mercoledì 20 giugno 2012

Il sonno dell’immaginazione crea mostri


La prima cosa che mi viene in mente seguendo la cronaca del Rio+20 e del G-20, è il fatto che la complessità e vastità dei problemi non trovi una radicalità di progetto adeguata, aperta a speranze autentiche e profonde. All’origine dei problemi sta un sistema economico che anche quando non è in crisi produce tali contraddizioni e devastazioni che ci porta con certezza alla catastrofe. E tuttavia si continua ad appoggiare in mille modi l’illusione che il disordine capitalistico possa essere arginato, riformato e migliorato, arrivando a contestarne alcuni aspetti e esiti palesemente insostenibili ed esiziali ma non le premesse sulle quali esso poggia.

E tutto ciò, del resto, è anche conseguenza del fallimento di quello che a lungo è stato considerato l’esperimento di una società socialista che però non ebbe come palcoscenico gli Stati più avanzati, ma quelli economicamente e socialmente più arretrati, addirittura i regimi feudali russo e cinese, ed è noto che la storia non fa salti.

Va anche tenuto bene in conto che nel ‘900 s’è combattuta, sullo sfondo della contesa imperialista, la più cruenta guerra di classe della storia. La borghesia ha contrastato in tutti i modi – con i fascismi soprattutto – chiunque si contrapponesse al suo dominio. La responsabilità di due guerre mondiali, delle carneficine e degli stermini, è tutta da ascriversi alle classi dirigenti e di potere nazionali, alla loro brama non meno che alle loro paure.

E tuttavia non bisogna dimenticare che con il fallimento del “socialismo reale” è il marxismo stesso, l’idea dell’uguaglianza universale e del superamento del capitalismo e delle sue leggi, a essere entrato in crisi. Le lacune teoriche erano evidenti, la cuoca non è passata dalla cucina al governo, lo Stato non si è estinto, anzi, il suo controllo nell’economia e nella società è diventato totale e asfissiante, ogni diversità bandita e anzi condannata al gulag.

Si tratta di verificare se alla radice l’idea stessa di uguaglianza universale, alla quale puntavano Marx e i marxisti, si sia rivelata un tragico errore di prospettiva, oppure se l’orrore del tentativo della sua pratica realizzazione fu conseguenza inevitabile per limiti storici e soggettivi. Nel primo caso si tratterebbe di un colossale, per quanto nobile nelle intenzioni, fraintendimento utopistico dalle conseguenze devastanti; nel secondo caso si è trattato di errori personali e di una fase necessaria.

Domanda: è possibile un’alternativa al sistema conciliabile con le libertà di vita e non di sola sopravvivenza, ossia un movimento che cambi radicalmente lo stato di cose esistente superando la schiavitù e spostando l’asse della storia dall’economia all’uomo e alla natura, fuori dalla logica predatoria dello scambio o di una pianificazione autoritaria annullatrice delle diversità, oppure questo sistema di cose, comunque denominato, è per sempre e noi con esso fino alla catastrofe?

In caso di risposta positiva sarà comunque necessario ripartire da Marx e dalle sue idee. Di altre idee che vadano alla radice dei problemi, non mi pare ci sia traccia.

7 commenti:

  1. POST ECCELLENTE!!!

    "In caso di risposta positiva sarà comunque necessario ripartire da Marx e dalle sue idee. Di altre idee che vadano alla radice dei problemi, non mi pare ci sia traccia."

    Certo, Marx è l'inizio, è strettamente NECESSARIO, ma non è il fine, non è SUFFICIENTE.

    saluti

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  2. Di che lacune teoriche parla?

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  3. le lacune teoriche sono nelle ragioni stesse di quel fallimento, ed in parte mi sembra di averle elencate, poiché non si tratta di edificare un'economia nuova, poiché essa già si forma in seno a quella vecchia che attende, come diceva marx, il taglio cesareo della rivoluzione.

    quindi non in quelle condizioni storico sociali potevano nascere nuovi e superiori rapporti di produzione. e siccome l'economia nuova è un'ecnomia di consumo sociale e non semplicemente un'utopistica distribuzione egualitaria fatta su un insufficiente base produttiva, ciò ricrea l'ineguaglianza sociale. tanto per dirne una.

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  4. "e siccome l'economia nuova è un'economia di consumo sociale e non semplicemente un'utopistica distribuzione egualitaria fatta su un insufficiente base produttiva, ciò ricrea l'ineguaglianza sociale".

    Cara Olympe, vorrebbe essere cosi gentile da spiegarmi questo brano, in altro modo?
    La ringrazio e cordialità.

    F.G

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  5. la frase va colta nel senso letterale, ossia che le condizioni non possono essere quelle di un'economia arretrata ma esse si formano nello sviluppo stesso del capitalismo (vedi il monopolio, p.es.), quindi su una base produttiva molto allargata e sviluppata. insomma, in una situazione di penuria si può distribuire ugualitariamente solo la miseria. in un paese come la russia erano le premesse stesse ad ostacolare il socialismo

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  6. Cara Olympe, rileggendo questo post, ne ho estrapolato questo brano, per tentare di far avvicinare qualcuno di mia conoscenza, alla lettura di esso. "E tuttavia si continua ad appoggiare in mille modi l’illusione che il disordine capitalistico possa essere arginato, riformato e migliorato, arrivando a contestarne alcuni aspetti e esiti palesemente insostenibili ed esiziali ma non le premesse sulle quali esso poggia".
    Ecco la mia idea: potrebbe indicare quali post da lei scritti, delucidano le..."premesse sulle quali poggiano il disordine capitalistico", sempre che lei abbia scritto espressamente su queste premesse.
    Cordiali saluti da F.G.

    P.S.
    Comunque saranno utili anche per me leggerli, sicuro.

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    1. è difficile far "convinti" quelli che non lo vogliono essere, tantopiù che non si tratta di dimostrare qualcosa con un esperimento a tavolino

      cmq, ecco un post che potrebbe dare utili indicazioni bibliografiche relativamente ai testi marxiani:

      http://diciottobrumaio.blogspot.it/2011/07/diego-fusaro-marx-sconfessato-dalla.html
      cari saluti

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