Presumo naturalmente lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo e che quindi vogliano anche pensare da sé. K. Marx
Sull’origine della famigerata dichiarazione Balfour si sono dette e scritte un’infinità di cose. Anch’io, nel 2019, ho trovato divertente raccontare in questo blog una vicenda che in qualche modo è attinente al caso ed è, indubbiamente, connotata di una sua verità storica; ma essa va presa con il beneficio d’inventario, così come tutta la storia che ci viene raccontata dai media a riguardo dell’ebraismo e del sionismo.
Ora, sulla vicenda della Dichiarazione Balfour di storia ne racconto qui un’altra. Ma prima penso siano necessarie una serie di premesse. La prima riguarda quella dell’idea di fondare uno Stato ebraico in Palestina. Un progetto che non si concretizzò, che sbocciò all’interno dei circoli coloniali europei molto tempo prima della nascita del movimento sionista alla fine del XIX secolo. Addirittura c’è chi anticipa tale idea al secolo XVIII, attribuendola a Napoleone Bonaparte (1).
Secondo documenti britannici risalenti al periodo in cui Lord Palmerston ricoprì la carica di segretario di Stato per gli Affari Esteri, questi aveva cominciato ad adottare esplicitamente l’idea di cui sto parlando, dopo che la pressione britannica ed europea era riuscita a costringere al ritiro dalla Grande Siria gli eserciti egiziani (1840). Ma non è mia intenzione di spingermi indietro in un tempo così remoto.
Lo scenario ideologico degli avvenimenti che seguono, è costituito dalla vecchia tradizione antisemita occidentale, che stabilirà immediatamente un accordo tra le mire degli Amanti di Sion, i sentimenti dello zar di tutte le Russia, soddisfattissimo della prospettiva di vedersi liberato dei suoi ebrei, e l’imperialismo britannico che bramava le spoglie dell’Impero ottomano.
C’era un posto dove le contraddizioni erano più acute che altrove: l’impero austroungarico, che riuniva nel suo territorio regioni economicamente arretrate appartenenti all’Europa orientale e regioni industrializzate dell’Europa occidentale. L’emigrazione degli ebrei avrà luogo all’inizio e principalmente all’interno dello stesso paese, una specie di esodo rurale.
L’ebreo dello Shtetl della Galizia, della Transilvania o della Rutenia subcarpatica approderà direttamente a Vienna. Come per caso, è proprio in questa città, vero nodo delle contraddizioni, che inizierà la rinascita dell’antisemitismo occidentale. È proprio in questa città, come per caso, che visse un certo Theodor Herzl.
Nacque così il sionismo, che fu fin dalla sua origine connotato di razzismo, come del resto denunciato da diverse votazioni all’ONU e all’UNESCO, in tal caso scatenando ipocrite doglianze nelle nazioni occidentali (vi dedicherò un post più avanti, parlando anche delle molte e gravi responsabilità della collaborazione sionisti-nazisti, e dunque cercando di ristabilire una verità deformata).
Il Programma di Basilea adottato al Primo Congresso Sionista, che diede il via al sionismo politico nel 1897, non fece alcun riferimento a una popolazione nativa palestinese quando espresse l’obiettivo del movimento: “la creazione di una patria pubblicamente e legalmente garantita in Palestina per il popolo ebraico”.
I sionisti avevano propalato la favola che la Palestina fosse “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, slogan coniato da Israel Zangwill, un importante scrittore anglo-ebreo spesso citato dalla stampa britannica come portavoce del sionismo e uno dei primi organizzatori del movimento sionista in Gran Bretagna.
Nel 1914, Chaim Weizmann, che sarebbe diventato il primo presidente di Israele e che, insieme a Theodor Herzl e David Ben-Gurion, fu uno dei tre uomini maggiormente responsabili della trasformazione del sogno sionista in realtà, affermò: «Nella sua fase iniziale, il sionismo fu concepito dai suoi pionieri come un movimento interamente dipendente da fattori meccanici: c’è un paese che si chiama Palestina, un paese senza popolo, e, d’altra parte, esiste il popolo ebraico, ma non ha paese. Cos’altro è necessario, allora, se non incastrare la gemma nell’anello, unire questo popolo a questo paese? I proprietari del paese [i turchi] devono, quindi, essere persuasi e convinti che questo matrimonio sia vantaggioso, non solo per il popolo [ebraico] e per il paese, ma anche per loro stessi.» (2)
Che la Palestina fosse un paese senza popolazione (90% arabi) risultò palesemente falso per tutti gli immigrati ebrei della prima aliyah (immigrazione) appena sbarcati in Palestina. Non solo la “terra”, anche la demografia fa parte della posta in gioco.
È interessante notare come Moshe Smilansky, scrittore sionista e poi leader laburista, in un suo racconto in ebraico, Rehovot 1891, che si riferisce proprio all’aliyah del 1881, riporta un dialogo avvenuto nel 1891 tra due pionieri di Hovevie Tzion (Amanti di Sion):
“I sionisti ci hanno mentito. Il paese è abitato dagli Arabi e poiché una stessa terra non può servire da patria a due popoli contemporaneamente, gli Amanti di Sion devono partire di qui e andare a cercarsi un’altra patria. Dovremmo andare a est, in Transgiordania. Sarebbe una prova per il nostro movimento”. “Sciocchezze ... non c’è abbastanza terra in Giudea e Galilea?”. “La terra in Giudea e Galilea è occupata dagli arabi”. Ribattuta: “Bene, gliela toglieremo”. Domanda: “Come?”. La risposta non si fece attendere: “Un rivoluzionario non fa domande ingenue”. (3)
A nulla varrà il grido del sionista francese Max Nordau rivolto ad Herzl: «Ma allora commettiamo un’ingiustizia!», quando scoprirà, con spavento, l’esistenza degli arabi nel paese che sognava vuoto.
Tuttavia, né Zangwill né Weizmann intendevano dire che non ci fosse un popolo in Palestina, ma che non c’era un popolo degno di essere considerato nel quadro delle nozioni di supremazia europea allora dominanti. A questo proposito, un commento di Weizmann ad Arthur Ruppin, capo del dipartimento di colonizzazione dell’Agenzia Ebraica, è particolarmente rivelatore. Alla domanda di Ruppin sugli arabi palestinesi, Weizmann rispose: «Gli inglesi ci hanno detto che ci sono alcune centinaia di migliaia di negri [Kushim] e per loro non c’è alcun valore.» (4)
Lo stesso Zangwill spiegò il vero significato del suo slogan con ammirevole chiarezza nel 1920: «Se Lord Shaftesbury è stato letteralmente inesatto nel descrivere la Palestina come un paese senza popolo, aveva sostanzialmente ragione, poiché non esiste un popolo arabo che viva in intima fusione con il paese, utilizzandone le risorse e imprimendogli un’impronta caratteristica: esiste al massimo un accampamento arabo.» (5)
Come si evince dai loro scritti, gli atteggiamenti prevalenti tra la maggior parte dei gruppi sionisti e dei coloni nei confronti della popolazione palestinese indigena andavano dall’indifferenza e dal disprezzo alla superiorità paternalistica. Un esempio tipico si può trovare proprie nelle opere del citato Smilansky: «Non abbiamo troppa familiarità con i fellahin arabi, affinché i nostri figli non adottino i loro costumi e imparino dalle loro brutte azioni. Che tutti coloro che sono leali alla Torah evitino la bruttezza e ciò che le assomiglia e mantengano le distanze dai fellahin e dai loro vili attributi.»
La Dichiarazione Balfour del novembre 1917, che garantiva il sostegno della Gran Bretagna alla creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina, migliorò drasticamente le prospettive degli ebrei in Palestina, soprattutto perché a quel punto era praticamente certo – data l’imminente conquista militare della Palestina da parte della Gran Bretagna e gli accordi già presi per la spartizione dell’Impero Ottomano tra le Grandi Potenze – che la Palestina sarebbe diventata un protettorato britannico.
Vediamo com’è formulata e chi e che cosa impegna la Dichiarazione Balfour, ricordando che all’epoca della Dichiarazione gli ebrei costituivano circa il 10% della popolazione della Palestina e possedevano circa il 2% del territorio.
Caro Lord Rothschild, ho il piacere di inviarvi, a nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni dell’ebraismo sionista, che è stata sottoposta e approvata dal Gabinetto.
“Il governo di Sua Maestà vede con favore l’insediamento in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e compirà i suoi sforzi per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaramente inteso che nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina, né i diritti e lo status politico di cui godono gli ebrei in qualsiasi altro paese”.
Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della Federazione Sionista. Arthur James Balfour.
Ciò che colpisce innanzitutto alla lettura di questo testo è la sua brevità lapidaria. Tutti coloro che hanno sentito parlare di questa famosa dichiarazione sono portati a pensare che si tratti di un piano completo e coerente o quantomeno di una dichiarazione molto articolata. Grande è perciò la loro sorpresa nel constatarne la povertà.
Ma ancora più grande è la sorpresa quando si passa all’esame del testo ed all’analisi dei termini che lo costituiscono. Se si pensa che ciascuno dei termini di questa dichiarazione è stato pesato e soppesato con tanta cura, non si può fare a meno di meravigliarsi del fatto che quando i termini sono precisi sono del tutto impropri, e quando, viceversa, non lo sono, sono totalmente ambigui da prestarsi a qualsiasi interpretazione.
Mi limito qui a dare degli esempi di improprietà dei termini per spiegare cosa intendo per improprietà. Per indicare il 90% della popolazione della Palestina all’epoca della sua pubblicazione, il testo utilizza la perifrasi puramente negativa di: “comunità non ebraiche esistenti in Palestina”. Come se, al giorno d’oggi, volendo legiferare nell’ambito dei lavoratori immigrati, il governo di un paese qualsiasi si mettesse a parlare della propria popolazione nazionale o comunque autoctona come di “popolazione non immigrata”.
Non c’è nulla di ambiguo, al contrario. Il partito preso a favore degli uni (i sionisti) ed a scapito degli altri (le popolazioni locali) è flagrante. Non si presta ad alcuna ambiguità l’adozione della terminologia (e, di conseguenza, dell’ideologia) sionista, del “popolo ebraico”. Soltanto per l’ideologia sionista esiste un popolo ebraico (e vale la pena di leggere i libri dello storico israeliano Shlomo Sand). In epoca non troppo lontana, il Dipartimento di Stato americano in una lettera al Consiglio americano per il Giudaismo del 20 aprile 1964, lo disse esplicitamente: «Di conseguenza dovrebbe essere chiaro che il Dipartimento di Stato non considera il concetto di popolo ebraico come un concetto di diritto internazionale.»
Se in merito a questa espressione di “popolo ebraico” il testo è chiaro, per tutto il resto esso è di un’ambiguità tale da aprire la porta a tutte le interpretazioni. Per esempio, che dire di “un focolare nazionale”? Qual è esattamente l’impegno della Gran Bretagna, nel promettere di favorire l’insediamento in Palestina di “un focolare nazionale” per il popolo ebraico? Nessuno può dirlo con precisione perché questo termine è stato usato a bella posta in quanto era ambiguo e perché lasciava la porta aperta a tutte le interpretazioni.
Questo documento, di Balfour ha soltanto il suo nome perché costui non ha fatto altro che firmare una dichiarazione preparata da ben altre mani. Infatti, la brutta copia di questa lettera ha circolato per 18 mesi da una riva all’altra dell’Atlantico, facendo la spola tra Londra e Washington. I veri autori sono un gruppo di ebrei sionisti di Londra, facenti capo a Chaim Weizmann. Questa minuta del documento è stata sottoposta sia al gabinetto che alla casa bianca dove il famoso colonnello House serviva da intermediario con il presidente Wilson.
La Dichiarazione Balfour cominciò ad essere usata in una piega più pragmatica e meno visionaria alla Conferenza di Pace di Parigi del 1919, che doveva disporre dei territori conquistati agli Asburgo e agli Ottomani sconfitti durante la guerra. Chaim Weizmann, a capo della Commissione Sionista, chiese l’imposizione di un Mandato britannico su una Palestina che si estendesse a nord fino al fiume Litani, in quello che oggi è il Libano, e a est fino alla linea ferroviaria dell’Hijaz, ben a est del fiume Giordano. Chiese una Palestina “tanto ebraica quanto l’Inghilterra è Inglese”.
Sebbene il trasferimento o l’espulsione della popolazione nativa sia implicito in tale visione, essa rimase taciuta nelle deliberazioni ufficiali della conferenza. Ma un altro membro della Commissione Sionista, Aaron Aaronsohn (di cui ho trattato in un post precedente) ne parlò nei corridoi della conferenza. Aaronsohn, un agronomo, era membro dell’Esecutivo Sionista e direttore della Palestine Land Development Company (in ebraico, Hevrat Hachsharat Hayishuv).
Mentre lavorava per l’intelligence britannica, Aaronsohn durante la guerra aveva scritto sul settimanale di intelligence Arab Bulletin della necessità di “allontanare con la forza” i mezzadri arabi dalle terre da acquistare dai proprietari terrieri arabi assenti per la colonizzazione sionista.
L’amico di Aaronsohn, William K. Bullitt, membro della missione statunitense alla Conferenza di Pace di Parigi, ricordò in seguito: “Molte volte durante la Conferenza di Pace di Parigi mi sono unito a lui [cioè Aaronsohn] e al Dr. Weizmann mentre entrambi stavano valutando politiche e piani. La proposta di Aaronsohn era la seguente: mentre la Palestina doveva essere trasformata in uno Stato ebraico, la vasta valle dell’Iraq doveva essere restaurata attraverso l’irrigazione pianificata, per diventare il paradiso del mondo [...] e inoltre agli arabi di Palestina dovevano essere offerte delle terre [...] verso le quali il maggior numero possibile di arabi avrebbe dovuto essere convinto a emigrare.
Le manifestazioni contro l’immigrazione ebraica iniziate nei primi anni Venti, spazzarono via ogni illusione rimasta sulla facilità di risolvere il “problema arabo”. La cautela nelle dichiarazioni pubbliche era quindi essenziale, non solo per non inimicarsi gli altri Paesi arabi, ma anche per riguardo alla sensibilità dell’opinione pubblica britannica e internazionale nei confronti della gestione del “problema arabo”; dopotutto, oltre a promettere una patria nazionale agli ebrei, la Dichiarazione Balfour aveva promesso di non pregiudicare i diritti delle “comunità non ebraiche esistenti in Palestina”.
Pertanto, ciò che sta facendo oggi Benjamin Netanyahu (e i suoi predecessori) non dipende dalle pressioni dell’estrema destra israeliana, ma riguarda gli scopi fondamentali del sionismo e della presenza degli ebrei in Palestina. E ciò conferma anche quanto ho scritto da tempo a riguardo di tali scopi, ovvero la costruzione della Grande Israele. E dunque non è avventato anche ciò che ho scritto a riguardo del fatto che l’espansione israeliana non si fermerà con la Palestina. De te fabula narratur.
(1) Ipotesi contestata dagli storici, se non altro per il fatto che la comunità ebraica in Francia, all’epoca, contava poche migliaia di persone e non era in grado di garantire le necessarie risorse umane per una simile impresa e non si poteva ancora parlare della formazione di una coscienza nazionale ebraica alla fine del XVIII secolo. Inoltre, momento dell’entrata del suo esercito in Palestina, Napoleone non aveva nessun interesse particolare a guadagnare il favore degli ebrei della zona, peraltro pochissimi, che stavano dalla parte del governatore di Acri, città che Napoleone assediò invano.
(2) Theodor Herzl si era già mosso in questo senso. Nel giugno 1896 fece la prima visita ad Istanbul. Incontrando il figlio del gran visir, Cavid Bey, egli presentò il progetto sionista, ma il responsabile turco espresse la propria opposizione all’insediamento ebraico in Palestina. Herzl cercò di impegnarsi in prima persona nella questione armena per
convincere il sultano “che gli ebrei hanno un ruolo attivo nelle politiche locali e internazionali”, e che sono capaci di “convincere i leader armeni a fermare la sollevazione contro il sultano”.
Dopo il fallimento di questo tentativo, sottopose al sultano un’offerta allettante, che includeva il pagamento di “20 milioni di lire turche”, di cui “2 milioni in cambio della Palestina [...] e con i 18 milioni restanti la Turchia sarà liberata dal mandato di protezione europeo”. Nel 1898, Herzl, profittando della visita del Kaiser tedesco a Istanbul e poi a Gerusalemme, cercò di ottenere il favore del governo tedesco, in ottimi rapporti con quello ottomano, affinché appoggiasse il progetto sionista: “Del quale beneficeranno non solo gli ebrei, ma anche la Germania, che potrà allungare la mano in oriente, economicamente, politicamente e militarmente, diventando la protettrice degli ebrei”. Nuovo fallimento dell’iniziativa sionista.
Nel maggio 1901, Herzl si recò a Istanbul per la terza volta e riuscì a incontrare il sultano Abd al-Hamid, che aveva accettato di riceverlo “in qualità di importante giornalista ebreo e non nella sua veste di capo dell’Organizzazione sionista mondiale”. Herzl fece notare che gli aiuti economici offerti dagli ebrei, “un milione e mezzo di sterline”, avrebbe potuto liquidare i debiti dello Stato ottomano, e si offrì inoltre di mediare per la cessazione delle campagne dei giornali del comitato dei “Giovani turchi” in Europa contro il sultano.
Abd al-Hamid rifiutò la proposta di fondare uno Stato ebraico in Palestina, ma accettò “un’immigrazione ebraica in Asia minore e nei paesi tra i due fiumi (Iraq), in cambio del pagamento dei debiti contratti dallo Stato ottomano”.
Nel febbraio 1902, Herzl compì la sua quarta visita a Istanbul: questa volta non incontrò il sultano, ma solo alcuni suoi consiglieri, i quali affermarono che “sarebbe stato lo Stato ottomano a stabilire le zone dove gli ebrei potevano abitare, come l’Iraq e l’Asia minore, ma non la Palestina”. Nello stesso anno fece una quinta e ultima visita a Istanbul, durante la quale incontrò il gran visir Said Pascià, senza però ottenere alcun risultato significativo.
(3) Moshe Smilansky, prozio del noto scrittore Yizhar Smilansky, in realtà si stabilì in Palestina e divenne in seguito fautore della creazione di uno stato arabo-ebraico presso la Commissione d’inchiesta anglo-americana. Il sionismo, in origine, ebbe diverse “anime”.
(4) Verbale del discorso di Ruppin alla riunione del Comitato Esecutivo dell’Agenzia Ebraica, 20 maggio 1936, in La lotta per lo Stato: la politica sionista 1936–1948, Gerusalemme, 1984, p. 140.
(5) Nonostante tali affermazioni, tuttavia, i sionisti fin dall’inizio erano ben consapevoli che non solo c’era una popolazione sul territorio, ma che era presente in gran numero. Zangwill, che aveva visitato la Palestina nel 1897 e si era scontrato con la realtà demografica, riconobbe nel 1905, in un discorso a un gruppo sionista a Manchester, che «la Palestina vera e propria ha già i suoi abitanti. Il pashalik [o pascialato] di Gerusalemme è già due volte più densamente popolato degli Stati Uniti, con cinquantadue anime per miglio quadrato, e gli ebrei non sono nemmeno il 25%». Israel Zangwill fu uno dei più convinti sostenitori del trasferimento della popolazione nativa fuori dalla Palestina. Zangwill rimase fermo su questa idea negli anni successivi, formulando le sue argomentazioni a favore del trasferimento in termini pragmatici e geopolitici. In una conversazione durante l’estate del 1916 con Vladimir Jabotinsky (che in seguito fondò il Sionismo Revisionista, precursore dell’attuale Likud), Zangwill sostenne che l’allontanamento degli arabi dalla Palestina per far posto all’insediamento delle masse ebraiche europee fosse una precondizione per la realizzazione del sionismo. Quando Jabotinsky sottolineò che gli arabi non avrebbero mai abbandonato volontariamente la loro terra natale, Zangwill replicò che l’impresa sionista avrebbe dovuto essere parte di un nuovo ordine mondiale in cui non ci sarebbe stato spazio per discussioni sentimentali.
Intanto gli europarlamentari del PD fondano l'aberrante ossimoro chiamato Sinistra per Israele con a capo la Pinuzza Picierno che incontra la lobby delle armi israeliane ๐
RispondiEliminaF. G
Ti aspettavi diverso?
EliminaSolita bella lettura domenicale. Grazie.
RispondiEliminaPietro
๐
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