti che falliscono anche le domande più semplici senza accesso a internet; eccetera.

Sam Altman, CEO di OpenAI, multinazionale specializzata in intelligenza artificiale, ha annunciato: “Siamo nella singolarità, questo è il momento”. Che cosa significa? Chiedo a ... OpenAI: “La singolarità tecnologica è un momento futuro ipotetico in cui l’intelligenza artificiale e la tecnologia supereranno l’intelligenza umana. Da quel punto in poi, le macchine potranno migliorarsi da sole a una velocità enorme. Questo renderà il progresso così rapido che le persone non riusciranno più a capirlo o a controllarlo”.

A rigore: l’intelligenza artificiale di questo tipo sarebbe quindi anche l’ultima invenzione dell’umanità. Dopodiché, subentrerebbero le macchine. La questione se la tecnologia oggi chiamata IA abbia mai prodotto un singolo pensiero veramente originale o sia semplicemente una funzione di completamento automatico migliorata, ovvero se sia e possa essere più della somma dei dati con cui è stata addestrata, è divenuta infine una questione eminentemente religiosa.

Anziché concentrarci sulle macchine divine, rivolgiamoci al marxismo. La Cina usa l’espressione “nuove forze produttive” per l’intelligenza artificiale e altre tecnologie future (come la robotica umanoide). Non è una coincidenza, poiché fa riferimento a Marx ed Engels. Essi avevano già stabilito ne L'ideologia tedesca (cap.II) che “ogni nuova forza produttiva, nella misura in cui non sia semplicemente un’estensione quantitativa delle forze produttive già note, determina un nuovo sviluppo della divisione del lavoro”.

Le forze produttive capitalistiche rinviano ai rapporti di produzione: all’inizio del XIX secolo, le tecnologie allora nuove, come le ferrovie e l’industria pesante, richiedevano determinate (diverse) condizioni e prerequisiti sociali per il loro pieno sviluppo; uno Stato moderno e una classe dominante capitalista. Le strutture feudali erano inadeguate allo scopo e furono spazzate via da guerre e rivoluzioni (*).

Oggi, si ripropone la domanda: con quale ordine sociale si armonizzano queste “nuove forze produttive” in modo da essere compatibili? Basti pensare all’automazione della produzione che l’intelligenza artificiale, in combinazione con la robotica, promette di realizzare, fino alle sue logiche conseguenze: senza il lavoro umano, non si crea plusvalore. Inoltre, i robot non ricevono salari e non comprano nulla.

Attualmente, dobbiamo accettare che ogni innovazione venga utilizzata come mezzo per aumentare il tasso di creazione di valore e alterare la composizione organica del capitale (attraverso licenziamenti di massa). Dunque, contro le persone e i loro stessi interessi. Questa evoluzione tecnologica non può essere arrestata, perché la pressione per massimizzare il profitto (la logica dell’accumulazione e la tenuta del saggio di profitto) impone di per sé l’automazione. Nessuno può fermare la ruota del tempo e sarà di grande interesse vedere come andrà la faccenda da qui a qualche lustro.

(*) Per forze produttive s’intende, prima di tutto, la classe dei lavoratori produttivi (di capitale), che è la principale forza produttiva di mezzi di lavoro e di beni di consumo. Senza di essa non vi sarebbe alcuna produzione. Per rapporti di produzione e di scambio si intendono tutti quei rapporti oggettivi, e cioè indipendenti dalla coscienza, che si stabiliscono tra gli uomini nella creazione del prodotto sociale e nella successiva ripartizione di esso.

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