lunedì 13 maggio 2019

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Con la Lega, con la quale "riscrivere la storia", sarebbe meno inquietante?

martedì 7 maggio 2019

Il capitalismo in stato avanzato


Prendiamo atto, di garbo o no, che non è possibile nessuna risposta politica che guardi al passato, nessuna possibilità di ripristino degli antichi equilibri tra le classi sociali, nessun ritorno a quell’epoca dove contraddizioni e aspirazioni trovavano nella piattaforma riformistica ricomposizione e agibilità. Per quanto ci riguarda direttamente, la fusione del maggior partito della sinistra con l’area moderata e cattolica ha prodotto semplicemente un’eterogenea convergenza elettorale, toccando il punto più basso con l’urticante vicenda del renzismo. Non deve perciò sorprendere che nuovi soggetti politici abbiano a modo loro colmato il vuoto.

Non era stato forse un giovane profeta a scrivere che la borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali? Ecco dunque che quando si parla di crisi della democrazia si deve intendere anzitutto la crisi dell’esperienza riformistica che ha subito uno scacco storico nella temperie della cosiddetta globalizzazione. Per contro, di un soggetto politico nuovo in un tempo nuovo, non v’è traccia; vale a dire di un soggetto politico che sia radicalmente alternativo, e dunque necessariamente e programmaticamente rivoluzionario quanto lo richieda l’ampiezza del cambiamento.

domenica 5 maggio 2019

La falce del tempo



Un tempo, ogni scolaretto sapeva che Napoleone da ragazzo ebbe a scrivere a riguardo di Sant’Elena: “Piccola isola nell’oceano Atlantico”. Sembrava proprio una storiella agiografica, ma in realtà essa racconta un fatto reale. Nel suo Atlante personale, lo studente Buonaparte scrisse effettivamente, a riguardo di Sant’Elena: “Piccola isola”.

Non so se Napoleone se ne rammentò quando la notizia della sua destinazione gli fu comunicata dall’ammiraglio Keith sabato 29 luglio 1815.

Come che sia, la sera del 2 agosto Napoleone invitò Las Cases, al quale in seguito detterà il Memoriale di Sant’Elena, nella sua cabina sulla nave inglese che li “ospitava”. Las Cases in passato era stato autore di un fortunato Atlante storico. Napoleone gli chiese notizie più precise sul posto verso il quale stavano per salpare. “Ma è proprio sicuro che io ci vada?”, si chiede all’improvviso Napoleone. Las Cases fruga tra i suoi ricordi di autore geografico. “Che potremmo fare in quel luogo sperduto?”, chiede ancora Napoleone. La risposta di Las Cases è pronta: “Vivremo del passato, Sire, c’è di che appagarci perché rileggerete voi stesso”. Napoleone comprende la situazione: “Bene! Scriveremo le nostre memorie”. E poco dopo: “Sì, bisognerà lavorare: anche il lavoro è la falce del tempo”.

Sant’Elena è effettivamente l’isola delle nebbie, un postaccio tutt’oggi. Pieno di topi, tra l’altro. Napoleone un giorno se ne ritroverà uno perfino dentro il suo celebre cappello bicorno.

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Poteva finire diversamente la sua avventura? No, probabilmente. Tuttavia i dettagli sono importanti. La sua epopea avrebbe potuto chiudersi un po’ più in là e Waterloo rimanere un nome sconosciuto ai più.

Gli scontri di Quatre-Bras e Ligny non furono delle semplici schermaglie preliminari alla battaglia di Waterloo. Non lo furono per la violenza che essi rivelarono, per l’accanimento con il quale si combatté da entrambe le parti. Fece rabbrividire anche gli uomini più abituati osservare a sangue freddo gli orrori della guerra.

A sera, sembrava tutto concluso. La Vecchia Guardia si era rimessa in marcia, appoggiata da sessanta pezzi di artiglieria e dalla cavalleria. Gli Immortali, con il loro colbacco nero, avanzavano sotto una pioggia battente, nell’oscurità crescente, procedono alla baionetta, rovesciano le riserve prussiane e sfondano il centro dello schieramento nemico. Sennonché alle nove di sera il settantenne Blücher decise di coprire la ritirata con la sua cavalleria, all’assalto di quella francese. Colpito da una pallottola, il suo cavallo stramazza al suolo e lo lascia sotto di sé. Per due volte i corazzieri francesi gli passano sopra senza rendersi conto, nel buio, che potrebbero catturare l’uomo che due giorni dopo, a Waterloo, avrebbe avuto un ruolo decisivo.

sabato 4 maggio 2019

Produttività del lavoro & salari



Sulla vexata quæstio produttività del lavoro & salari c’è una certa confusione sotto il cielo. La cosa non deve destare meraviglia visti i chiari di luna e che quasi a nessuno importa davvero. Provo dire due cose che abbiano senso e non siano troppo complicate, cioè partiamo da un esempio concreto letteralmente terra-terra.

Due cantieri edili dove si scavano delle fondamenta. Nel primo cantiere gli operai usano pala e piccone per scavare, nell’altro invece usano allo stesso scopo un mezzo meccanico, cioè una escavatrice. L’organizzazione del lavoro tra i due cantieri è diversa, poiché differenti sono i mezzi di lavoro e la quantità di manodopera necessaria. Nel secondo cantiere ciò si traduce in un netto risparmio di forza-lavoro dato dalla maggiore produttività del lavoro stesso grazie l’impiego di un mezzo tecnico incomparabilmente più evoluto di pala e piccone.

Infatti, a trarre vantaggio è l’impresa che effettua i lavori con tale macchina, poiché, pur investendo un maggiore capitale in mezzi di produzione, essa risparmia notevolmente sui costi della forza-lavoro, e in tal modo diventa più competitiva rispetto all’impresa che nello scavo impiega solo la forza delle braccia umane.

L’impresa meno competitiva non può far altro, per reggere in qualche modo la concorrenza “meccanizzata”, che ridurre i costi, anzitutto quelli salariali. Un tempo gli operai entravano in lotta a difesa dei salari, mentre oggi, di là di altre considerazioni, essi si trovano in una situazione di concorrenza sia con la manodopera immigrata e sia con imprese estere che a prezzi stracciati vincono gli appalti pubblici e privati.

Bisogna tener conto che il lavoro è parificato alle merci, e perciò è soggetto alle leggi che regolano il movimento generale dei prezzi, e che dunque il prezzo di mercato del lavoro, come quello di tutte le altre merci, si adatterà a lungo andare al suo valore.

In ultima analisi l’operaio non riceverà in media che il valore del suo lavoro, il quale si risolve nel valore della sua forza-lavoro, determinato a sua volta dal valore degli oggetti d'uso necessari per la sua conservazione e la sua riproduzione, valore che, infine, è regolato dalla quantità di lavoro necessaria per la loro produzione (*).

Se la quantità di lavoro necessaria per la produzione degli oggetti d'uso necessari per la conservazione e la riproduzione dell’operaio è data dal valore del suo lavoro con la pala e il piccone, va da sé che l’operaio dovrà lavorare per più tempo e con un salario più basso rispetto all’operaio che lavora con mezzi più moderni.

Per questo e altri motivi, parlare di salario minimo, tanto più a livello europeo, è alquanto stravagante. Il salario non è una variabile indipendente, piaccia o no, esso è correlato alla produttività del lavoro.


(*) Qui si astrae dal fatto che il valore della forza-lavoro è costituito da due elementi, di cui l'uno è unicamente fisico, l'altro storico/sociale, cioè secondo il tenore di vita tradizionale in ogni paese, ma anche questo, come vediamo anche ultimamente, è soggetto a scostamenti di congiuntura. Finora, nel tentativo di conservare fisicamente la “razza”, si stanno inventando un po’ di tutto in Italia e in Europa, compreso il reddito di cittadinanza e quello di sostegno alla povertà (non una novità storica), in ciò dimostrando: 1) cinismo; 2) illusorietà e stolidezza.

venerdì 3 maggio 2019

La resistenza comunista in Germania



Quando si parla della resistenza interna al regime nazista, il riferimento è pressoché scontato: si ha notizia del gruppo studentesco di Hans e Sophie Scholl, denominato Rosa Bianca e di orientamento marcatamente cattolico (uno dei motivi per i quali ha goduto di largo favore mediatico) e della congiura militare che ha condotto all’attentato a Hitler il 20 luglio 1944 (Circolo di Kreisau).

Dietro la bella figura del colonnello von Stauffenberg, un autentico antinazista secondo la vulgata (il libro di Thomas Karlauf, StauffenbergPorträt eines Attentäters, ci offre un diverso profilo biografico del colonnello), troviamo militari e politici reazionari che fino a quel momento avevano servito fedelmente Hitler, talvolta avendo contribuito direttamente a farlo salire al potere. Ciò che rimproveravano a Hitler, in ultima analisi, era di aver fallito nel progetto di costruzione della grande Germania e di condurla all’annientamento.

Vi sono storici che negano che fino al 1938 vi sia stato in Germania alcuna resistenza organizzata, e quanto agli operai scrivono che essi furono “incapaci di organizzare la benché minima resistenza efficace”. L’inesistenza di una resistenza comunista è opinione unanime, ma ciò è falso, e vi sono abbondanti prove di tale falsità. Così com’è fuorviante la tesi sulla effettiva denazificazione avvenuta nella Repubblica federale tedesca.

Questo si può misurare nel fatto che dopo il conflitto nessuno dei giudici che avevano pronunciato complessivamente decine di migliaia di condanna morte contro gli oppositori, tra il 1933 e il 1945, dovette rendere conto del proprio operato. Mentre qualsiasi giurista che avesse collaborato all’elaborazione all’applicazione della legislazione del III Reich veniva radiato dall’apparato giudiziario in Germania dell’Est, per contro 1.310 giuristi dei “tribunali speciali” nazisti erano stati reintegrati nei tribunali  della RFT. Tali “tribunali speciali” avevo pronunciato più di 50.000 condanne a morte. Costituiti nel marzo 1933, essi erano collocati al di fuori della giurisdizione ordinaria, al fine di “sterminare totalmente i nemici del III Reich”.

Ciò dovrebbe essere sufficiente come motivo per comprendere perché venga ufficialmente negata una opposizione reale di matrice comunista all’interno della Germania nazista. Inoltre, nel 1965, la Repubblica federale tedesca promulgò una legge di amnistia. Essa fu annunciata dal presidente della Repubblica federale, Heinrich Lübke, il quale era stato collaboratore della Gestapo di Stettino e direttore del lavoro concentrazionario a Peenemünde e Leau, un campo annesso a Buchenwald (naturalmente di questo ruolo le biografie ufficiali non parlano).

Scrive a tale riguardo T. Derbent, nel suo libro Resistenza comunista in Germania 1933-1945, Zambon editore, euro 8,90: «Così fu per giornalisti e storici, come per militari e giuristi. Tutti sono rimasti al loro posto. Non meraviglia, dunque, che la storiografia tedesco-occidentale si sia accanita a nascondere la resistenza comunista per poter alimentare la tesi “siamo stati tutti abusati da Hitler, tutti vittime di Hitler”». Solo la resistenza comunista ha ingaggiato contro il regime nazista tutte le forme di lotta possibile (propaganda, sabotaggio, guerriglia, spionaggio, lotta sindacale eccetera).