Desta, in alcuni, una certa sorpresa, vera o fasulla che sia, l’avanzata del partito del gen. Vannacci. Il quale non raccoglie solo canagliesche nostalgie, ma anche un disagio vero, che sale in superficie da una parte non trascurabile della società. Il motivo principale della sua ascesa è dato, com’è risaputo, dalla questione dell’immigrazione, della quale in Italia stiamo assaporando solo l’antipasto. È un saliente sul quale finora le arrampicate politiche, nonché le iniziative governative, hanno deluso e fallito.
A seconda da come si allineeranno i pianeti da qui alle elezioni politiche, ossia a seconda dell’atteggiamento prevalente dei media, dunque di chi li comanda, il partito di Vannacci potrà sfiorare o anche raggiungere il 10 per cento dei voti, raccattando consenso anche nell’enorme bacino dell’astensione. Ma anche rimanendo attorno al 6 per cento, come dicono oggi i sondaggi, il partito del generale sarà indispensabile alla destra per vincere. Dunque, in entrambi i casi, sarà Vannacci l’ago della bilancia delle prossime elezioni.
Salvo sorprese a sinistra, dove può sempre apparire un Masaniello a scompaginare le carte. Una sinistra interessata a ben altro che alle questioni sociali, verso le quali non ha alcuna proposta, tantomeno delle proposte convincenti. Del resto è così in tutta Europa: la sinistra affonda dove l’ideologia libero-scambista ha mostrato la sua contraddizione fondamentale. Che è alla base del marasma internazionale attuale (a prescindere da Trump): non appena le misure di protezionismo vengono ridotte, le economie nazionali si destabilizzano, le loro capacità produttive si indeboliscono e si profila una crisi nei rapporti economici.
Non ci voleva chissà quale dottrina per scoprire che il libero scambio è un’ideologia semplicistica. Secondo i suoi dotti propagandisti basta abbassare tutte le barriere e tutto andrà bene. La sinistra, vale a dire le supposte élite intellettuali, vista l’insostenibilità del suo becero riformismo (non puoi al contempo servire il popolo e il capitale), si è buttata tra le braccia (e tra le cosce) dei padroni del mondo. A far loro un ricco pompino.
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