sabato 19 febbraio 2022

Ciò che conta è che cosa essi sono e che cosa saranno costretti a fare

 


Quale ruolo assegnare al caso nella Storia? Una domanda semplice per una risposta che riguarda il ruolo avuto dai personaggi di gran nome nelle vicende storiche di ogni tempo, e che dunque non può esaurirsi nei modi superficiali e sbrigativi in cui spesso oggi si risponde come se ogni questione fosse riducibile a qualsiasi altra.

L’intervento della casualità nell’ordine apparentemente immutabile delle cose non concerne solo il ruolo dei grandi personaggi, ma anche gli eventi che si compiono prescindendo dal ruolo e dalla volontà espressa dei singoli agenti.

La peste alla metà del Trecento, per esempio, fu un evento casuale che ebbe non poco impatto nell’accelerare la transizione da una formazione economico-sociale all’altra. Fenomeni storici quali la lotta per l’indipendenza americana o la rivoluzione francese del 1789, poi quella industriale, quindi la prima guerra mondiale (che almeno nel suo presupposto événementielle fu del tutto casuale), poggiano su dei presupposti oggettivi di lungo periodo o su fatti possibili ma inattesi.

Il caso regna sovrano nel suo esplicarsi, anche se da solo non può rendere ragione del processo storico per intero, né sulla base del caso si può ricorrere a spiegazioni artificiose, introducendo cause fittizie. Del rapporto dialettico tra caso e necessità se ne occupò a fondo soprattutto Hegel, e incidentalmente Marx, che sul tema lasciò campo libero a Engels (in particolare in Dialettica della natura).

Sul piano dei processi naturali la casualità è la causa prima della evoluzione del cosmo, e quando il caso connesso ai singoli elementi materiali si produce inizialmente come big bang, come inizio (chissà, forse come un sempre rinnovato inizio), esso genera casuali complessi che comportano la necessità dei processi naturali, che la scienza può rappresentare mediante leggi. La necessità immediatamente si fissa e diventa la base dello sviluppo di un processo universale, continuo e senza sosta.

Non di caso o di necessità assoluti si tratta, ma di caso e necessità relativi al movimento della materia, in tutte le direzioni, da cui tutto origina e dipende. La conoscenza delle diverse forme di movimento della materia è tutto ciò che possiamo sperare di ottenere, ed è più che sufficiente per riflettere la natura nella nostra coscienza.

Sul piano storico sociale opera la stessa dinamica caso-necessità, ma anche qui non si tratta di casualità e di necessità assoluti, indipendenti e che sussistono in sé (Aristotele sostituì la causa al caso, trasformando la necessità relativa dipendente dal caso in una necessità assoluta, divenendo di per sé sufficiente nell’effetto e nella causa, mentre il caso diviene in tal modo una nullità senza importanza).

È illuminante, perché lo spiega bene, quanto scriveva Marx il 17 aprile 1871 a Ludwig Kugelmann in seguito alla sconfitta della Comune di Parigi:

«Sarebbe del resto assai comodo fare la storia universale, se si accettasse battaglia solo alla condizione di un esito infallibilmente favorevole. D’altra parte, questa storia sarebbe di natura assai mistica se le “casualità” non vi avessero parte alcuna. Queste casualità rientrano naturalmente esse stesse nel corso generale dell’evoluzione e vengono a loro volta compensate da altre. Ma l’accelerazione e il rallentamento dipendono molto da queste “casualità” tra cui figura anche il “caso” del carattere delle persone che si trovano da principio alla testa del movimento» (MEOC, XLIV).

I singoli avvenimenti della storia sono soltanto realtà contingenti, o possibilità realizzate fra tante sfumate, perché alla loro realizzazione contribuisce il caso, nelle sue molteplici e imprevedibili manifestazioni. È però solo osservando il complesso degli eventi nel lungo periodo, che si può comprendere la differenza che passa tra la necessità della tendenza complessiva e la casualità dei singoli “zig zag” della storia, come li chiamava Engels, che stanno a simboleggiare risultati contingenti e casuali.

Sarà dunque ancora il caso a regalarci delle sorprese inattese, nel novero del possibile ovviamente. Sarà ancora una volta la necessità della tendenza complessiva a spingerci in una direzione o in un’altra, come già aveva ben compreso un giovane Marx non ancora comunista ma che sapeva vedere lontano:

« ... ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario, o anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamente come fine. Ciò che conta è che cosa esso è e che cosa esso sarà costretto a fare in conformità a questo suo essere. Il suo fine e la sua azione storica sono indicati in modo chiaro, in modo irrevocabile, nella situazione della sua vita e in tutta l’organizzazione della società civile moderna» (La sacra famiglia, 1844, in MEOC, IV).

Per chi fosse interessato al tema e non temesse di affaticarsi, in questo post recente la questione è spiegata un poco più in dettaglio partendo a pretesto un’intervista di Ilaria Capua.

venerdì 18 febbraio 2022

Cameriere, Champagne

 


Il trattato di Versailles, firmato nel 1919, è solitamente ricordato per le umilianti condizioni inflitte alla Germania. Sfogliando le pagine del Trattato che chiuse la prima guerra mondiale, compaiono obblighi meno noti imposti delle potenze alleate: per esempio la protezione dello champagne. L’articolo 275 assicurava che mai più i palati francesi avrebbero dovuto subire l’infamia di assaggiare l’uva coltivata in Germania spacciata per effervescenza gallica. Tra diplomatici e storici il Trattato non è considerato uno dei momenti più belli d’Europa. I contadini francesi furono forse tra i pochi a ricordarlo con più affetto. Del resto che diritto avevano i tedeschi di chiamare champagne ciò che non lo era?

Il prosek croato oggi può essere prodotto, venduto ed esportato con quel nome usurpato. E così altri prodotti tipici italiani contraffatti all’estero. All’Italia è vietato chiamare tocai il vino che da epoca immemorabile chiamavamo così. Draghi e Di Maio non bevono prosecco. L’uno è astemio e l’altro commerciava in bibite zuccherate.

Per via del prosek non è il caso di ripristinare le trincee sul Carso e mandare i bersaglieri a Muggia (che peraltro confina con la Slovenia). I bersaglieri li mandammo a suo tempo dapprima in Crimea, a morire di malattie, e poi a Vladivostok, contro i bolscevichi. Poi anche sul Don, se non ricordo male. Che cosa non si fa per esportare la democrazia tra i barbari.

Nikolaj Vasil’eviGogol’ era russo o ucraìno? E Dostoevskij di origini bielorusse? Pukin era decisamente scuro di carnagione, qualche ascendente camerunense?


giovedì 17 febbraio 2022

L'informazione a regola d'arte


Per informarsi sul come e il perché di ciò che accade nel nostro cortile di casa e in quello altrui, la cosiddetta “opinione pubblica” dispone principalmente come fonte primaria di notizie della televisione e dei giornali nazionali.

In Italia il controllo sulla televisione pubblica è esercitato, in forma spartitoria, dai partiti politici, i cui esponenti sono non di rado legati a doppio filo a vari interessi, da quelli legali a quelli illegali.

Per quanto riguarda le televisioni private, i principali proprietari sono Silvio Berlusconi (Fininvest S.p.A. che controlla Mediaset Italia) e Urbano Cairo, che controlla La7.

I quotidiani e i periodici, in forte deficit, sono di proprietà di alcune grandi società riconducibili ad altrettante holding, mentre il Gruppo 24 Ore è di proprietà e rappresenta gli interessi di Confindustria.

Con tutta la forza della potenza americana


Il fatidico 16 febbraio è passato. Qualcuno ha perso la faccia, ma rilancia. Tuttavia se la Russia invade l’Ucraina ora, tra sei mesi o mai più, ci rendiamo conto che l’idea dell’invasione conta tanto quanto l’invasione stessa? Non c’è mai una tregua nella guerra della comunicazione mediatica. Che sia un virus o linvasione vera o presunta da parte di qualsiasi altra entità, la paura è contagiosa. L’abbiamo sperimentato a lungo.

Immaginiamo se annunciassero l’arrivo imminente dei carri armati di Putin nel Triveneto, poi in Lombardia e oltre. Code nei negozi, accaparramenti, assalti ai treni, e non credo ci vorremmo tutti più bene. Anche i balconi, questa volta, resterebbero chiusi. Figuriamoci cosa farebbero i turisti e gli operatori economici sia autoctoni che stranieri. In Borsa e fuori dalle banche scorrerebbe il sangue, forse non solo in senso figurato.

mercoledì 16 febbraio 2022

Eolo come amico

 


Leggo nell’articolo di Jacopo Giliberto: “Un’accelerazione potente per dare una riserva di energia all’Italia, alle famiglie e alle imprese prima della crisi annunciata e prima dei blackout bellici”. Un’accelerazione potente: da chi diavolo e quando si parte? Spiega Gilberto: “Il progetto del Governo per raddoppiare da 3,34 miliardi di metri cubi ad almeno 7 miliardi di metri cubi l’estrazione di metano dai giacimenti nazionali — da assegnare a prezzo convenzionato tramite gare — potrebbe chiedere 2 miliardi di investimenti dopo anni di blocco a causa della moratoria no-triv”.

Non voglio entrare nel merito economico, vale a dire sui 2 miliardi di investimenti, che poi in corso d’opera sappiamo diventare anche molti di più, come solito. Mi limito a delle considerazioni di buon senso. Scrive Gilberto precisando:

«Il Governo (a partire da Mario Draghi in prima persona, insieme con Daniele Franco all’Economia, Giancarlo Giorgetti allo Sviluppo economico e Roberto Cingolani alla Transizione ecologica) vuole raddoppiare l’estrazione di gas ad almeno 7 miliardi di metri cubi l’anno per ridurre le bollette del metano, come è ovvio, ma anche dell’elettricità, prodotta soprattutto bruciando metano».

Va da sé che ogni goccia d’acqua serve a riempire un vaso. La domanda è: vale la pena andare a prendere questa goccia d’acqua aggiuntiva nelle profondità della terra e del mare? Fuori di metafora, vale la pena trivellare cercando di estrarre fino all’ultimo metro cubo di gas con enorme impiego di risorse per ottenere risultati assai modesti e soprattutto molto limitati nel tempo?

Scrivevo l’altro ieri: le riserve certe di gas naturale rappresentano, tra terra (55,4% del totale) e mare, circa 43-45 miliardi di Sm3 (arrotondiamo pure in metri cubi normali). Le riserve probabili rappresentano altri 40-45 miliardi, mentre quelle possibili meno di 20 miliardi.

Secondo i dati ufficiali del Ministero della transizione ecologica. Altre fonti indicano le riserve totali accertate in Italia tra i 70 e i 90 miliardi di metri cubi, senza distinguere tra riserve certe, probabili e possibili.

Gilberto scrive: «10-12 miliardi di metri cubi sotto il fondale del Canale di Sicilia, dove sono già in corso gli investimenti dell’Eni per 700 milioni, ma potrebbe essere il caso — ma servirà molto più tempo e un dibattito dai toni che si annunciano feroci — l’Alto Adriatico tra Veneto e Istria (30-40 miliardi di metri cubi)».

Poi sottolinea che tale attività di estrazione “potrebbe impiegare troppo tempo, non prima di 10 mesi per riaprire i polmoni dei giacimenti più sfiatati”. Un ottimismo troppo alacre. Più realisticamente: 2-3 anni, per cominciare. Infatti, questo volume di gas non verrebbe estratto tutto d’un colpo, ma bene che vada in 10-15 anni circa, con una produzione media annuale tra i 5 e i 7 miliardi di metri cubi.

Secondo i dati ufficiali forniti dal MiSE-DGSAIE, nel 2021 il nostro paese ha consumato 76,1 miliardi di metri cubi di gas naturale, 5,1 in più del 2020.

Per quanto ne sappiamo, non siamo un paese particolarmente dotato di fonti tradizionali di energia, facciamocene una ragione. Dobbiamo importarla in gran parte, per poi trasformarla in merci. Chiaro che più costa l’energia e tanto minore è la competitività.

Abbiamo migliaia di chilometri di coste, eppure la burocrazia ostacola in ogni modo iparchi eolici offshore. Il nuovo parco eolico in Olanda è il più grande al mondo, si chiama Fryslan, si trova a circa 6 chilometri dalla costa e conta 89 pale, ognuna delle quali è dotata di turbine da 4,3 MWh. Può produrre circa 1,2 TWh di elettricità all’anno, una quantità pari all’1,2% del fabbisogno energetico totale dei Paesi Bassi ovvero una quantità di elettricità sufficiente alle necessità di circa 500.000 famiglie (e lì fa freddo 8 mesi l’anno).

I parchi eolici offshore non sono la soluzione, su questo siamo d’accordo, ma ancor meno vale la pena puntare su giacimenti di gas casalinghi che se va bene potranno sopperire in quota minima (4-5%) rispetto al gas importato e al massimo per due-tre lustri. Tale quota può essere sostituita con fonti alternative, quali appunto l’eolico, che anche economicamente sta diventando sempre più concorrenziale.

Proprio oggi il Parlamento europeo ha votato un rapporto in cui, tra l’altro, si legge: «l’Unione europea è leader tecnologico nel settore delle rinnovabili offshore e può aspettarsi notevoli ritorni economici sostenendo la crescita della produzione di energia pulita». Inoltre, le risorse del Next Generation Eu «rappresentano un’opportunità unica per muovere capitali, da sommare agli investimenti privati».