Nella notte tra il 22 e il 23 luglio 1952, una congiura di ufficiali egiziani, a capo dei quali c’era anche Gamal Abdel Nasser, rovesciò re Farouk. Nasser assunse la carica di vice-capo del Consiglio del Comando della Rivoluzione. Nel 1953 divenne ministro dell’Interno e nel 1954 assunse la carica di primo ministro in seno al nuovo ordinamento statale. Propose di modernizzare l’economia e rafforzare l’esercito. Nel giugno 1956 divenne presidente dell’Egitto dopo aver destituito il generale Muḥammad Naǧīb.
Nasser si fece portavoce di un discorso nazionalista arabo che gli permise di guadagnare popolarità. Il suo messaggio fu ampiamente diffuso dalla stazione radio Voce degli Arabi, creata nel 1953.
Il 19 luglio 1956, il Segretario di Stato americano John Foster Dulles annunciò all’ambasciatore egiziano a Washington, Ahmed Hussein, che il suo governo si sarebbe ritirato dall’impegno assunto nel dicembre 1955 di partecipare, insieme alla Gran Bretagna e alla Banca Mondiale, al finanziamento della prevista diga di Assuan.
“Gli sviluppi degli ultimi sei o sette mesi” non erano stati esattamente favorevoli a “generare benevolenza nei confronti dell’Egitto presso il pubblico americano”, spiegò Dulles al diplomatico egiziano. Nessun altro progetto di cooperazione internazionale era così impopolare negli Stati Uniti come la diga di Assuan. La causa principale della resistenza era “la sensazione che il governo egiziano stia collaborando strettamente con coloro che ci sono ostili e vogliono danneggiarci in ogni modo possibile”.
Dulles alludeva, tra le altre cose, al fatto che l’Egitto aveva concluso un importante accordo per la fornitura di armi con l’Unione Sovietica nel settembre dell’anno precedente, che formalmente doveva essere gestito tramite la Cecoslovacchia. Questo, tuttavia, era già noto nel dicembre del 1955, quando Washington e Londra promisero il loro sostegno finanziario. A ciò si aggiunse l’instaurazione di relazioni diplomatiche tra l’Egitto e la Repubblica Popolare Cinese il 16 maggio 1956.
Nasser si trovò ad affrontare non solo la potente e influente lobby israeliana e i rappresentanti dei produttori di cotone americani, che temevano la concorrenza egiziana, ma anche gli alleati del regime a Taiwan. Il sostegno finanziario all’Egitto sarebbe stato probabilmente bloccato dal Congresso in ogni caso. Pubblicamente gli Stati Uniti addussero che la situazione finanziaria dell’Egitto non fosse abbastanza solida da garantire il ripianamento del debito.
Ciò che è essenziale evincere (e che invece le fonti occidentali in genere non citano) per comprendere la posizione egiziana e gli accordi tra Il Cairo e Mosca, quindi con la Cina, è il Patto di Baghdad. Una alleanza strategica tra Regno Unito, Iran, Iraq, Turchia e Pakistan (gli Stati Uniti vi aderiranno nel 1958).
Il 26 luglio, al Cairo, a Ismailia, a Port Said e a Suez, le truppe egiziane occuparono gli uffici della Compagnie universelle du canal maritime de Suez, una società a maggioranza di proprietà di centinaia di migliaia di piccoli azionisti francesi e del governo britannico (*). Il 29 luglio 1956, Nasser diede l’annuncio della nazionalizzazione del canale di Suez. Nasser intendeva utilizzare i proventi dei pedaggi del canale per la costruzione della diga.
Gran Bretagna e Francia, allora impegnate in una disperata battaglia contro il crollo dei loro imperi coloniali, reagirono immediatamente alla nazionalizzazione del Canale di Suez confiscando tutti i beni egiziani e imponendo altre sanzioni economiche. Contemporaneamente, i governi di Parigi e Londra iniziarono a preparare un’operazione militare congiunta.
Le due potenze coloniali europee si coordinarono con Israele, che aveva interessi sia sul canale e sia in chiave anti-araba. Il 29 ottobre 1956, le truppe israeliane lanciarono l’invasione congiunta. L’Unione Sovietica minacciò un intervento militare diretto. Otto giorni dopo, il governo statunitense, attraverso pressioni economiche e politiche, riuscì a imporre un cessate il fuoco. Il 7 marzo 1957, gli ultimi soldati israeliani si ritirarono dalla penisola del Sinai.
I vincitori politici furono Nasser, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Fu definitivamente confermato il nuovo equilibrio di potere globale della Guerra Fredda e che Francia e Regno Unito cessavano di essere le potenze dominanti nella regione. Tuttavia, Israele dimostrò la sua capacità di mobilitazione e la sua superiorità militare sull’Egitto. Lezione quest’ultima, di cui Nasser (emerso come vincitore della crisi) e i Paesi arabi non tennero in debito conto.
(*) Nella creazione del Canale di Suez, il 51% delle quote erano francesi, soprattutto private, mentre le restanti erano egiziane. Dopo la sua creazione, nel 1869, la Gran Bretagna rivalutò l’importanza del canale e, a seguito di una crisi finanziaria che colpì l’Egitto nel 1875, la Gran Bretagna acquistò le quote egiziane del canale di Suez e successivamente adottò il pretesto per occupare il paese e contestualmente il canale. Venne creato un protettorato ed un governo succube della corona inglese, anche se dal 1922 l’Egitto ebbe formale indipendenza. Questo portò a scontri tra francesi ed inglesi, che verranno successivamente mediati anche nei congressi di Berlino. La guerra arabo-israeliana del 1967 portò alla chiusura del Canale fino al giugno del 1975.
Sebbene nel luglio del 1956 le agenzie di stampa annunciassero che il colonnello Nasser aveva nazionalizzato il Canale di Suez, era ormai universalmente accettato che una tale nazionalizzazione non fosse possibile per il semplice fatto che il Canale è sempre stato parte del territorio nazionale egiziano. La sovranità egiziana sugli elementi fisici del Canale è affermata inequivocabilmente dall’articolo 9 dell’Atto di concessione del 22 febbraio 1866, dall’articolo 8 del Trattato di alleanza anglo-egiziano del 26 agosto 1936 e dall’articolo 9 dell’Accordo anglo-egiziano del 19 ottobre 1954, riguardante la base del Canale di Suez. Inoltre, la sovranità egiziana sul Canale non è mai stata messa in discussione, né prima né dopo la nazionalizzazione della società che lo gestiva. In seguito, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU espresse chiaramente lo stesso principio nella sua risoluzione del 13 ottobre 1956.
Dal punto di vista giuridico, la situazione del Canale di Suez è molto diversa da quella dello Stretto di Hormuz. Infatti, non è possibile stabilire alcuna identificazione tra lo status giuridico dei canali marittimi, che sono vie d’acqua artificiali, e lo status giuridico degli stretti che collegano due mari aperti.
Mentre l’assegnazione degli stretti al traffico internazionale deriva dalla natura stessa delle cose ed è quindi anteriore all’esistenza degli Stati rivieraschi, l’assegnazione dei canali artificiali al traffico internazionale è, così come la loro creazione, il prodotto della volontà sovrana e libera degli Stati sul cui territorio sono stati scavati. In altre parole, mentre gli stretti – che collegano due mari aperti e ne sono un accessorio naturale – sono soggetti al principio di libero passaggio secondo le norme del diritto internazionale generale o consuetudinario, i canali artificiali sono soggetti solo in virtù della volontà sovrana dello Stato territoriale.
L’Inghilterra e la Francia avevano un bel dire che il loro diritto sul Canale derivava dalla concessione sul demanio pubblico di uno Stato, e che la Compagnia avesse effettivamente svolto un ruolo essenziale nel libero passaggio da parte di tutti gli Stati. Ciò storicamente non è avvenuto, poiché la Compagnia non ha mai avuto né i diritti né il potere territoriale di fatto necessari per superare gli ostacoli che le due Potenze hanno ufficialmente posto sulla via del libero utilizzo del Canale.
La questione è ora solo di interesse retrospettivo poiché per quanto riguarda Suez il principio del libero passaggio a beneficio di tutte le navi mercantili e da guerra, senza distinzione di bandiera, è stato ormai espressamente sancito.
Storia antica del collegamento fluviale tra il Mediterraneo e il Mar Rosso. Il faraone Senusret III, discendente della dodicesima dinastia, fu il primo a concepire un collegamento indiretto tra il Mar Rosso e il Mediterraneo attraverso il Nilo e i suoi affluenti, con lo scopo di promuovere il commercio e facilitare i trasporti tra Oriente e Occidente. Le navi provenienti dal Mediterraneo avrebbero percorso il Nilo fino a Zagazig (pertanto si tratta, nel primo tratto, di un percorso diverso da quello dell’attuale Canale artificiale) e da lì sarebbero giunte al Mar Rosso attraverso i Laghi Amari, che all’epoca vi erano collegati. Tracce di questo canale sono ancora visibili oggi a Geneifa, vicino a Suez.
Nel 610 e.c., la sabbia aveva riempito il canale, creando una diga di terra che aveva isolato i Laghi Amari dal Mar Rosso a causa di un lungo periodo di abbandono. Il faraone Necao II intraprese di rifare il canale e riuscì a collegare il Nilo ai Laghi Amari, ma non fu in grado di collegarli al Mar Rosso.
Nel 510, Dario riuscì a ricollegare il Nilo ai Laghi Amari. Tuttavia, a differenza del suo predecessore, non riuscì a collegare questi Laghi Amari al Mar Rosso se non attraverso piccoli canali navigabili solo durante la stagione delle piene del Nilo (l’attuale Canale, a cui si accede da Porto Said provenendo dal Mediterraneo, non sfrutta le acque del Nilo, ma passa ugualmente per i Laghi).
Nel 285 circa, Tolomeo II Filadelfo superò tutte le difficoltà incontrate dai suoi predecessori, restaurò e completò il preesistente Canale dei Faraoni, scavando con successo il tratto tra i Laghi Amari e il Mar Rosso, in sostituzione dei piccoli canali preesistenti e collegando il ramo orientale del Nilo al Mar Rosso per favorire i commerci e la fondazione di città portuali come Arsinoe.
L’imperatore Traiano fece scavare un nuovo canale (Amnis Traianus, nel 98 e.v.), che partiva dal Cairo, alla foce del golfo, e terminava ad Abbassa, dove era stato collegato al vecchio ramo di Zagazig (nord-est del Cairo). Durante l’epoca bizantina, il canale fu nuovamente trascurato fino a renderlo completamente non navigabile.
Nel 641 (calendario giuliano), ‘Amr ibn al-‘Āṣ ripristinò la navigazione nel Canale e lo chiamò Canale dell’Emiro dei Credenti. Nel 760, il califfo abbaside Abu Ja’far al-Mansur distrusse il canale per impedirne l’utilizzo per il trasporto di rifornimenti agli abitanti della Mecca e di Medina, che si erano ribellati al suo dominio. La navigazione tra i due mari restò interrotta per circa undici secoli.

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