Ieri, il quotidiano padronale per eccellenza, titolava in prima pagina: «Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti all’origine di povertà e guerre». La frase è del Papa attuale, pronunciata al meeting di Rimini, che ogni anno raduna la gioventù più ipocrita di questo sventurato Paese bigotto.
Per una volta mi trovo d’accordo: smascheriamo i rapporti di potere all’origine di povertà e guerre; lasciamo pure correre il titolo morale di “ingiusti” riferito a tali rapporti, che tanto non frega davvero un cazzo a nessun cattolico dell’ingiustizia. Soffermiamoci sul concetto di rapporti di potere. Questi ultimi si declinano precisamente nei rapporti di produzione capitalistici.
Stiamo parlando della struttura economica della società. Si intendono per rapporti di produzione e di scambio tutti quei rapporti oggettivi, e cioè indipendenti dalla coscienza, che si stabiliscono tra gli uomini nella creazione del prodotto sociale e nella successiva ripartizione di esso. Ed è proprio in ciò che sorgono i rapporti di “potere”. Nel modo di produzione capitalistico i rapporti di produzione sono, anzitutto, rapporti di classe ed hanno un carattere oggettivamente antagonistico.
I rapporti di proprietà dei mezzi di produzione sono, tra i rapporti di produzione, quelli essenziali, poiché da essi dipende la forma di tutti gli altri. La forma privata della proprietà dei mezzi di produzione, nel modo di produzione capitalistico, si scontra sempre più aspramente con il carattere sociale del processo di produzione, e questa contraddizione si ripercuote, dialetticamente e dinamicamente, su tutte le altre relazioni sociali: relazioni giuridiche, politiche, ideologiche, artistiche, religiose.
Un esempio concreto: l’immiserimento intellettuale crescente a cui è ridotta la popolazione asservita al sistema di sfruttamento e accumulazione capitalistico, il trasferimento ed il monopolio di ogni sapere al capitale, costituiscono una delle chiavi effettive del sistema di dominio. In queste condizioni, non esiste alcuno spazio reale, sia pur interstiziale, per dei rapporti di potere più “giusti”. Per la razionalità dominante del capitale e per i suoi ideologi tali rapporti sono già ora i più “giusti” (*).
Di là dei rapporti capitalistici di sfruttamento, estorsione e rapina, non sono previste configurazioni di rapporti di potere alternativi. Pertanto, “smascherare” genericamente e astrattamente tali rapporti capitalistici definendoli come meri “rapporti di potere”, significa voler acchiappare le nuvole del cielo con le mani. Significa, per la mandria riminese, altro foraggio secondo la dottrina della “giusta mercede” e del porgere l’una e l’altra guancia. Il giornale di Confindustria gongola.
(*) Sia chiaro, tuttavia, che non opera alcun automatismo tra rapporti giuridici di proprietà e divisione del lavoro e che, pertanto, la rivoluzione dei rapporti di produzione non può essere limitata ai soli rapporti di proprietà. Il trasferimento della proprietà giuridica dei mezzi di produzione allo Stato, non vuol dire ancora effettiva appropriazione sociale dei mezzi di produzione, ma, soprattutto, non comporta necessariamente anche la metamorfosi rivoluzionaria dell’organizzazione della produzione. Di tale metamorfosi si sta incaricando, paradossalmente e fino ad un cero punto, il capitalismo stesso.

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