lunedì 31 agosto 2020

Il capitale unificato

 

Anche se un vaccino dovesse essere prodotto e disponibile per tutti di qui a un anno, la crisi covid-19 lascerà il segno nell’economia mondiale per anni. Realisticamente parlando il mondo non sarà quello di prima. In altri termini, la pandemia non è solo un evento scatenante, che agisce sulle contraddizioni che si erano accumulate nell’economia e nel sistema finanziario, ma è anche un ulteriore motivo di trasformazione.

 

Ne ha preso atto anche il conclave annuale dei banchieri centrali di Jackson Hole, tenutosi in forma virtuale e conclusosi nel fine settimana, nel corso del quale è emersa l’incapacità delle autorità finanziarie globali di elaborare politiche per determinare la crescita economica e contrastare le crescenti contraddizioni del sistema finanziario.

 

La decisione, annunciata dal Federal Open Market Committee all’apertura del summit e formulata nel discorso del presidente della Fed, Jerome Powell, è in effetti una garanzia per Wall Street che la sua richiesta di “forward guidance” – tassi di interesse più bassi e più a lungo – sarebbe stata soddisfatta.


Ogni qualvolta è stato possibile intervenire con il credito espandendo la massa monetaria, si è riusciti a scongiurare le crisi monetarie. Il sistema, nei ruoli monetari apicali, conosce bene le lezioni del passato.

 

Ora l’attenzione si sposta sulla Banca centrale europea, che sta conducendo una pur timida revisione strategica della sua politica monetaria, e vedere se seguirà la stessa strada della Fed. Christine Lagarde potrebbe essere incline a muoversi nella stessa direzione, ma dovrà affrontare una sicura e decisa opposizione da parte della Bundesbank tedesca, che ha già espresso opposizione all’allentamento della politica monetaria.

 

Siamo in presenza di un sistema finanziario che agisce per ricatto e sa imporre la propria volontà. Si è arrivati al punto che il debito rappresenta ormai la migliore garanzia per la concessione del credito. Non è una novità la natura del rapporto dei capitalisti e dei rentiers con il potere statale.

 

I settori del capitale industriale, commerciale, bancario, assicurativo, eccetera, un tempo divisi, sono posti sotto la direzione comune dell’alta finanza. Capitale finanziario significa capitale unificato, che fa il bello e il cattivo tempo sui mercati, sul debito degli Stati, che gestisce tutto il capitale giacente dei capitalisti nonché il denaro delle altre classi.

 

Il capitale unificato ha come scopo quello di ottenere il più alto livello di profitto consentito dall’assetto produttivo e di mercato esistente, per cui l’alto profitto è ormai fissato nel prezzo delle azioni: ogni sua riduzione provoca l’ovvia e immediata caduta delle quotazioni e scuote l’economia reale. Ha anche come esito implicito, in gran parte già raggiunto, quello del superamento della libera concorrenza. La Weltanschauung del liberalismo classico è contraddetta ogni giorno dalle leggi che sovrintendono tale processo storico.

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Spiegare i fenomeni congiunturali in base alle variazioni del tasso d’interesse, invece di spiegare i fenomeni del mercato del denaro partendo, al contrario, dalle condizioni della produzione, è un fatto comune. E non è difficile scoprirne le ragioni: i fenomeni del mercato del denaro sono fenomeni quotidiani, riportati continuamente dai media e tali quindi da esercitare un’influenza determinante sull’andamento delle borse e della speculazione.

 

L’offerta di capitale creditizio inoltre appare, in ogni dato momento, come entità misurabile, e così dev’essere poiché altrimenti non si riuscirebbe a spiegare come domanda ed offerta possano determinare l’interesse. Inoltre, nel discorso generale il capitale viene identificato con il capitale monetario. Ciò accade per il semplice fatto che esiste un termine comune, “capitale”, per indicar denaro, mezzi di produzione e forza-lavoro (capitale umano!).

 

Ciò è molto funzionale per coprire la realtà dei rapporti economici borghesi, e si arriva al punto che la differenza tra capitale creditizio e quello produttivo non appare più come differenza tra capitale produttore d’interesse e capitale produttore di profitto.

 

La lettura corrente vede che il capitale liquido produce in ogni momento un dato interesse, il quale viene giornalmente, anzi in tempo reale, rilevato dai listini di borsa, mentre il capitale investito nella produzione genera un interesse che non si spiega se non come dividendo! 

 

Tutte le differenze qualitative si dissolvono, e perciò non ci si deve meravigliare poi se, quanto a quelle quantitative, si presume di aver trovato nell’oscillazione del tasso d’interesse, o nelle variazioni dei listini, una valida spiegazione delle cause dell’alternanza congiunturale.

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