lunedì 14 dicembre 2015

La rivoluzione più bella


Come previsto, la conferenza sul clima tenutasi a Parigi è stata un totale e vergognoso fallimento. Invece chi ha trascorso le vacanze a Parigi come delegato o giornalista è entusiasta dei risultati ottenuti, e anche i leader delle maggiori potenze capitaliste storicamente responsabili della maggior parte dell'inquinamento del pianeta. Il presidente Obama e il suo segretario di Stato Kerry hanno fatto delle dichiarazioni ridicole sull’esito della conferenza, ma il presidente Hollande è stato indubbiamente il più spiritoso di tutti:

A Paris il y a eu bien des révolutions depuis des siècles, mais aujourd'hui c'est la plus belle et la plus pacifique des révolutions qui vient d'être accomplie, la révolution pour le changement climatique.

[“A Parigi, ci sono state molte rivoluzioni nel corso dei secoli, ma oggi è stata appena compiuta la più bella e più pacifica delle rivoluzioni, la rivoluzione per i cambiamenti climatici”].

E che Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna siano paesi pacifici non ci sono dubbi.

Dopo il fallimento di Copenaghen nel 2009, le grandi potenze capitaliste avevano un unico obiettivo, quello di gestire con il solito cinismo le aspettative in modo che l'adozione di un accordo, non importa quanto generico e debole, potesse essere presentato come un grande passo in avanti.


Non c’è stato un accordo vincolante su nulla tra le 136 nazioni firmatarie. Il documento di 32 pagine fissa obiettivi non vincolanti per le emissioni di gas a effetto serra, sulla base di obiettivi volontari e valutazioni di ciascun paese. C’è solo una citazione per quanto riguarda l’obiettivo di contenere il rialzo delle temperature sotto l’1,5° C, poi un riferimento a raggiungere emissioni nulle nella seconda parte del secolo. Scritto peraltro “in modo non privo di ambiguità”. Né vi è stato un impegno preciso contro la deforestazione.

Il consumo di energia e l’inquinamento dipendono in gran parte dalla produzione di merci che non in piccola parte o sono inutili o sono sprecate. Ai profitti che da tali produzioni sono ricavati debbono essere contrapposti i danni alla salute e alla natura. Vigente questo sistema economico e geopolitico, dominato da un manipolo di capitalisti miliardari e dal sistema di stati nazionali, nessun effettivo e vincolante accordo sarà possibile né su questo e nemmeno su altri problemi del genere.

Se vi saranno significative riduzioni delle emissioni ciò dipenderà essenzialmente da innovazioni e adattamenti tecnologici che stanno prendendo piede specie nella produzione e utilizzo dell’energia. Con grave ritardo, se si pensa per esempio che già nel 1838, a Pietroburgo, Felix Jacoby era riuscito a far andare un battello sulla Neva alla velocità di quattro miglia all’ora a mezzo di un motore elettromagnetico.

Viviamo tra due epoche, una che sta morendo e l’altra che non riesce a nascere. Infatti, s’è vero che il mondo quale fu negli ultimi secoli e fin quasi a ieri è tecnologicamente superato e socialmente finito, tuttavia resta e domina incontrastato un sistema economico che procede alla cieca (per usare un eufemismo). Se esso ha avuto in passato, pur con incalcolabili costi e vittime, un ruolo progressivo, ora questo stesso sistema economico è nettamente regressivo e con obiettivi antisociali evidenti. Negarlo fa parte della propaganda delle élite e di quelli che vorrebbero, a chiacchiere, riformare il sistema.

Nessun intervento monetario, nessuna politica di riforma, nessun accordo internazionale può risolvere le contraddizioni di fondo del capitalismo. E ciò vale, per rifarmi al post di ieri, anche in rapporto alla scienza e alla tecnologia, alle quali non possiamo porre problemi sociali che esse di per sé non possono risolvere. Impieghiamo le nuove tecnologie per dare ulteriore impulso a un sistema economico profondamente irrazionale e al mantenimento di un ordine sociale antistorico.

Il nostro mondo si fa sempre più meschino e informe, gli scopi umani più labili e indistinti. Si è dato al mercato, ossia al capitale, una patente di efficienza che serve anzitutto ad accrescere i guadagni di gente senza scrupoli. Senza un piano consapevole e un’effettiva cooperazione sociale, risultato di una grande rivoluzione sociale e antropologica, la nostra tecnologia più sofisticata non può promettere per il miglioramento della società nel suo complesso più di quanto un computer a favore di un branco di scimmie.

Sta di fatto che tutto il tempo necessario alle attività è stato accelerato in misura straordinaria, e tuttavia il tempo risparmiato è andato a beneficio solo dei padroni del mondo; la giornata lavorativa, infatti, non è stata ridotta poiché vincolata all’estorsione del profitto.

Diminuiremo le emissioni in atmosfera, forse l’inquinamento dei mari, forse pianteranno più alberi, ma resta il fatto, come scrivevo ieri l’altro, che la tecnologia segue le linee di sviluppo del capitale, e di per sé non ci consentirà di superare nemmeno una delle contraddizioni alla base della società di classe e dei conflitti tra potenze. Per il sistema capitalistico vivere della normale produttività della natura è un nonsense, con l’aggravante che le mentalità mercantili pervadono tutta la struttura sociale.


Tutti i paesi e ancor più le più grandi potenze sono impegnati nella lotta per il controllo delle fonti d’approvvigionamento, dei mercati e delle vie commerciali. Se i cambiamenti climatici sono senz’altro una grave minaccia per l’umanità, nondimeno il rischio di un conflitto armato generalizzato costituisce una minaccia ancora più grave e immediata. Inoltre, da non sottovalutare sono le grandi migrazioni indotte dalle guerre e da motivi economici di cui l’occidente è in gran parte responsabile: 38 milioni di musulmani in Europa sono una buona base per l’insorgere di seri problemi al presente e per l’avvenire.

1 commento:

  1. C'è più filantropia in questo post che nella beneficenza annuale di un Gates o di un Buffett. Grazie.

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