martedì 9 maggio 2023

"Un atto cinico di distruzione arbitraria fine a sé stesso”

 

L'arma segreta. Mi ricorda qualcosa d'antico.
Così segreta che anche in redazione sanno tutto.

Wuhan è nota ai più per via del famigerato coronavirus. Uno dei capitoli meno conosciuti della seconda guerra mondiale riguarda alcuni tragici episodi avvenuti nel dicembre 1944.

Il 16 dicembre, le forze giapponesi che occupavano Wuhan catturarono tre avieri americani. Tolsero loro le uniformi, li legarono e li trascinarono per le strade, bastonandoli e prendendoli a calci. In un tempio giapponese fuori città li impiccarono e bruciarono i corpi. Quando la notizia dell’esecuzione raggiunse il comando statunitense in Cina, fu pianificata immediatamente la vendetta. Questo almeno è quanto sostengono alcune fonti, ma le ragioni del bombardamento di Wuhan furono anche altre.

Il generale Curtis LeMay aveva deciso di sperimentare il bombardamento a bassa quota su Wuhan come una prova di concetto per i bombardamenti sul Giappone che fino ad allora non avevano dato risultati apprezzabili. Nome in codice dell’operazione: Matterhorn. Il 18 dicembre 1944, 77 giganteschi bombardieri B-29 Flying Super Fortress, cui si unirono centinaia di altri aerei della 14a Air Force, oscurarono il cielo di Wuhan.

Furono sganciate 500 tonnellate di bombe incendiarie M-69, un cocktail estremamente letale di fosforo e napalm appena sviluppato allo scopo dagli scienziati dell’Università di Harvard, che provocarono 40.000 vittime civili. Leggo da una tesi universitaria di un laureando in Storia della Sam Houston State University: l’esito “piacque a LeMay e fornì un modello per la sua sistematica distruzione del Giappone”. Pochi mesi dopo LeMay sarebbe diventato famoso per aver diretto il bombardamento di Tokyo e di un centinaio di altre città giapponesi (oltre 100.000 civili morti nella sola capitale).

Il 21 dicembre, gli aeroplani della 14a Air Force in coordinamento con Super Fortresses sganciato più di 1.000 tonnellate di bombe su Hankou, uno dei tre distretti principali della città di Wuhan. Hankou bruciò per tre giorni.

Ufficialmente (**) il bombardamento americano ebbe lo scopo di bombardare le basi aeree giapponesi (una a Hankou, l’aeroporto di Wangjiadun e l’altra dall’altra parte dello Yangtze, l’aeroporto di Nanhu) e le linee ferroviarie di Wuhan (anche importante centro siderurgico). In effetti, Wuhan, hub di rifornimento, comando e controllo giapponese, era stata un trampolino di lancio particolarmente importante per l’ultima grande offensiva giapponese, iniziata nella primavera del 1944, nota agli storici come la campagna di Ichi-go. Questa campagna sembrava minacciare Chongqing in novembre-dicembre, dopo la caduta di Guilin (***). Tuttavia il raid giungeva troppo tardi per salvare la Cina centrale.

“L’attacco devastante sembrava un atto cinico di distruzione arbitraria fine a sé stesso”. Conclude l’autore della tesi: “But it is the bombing of Wuhan, and with it, the seeming disregard for civilian casualties there, that is the hardest to reconcile with the idealistic early days of 1941 and 1942. China would never be the same”.

(*) Secondo dati ufficiali, Wuhan ha subito un totale di 151.607 vittime durante l’intera guerra anti-giapponese. Di questi, 96.557 sono stati uccisi, mentre 22.389 sono rimasti gravemente feriti e 32.661 hanno riportato ferite lievi. Secondo le statistiche sulle vittime compilate dal distretto di Hankou nel 1946, solo in quell’area 20.000 persone furono uccise o ferite nei bombardamenti di dicembre del 1944. Furono bombardati 7.515 edifici, di cui 554 prima della caduta della città (nel 1938), e 6.951 dopo.

(**) United States Strategic Bombing Survey – Military Analysis Division – USSBS Report 67, Air Operations in China, Burma, India, 1947. p 90 Sezione XI – XX Bomber Command.

(***) Chongqing era ed è la città più importante lungo il corso dello Yangtze, fiume Azzurro, famoso per le sue gole e in passato per la grande pericolosità nella navigazione. L’ammiraglio Alberto Da Zara fu il primo occidentale a risalirlo con la cannoniera fluviale Ermanno Carlotto (il resoconto dell’intrepida impresa si può leggere nel suo Pelle d’ammiraglio, Mondadori, 1949, ristampato di recente a cura dello SM della Marina Militare). Nel 1928, l’impresa fu ripetuta, sempre con la Carlotto, dal diplomatico Daniele Varè, il quale descrive il viaggio ne Il diplomatico sorridente. Varè, che pubblica nel 1941, non menziona l’impresa di Da Zara.

Un serraglio di disperati

 

La giacca è troppo leggera per questo tempo. Va detto che due giorni addietro faceva quasi caldo. Piogge, temporali, grandine, una vera festa. La colpa è del cambiamento climatico (sulle cause ognuno dice la sua), potremo ancora bere vino nel 2050? La pioggia favorisce i funghi (l’oidio, per esempio) nelle viti, dunque il bisogno di maggiori trattamenti (chimici: anche nel biologico zolfo e rame sono chimica). Non possiamo dire se il vino sarà più o meno buono fra trent’anni, perché nel frattempo cambierà ancora il gusto del famoso “consumatore”. Forse non ci sarà più il vino quale è stato per millenni, o potrebbe essere vietato. Io per allora non ci sarò, ma che sapore potrà avere la vita senza il vino? Il mondo sarà ancora più schifoso e non potremmo più ubriacarci per dimenticarlo. Più invecchio e più mi piace il vino, come Brando nel Padrino.

Ci sono due tipi di produttori di vino. Tanti fanno il vino per la produzione convenzionale e pochissimi in modo “naturale”. Il vino è “fatto” grazie ai lieviti e ai batteri presenti naturalmente nell’uva. Puoi anche aggiungere lo zucchero, alcuni aggiungono persino pezzetti di legno per imitare il sapore di una botte nuova. Insomma, si può “costruire” un vino grazie agli enologi.

Vuoi un vino fresco dal gusto fruttato? Nessun problema: il viticoltore deve solo aggiungere al suo succo d’uva un certo lievito, che possiamo chiamare “lievito intelligente”. Ormai tutto è intelligente tra noi umanoidi. Vuoi un vino “biologico” (altra parola intelligente)? Il processo d’industrializzazione è lo stesso, se vuoi produrre per vendere.

Ah, il biologico, che bella invenzione moderna. Spiegassero come combattono l’ambrosia, che è molto allergenica e non si deve assolutamente trovare nel raccolto. L’unica soluzione in agricoltura biologica è sradicare le erbacce infestanti con una macchina o a mano. Su piccole superfici è possibile, ma su 80 ettari?

Garantito “senza solfiti” comprato al supermercato o nella cantina “di fiducia”? Significa semplicemente che non ne contiene più della dose massima consentita (limite che può salire ancora per i vini dolci). Ma chi controlla le quantità effettivamente presenti? E nulla è scritto in etichetta sui prodotti aggiunti dalla vite alla bottiglia.

Dunque evitiamo i solfiti presenti nel vino. Evitiamo il vino tout court, come striglia la “scienziata” di Padova. Invece diamo il “succhino” al nostro bambino, e poi a tavola, nei cibi, anche i più comuni e “naturali”, ma anche in quelli “freschi” (la più massiccia presenza di solfiti è nella frutta, ma non c’è obbligo dichiararne la presenza) facciamo scorta di questo gruppo di delizie: anidride solforosa, E220, solfito di sodio, E221, bisolfito di sodio, E222, metabisolfito di sodio, E223, metabisolfito di potassio, E224 solfito di potassio, E225, solfito di calcio, E226, bisolfito di calcio, E227, potassio solfito acido, E228.

Siamo un serraglio di disperati, che c’intortano come vogliono.


lunedì 8 maggio 2023

Propaganda di destra e realtà storica

 

L’ascesa di Hitler non dipese dalla austerità conseguente al pagamento dei debiti di guerra, ma gli servì come cavallo di battaglia propagandistico (*).

Va ricordato che già nel 1914, allo scoppio del conflitto, c’era stata la corsa agli sportelli bancari, tanto che la Germania dovette sospendere i prelievi e abolì la convertibilità aurea del marco. Dopo la grande inflazione (1921-1923), quando solo il 19,62% delle spese del Reich era coperto dalle entrate e il resto era finanziato dalla stampa di moneta, la repubblica di Weimar si riprese: la moneta fu stabilizzata collegando il Reichsmark al gold standard.

Nel 1928, la Germania aveva quasi raggiunto il pieno impiego, il volume reale delle importazioni, consentito dal crollo globale dei prezzi delle materie prime, era superiore del 50% a quello su cui sopravviveva la Germania nel 1933 (Adam Tooze, Il prezzo dello sterminio, p.77).

Pertanto, che cosa determinò un’involuzione tanto radicale da consentire a Hitler e al suo partito di aspirare al potere per via elettorale? Prendiamo in considerazione due aspetti, quello economico (e del debito) e quello politico.

domenica 7 maggio 2023

In montagna con il Pd

 

La lettura domenicale del Sole 24 ore è per me fonte soprattutto di buonumore (mentre fuori lampeggia e minaccia diluvio). Leggo per esempio a pag. 16 che, negli ultimi cinque anni, “Nonostante tutto l’azionario globale dei paesi sviluppati è stato in grado di garantire guadagni del 52% in dollari e del 66% per l’investitore in euro, ovvero il 10,7% l’anno”. Si precisa “come un risultato del genere non sia in fondo frutto di un’anomalia”.

Infatti è frutto della lotta di classe. Quella stravinta dai padroni della società, ovviamente. Tutti gli altri, in Occidente, si sono accontentati di assaporare alcuni agi di seconda mano concessi dalla borghesia, che da tempo li sta revocando foglia dopo foglia seguendo la strategia del carciofo.

Per quanto ci riguarda da vicino, si tratta della storia dell’italian way of socialism, che per “il Partito di governo” è diventata la via italiana al liberismo, con dentro tutti (i clericali dell’Opus Dei, i boyscout e fino a Elena Schlein), passando così dalla conclamata lotta per la trasformazione dell’esistente, all’amministrazione diretta dell’esistente, laddove per esistente d’intendono le gabbie d’acciaio altrimenti denominate rapporti sociali di produzione.

Chi cazzo sa più a che cosa si riferiscono cotali rapporti, a chi viene più in mente di mettere in dubbio la proprietà privata? L’esistenza stessa dello sfruttamento è considerata una mera consuetudine della società civile, ossia un monopolio indiscusso dei proprietari, che non vedrà tramonto. La lotta poteva almeno concentrarsi sulla dimensione della cultura, ma hanno finito per perdere per strada anche quel residuo e con essa le soggettività meglio disposte. Amen.

Leggo anche di un tale Davide Serra, il quale, fondatore e CEO di Algebris, “dopo una carriera costruita nel Regno Unito da quattro anni vive tra Londra e Milano, dove segue con attenzione le PMI quotate in borsa”.

In pratica ha sempre speculato per conto suo o per conto terzi (Mid Cap). Come ho sempre detto in questi casi, non c’è nulla di male. La massaia che sceglie di fare acquisti in un discount invece che in un altro, opera in qualche modo una forma di speculazione sui prezzi. Anche Marx qualche volta arrotondava speculando qualche sterlina in borsa. Nel mio piccolissimo mondo ci provo anch’io e senza rimorso e anzi con qualche rimpianto. Davide Serra lo fa in grande scala. Chapeau, dicono a Lambrate.

Scrive Paolo Bricco che lo ha intervistato: “Davide mangia con calma metodica il sushi, il sashimi, lo spicy salmon roll, le verdure e il mango”. Penso sia la dieta dei trader ad alto capital gain. “Davide adopera con disinvoltura le bacchette, versa le salse, gioca velocemente con le composizioni di pesce crudo e con la candida geometria del riso”. Euclide e Piperno non avrebbero saputo dire meglio.

Da ciò si può intuire “perché la sua Algebris non ha perso un dollaro o un euro su Silicon Valley bank, First Republic bank e Credit Swiss”. Si capisce, per contro, perché il Sole 24 ore sia pieno di debiti e metta ogni cura per disgustare sempre di più i suoi lettori.

Lasciamo parlare Davide: “Al liceo Gonzaga, gestito a Milano dai padri lasalliani, all’esame di maturità scientifica scrissi il tema in stampatello. Ancora adesso non riesco a scrivere in corsivo e, quando sono costretto a farlo, quasi non ce la faccio a leggerlo”. La cosa mi incuriosisce, mi chiedo in quali occasioni e da chi Davide Serra sia costretto a scrivere in corsivo. Quanto al resto, dai gesuiti puoi scrivere il tema dell’esame di Stato anche in lineare B, basta allegare congrue referenze reddituali.

Dice ancora in stampatello il nostro Davide: “Non sono mai andato a un concerto. Da ragazzo preferivo stare in tenda da solo con il cane in montagna la notte di capodanno”. A parte stare da soli come un cane, in montagna passare la notte a dicembre in una tenda avrebbe dovuto preoccupare i genitori, ma anche altri operatori e specialisti (non mi riferisco al soccorso alpino), tanto più che Davide si dichiara orgoglioso delle sue fragilità, “che oggi in una condizione di consapevolezza dei funzionamenti anomali delle fisiologie neurologiche appaiono più chiari anche a lui stesso”. Mi piacerebbe approfondire con l’interessato, eventualmente accompagnato dal suo cane, il concetto “funzionamenti anomali”, magari davanti a un piatto di polenta fumante e luganega croccante. Ma non la notte di capodanno.

Ecco qui espressa senza reticenze la voce di un’epoca, i suoi proclami assolutamente pratici sulla propria condizione ... spirituale. Ah, dimenticavo: Davide è “amico personale e sostenitore politico di Matteo Renzi, un boyscout come me”.

Il partito democratico è stato ed è anche questo.

Acknowledgement of local excellences