sabato 23 giugno 2012

La coscienza di un'epoca



Ripropongo un post del 6 novembre scorso che forse può chiarire quello del 20 giugno dal titolo Il sonno dell’immaginazione crea mostri

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Il primo presupposto della società umana, dunque di ogni storia, è che gli uomini producano le condizioni della propria esistenza: cibo, vestiario, abitazioni, ecc.; il modo di produrre queste cose, da un certo stadio in poi, dà luogo alla divisione sociale del lavoro che condiziona i rapporti sociali fra gli uomini e diventa reale solo nel momento in cui interviene una divisione tra lavoro manuale e quello intellettuale. Per ottenere questo tipo di separazione delle funzioni lavorative il presupposto essenziale è la proprietà privata (*).

Leit-motiv dell’ideologia borghese a difesa dello status quo contro qualsiasi possibilità di cambiamento radicale è che, date tali premesse, il destino dell’umanità sarebbe segnato dalla necessità di avere chi comanda e chi esegue, chi è proprietario e chi è servo. Secondo questa ciurma di propagandisti, Marx sarebbe stato solo un profeta illuso, egli avrebbe nutrito un’eccessiva fiducia sul fatto che abolita la proprietà privata sarebbe cessato lo sfruttamento e quant’altro. Del resto, rilevano, la storia recente ha dimostrato che anche laddove non è esistita formalmente la proprietà privata continuava a sussistere la divisione sociale del lavoro, la separazione tra quello manuale e il lavoro intellettuale, ossia la gerarchia sociale.

Naturalmente Marx era ben consapevole di tutte queste fumisterie dell’ideologia fatte proprie dagli scolaretti di ogni epoca, e mai avrebbe pensato che per “instaurare” il comunismo sarebbe bastato abolire la proprietà privata, in tal caso non servirebbe alcuna rivoluzione ma un decreto firmato da Vendola (**). Infatti ebbe a precisare fin dagli scritti giovanili: “[…] in tutte le rivoluzioni finora avvenute non è mai stato toccato il tipo dell’attività, e si è trattato soltanto di un’altra distribuzione di questa attività, di una nuova distribuzione del lavoro ad altre persone”.

Pertanto, nel prefigurare una società comunista nella quale ognuno darà secondo le sue capacità e riceverà secondo i propri bisogni, poneva come premessa che ciò potrà avvenire solo “dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e manuale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita …” (***).

Questo a sua volta presuppone “un grande incremento della forza produttiva, un alto grado del suo sviluppo; e d’altra parte questo sviluppo delle forze produttive (in cui è già implicita l’esistenza empirica degli uomini sul piano della storia universale, invece che sul piano locale) è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda, e poi perché solo con questo sviluppo universale delle forze produttive possono aversi relazioni universali fra gli uomini, ciò che da una parte produce il fenomeno della massa ‘priva di proprietà’ contemporaneamente in tutti i popoli (concorrenza generale), fa dipendere ciascuno di essi dalle rivoluzioni degli altri, e infine sostituisce agli individui locali individui inseriti nella storia universale, individui empiricamente universali (****).

Nella Russia stalinista prevalse la concezione del “socialismo in un paese solo”, da realizzare in una realtà economica a dir poco arretrata, in un paese sfiancato da anni di belligeranze (nella sola battaglia di Tannenberg morirono 300mila russi), distruzioni di ogni tipo, pogrom, carestie e miseria, circondato da potenze ostili che imposero dapprima un blocco commerciale criminale e poi favorirono la minaccia fascista. L’industrializzazione e la modernizzazione di un territorio così vasto (lo zar e la chiesa ortodossa erano stati di gran lunga i maggiori proprietari fondiari), dove fino al giorno prima vigeva di fatto la servitù della gleba (abolita formalmente nel 1861), venne operata in base a una pianificazione dell’economica per tappe forzate che ottenne indubbi successi ma a fronte di costi umani elevatissimi e del prevalere di una burocrazia dispotica e di organismi repressivi spietati che segnarono irreversibilmente la natura di quel sistema sociale e politico.

Questo significa che assieme a tale esperienza storica è tramontata per sempre la possibilità stessa del cambiamento? Lo vorrebbero far credere e molti se ne convincono, non perché sono stupidi ma perché vivono nelle contraddizioni che a tutti i livelli solcano la formazione sociale capitalistica. Un lettore del blog, in un commento, osserva che fin quando avremo il frigorifero pieno (ci sono però sempre più frigoriferi abitati da topolini che piangono) nessuno avrà interesse e voglia di un effettivo cambiamento. Nei paesi del cosiddetto primo mondo per diversi decenni il riformismo ha avuto un certo successo, consentito da diversi fattori e dall’enorme debito pubblico. Le cose stanno ora cambiando per i motivi che grossomodo conosciamo tutti, e non si tratta più di far fronte come in passato a una crisi di ciclo, ma si è in presenza di una crisi di sistema, effettivamente epocale, più grave e profonda di quanto riusciamo a percepire attraverso la manipolazione ridondante dei media. “Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione”.

I prossimi anni, i decenni a venire, diranno non solo fino a che punto questo sistema economico e sociale potrà reggere, ma soprattutto come, con quali mezzi, la classe dirigente di questo pianeta ritiene di dover affrontare problemi di natura e dimensioni così inedite. C’è un solo modo per affrontarli, essere radicali, che significa andare alla radice di tali problemi. Una strada che la borghesia perente non può e non vuole percorrere, perciò tende a rafforzare tutte le tendenze ideologiche che possono distogliere l'attenzione e il conflitto dai veri obiettivi. L’aristocrazia del denaro, lo dice il Novecento, preferisce altre strade. Allora subentrerà, per dirla con Marx, una fase in cui gli uomini saranno costretti ad agire rivoluzionariamente non solo contro alcune condizioni singole della società fino ad allora esistente, ma contro la stessa “produzione della vita” come è stata fino a quel momento, e sarà del tutto indifferente, per lo sviluppo pratico, se l’idea di questo rivolgimento sia già stata espressa mille volte.

(*)[…] divisione del lavoro e proprietà privata sono espressioni identiche: con la prima si esprime in riferimento all’attività esattamente ciò che con l’altra si esprime in riferimento al prodotto dell’attività” [MEOC, V, p. 31].
(**) “Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente” [cit. p. 34].
(***) Critica al programma di Gotha, 1875.
(****) MEOC, cit., p 34.

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