Scrive oggi Sergio Fabbrini sul Sole 24 ore a riguardo della Dichiarazione del 1776: «Certamente, per Thomas Jefferson, l’estensore della Dichiarazione, quei diritti riguardavano i bianchi e non già i neri o i nativi, i maschi e non già le donne». Insomma, cose da niente, per cui, anche dopo l’abolizione formale della schiavitù, avvenuta quasi un secolo dopo la Dichiarazione, fiorì un diffuso apartheid che rimase sostanzialmente intonso almeno fino agli anni 1960.
Ciò che in questi giorni di celebrazione del 250° della Dichiarazione, con abbuffate dei soliti morti di fame presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, non viene rievocato, è proprio uno dei motivi principali che portarono alla rivolta contro Londra. Le tasse introdotte dal Parlamento britannico per far fronte alle spese di mantenimento delle truppe nella colonia americana, tutte poi revocate ad eccezione di quella sul tè, furono un motivo molto più pretestuoso che reale della rivolta.
La molla principale che fece scattare la ribellione dei coloni americani poco c’entrava con la tassazione, né col desiderio di indipendenza e nemmeno con quello di libertà. Più prosaicamente riguardava i territori posti oltre i Monti Appalachi (2 500 km di rilievi con direzione da SO a NE), interdetti da Londra per legge e con la presenza di truppe (*). Oltre quei monti s’estendeva un vastissimo territorio fertile e ricco di risorse, che però aveva il difetto di appartenere alle popolazioni autoctone, ossia a quelli che erano chiamati “pellerossa” o “indiani”. I coloni americani vedevano queste tutele come un ostacolo al loro “diritto” di espansione.
La storia della colonizzazione americana affonda le sue radici nell’espropriazione e dello sfruttamento dei territori abitati da diverse popolazioni native americane che avevano le proprie storie, culture, sistemi politici e rivendicazioni territoriali. Tale processo fu dominato dalla violenza, dalle malattie (vaiolo, morbillo, influenza e tifo uccidevano tra la metà e il novanta percento delle popolazioni colpite) e dall’incessante pressione di popolazioni coloniali in espansione e avide di terra.
Sotto tale aspetto, va tenuto conto del fattore demografico: la popolazione dell’America settentrionale britannica crebbe vertiginosamente durante il periodo coloniale, passando da circa 23.000 coloni inglesi nel 1625 a circa 2,5 milioni di ogni provenienza alla vigilia della Rivoluzione nel 1775.
La prosperità economica di cui godettero i coloni inglesi, in particolare nelle colonie meridionali, si basò in larga misura sul lavoro forzato degli africani ridotti in schiavitù, la cui migrazione forzata dall’Africa rappresentò una delle più grandi tragedie umane della storia.
Allo stesso modo, l’indipendenza degli Stati Uniti ha la sua origine nel disconoscimento del diritto all’autodeterminazione e alla libertà delle popolazioni native e conseguentemente in una lunga serie di usurpazioni, inganni legali e di crimini.
Qualsiasi resoconto sulla storia dell’America settentrionale britannica e sulla formazione degli Stati Uniti che non affronti seriamente queste realtà – genocidio dei nativi, usurpazione delle terre, sviluppo della schiavitù africana come sistema di lavoro dominante (in particolare nelle colonie meridionali, una forza lavoro africana permanentemente schiavizzata era una fonte di manodopera più sicura e gestibile rispetto a un flusso costante di servitori inglesi liberati con ambizioni frustrate), segregazione razziale, gerarchia sociale (i servi liberati che non riuscivano a ottenere terre), sviluppo economico e identità culturale - è incompleto e ha lo scopo di falsare la storia.
(*) Alla conclusione della guerra franco-indiana (1754-1763), nome con cui viene spesso chiamato il teatro nordamericano della Guerra dei Sette Anni, le potenze belligeranti firmarono il Trattato di Parigi del 1763. Le firme nel trattato di pace erano ancora fresche quando un flusso costante di coloni americani iniziò a penetrare nelle terre recentemente conquistate, tra i monti Appalachi e il Mississippi. Non ci misero molto a scontrarsi con le popolazioni native residenti in quei territori.
Dopo che le rivendicazioni dei nativi americani avevano scatenato la Guerra di Pontiac (1763-64), le autorità britanniche decisero di sedare le rivalità e gli abusi coloniali affrontando i problemi dei nativi americani nel loro complesso. A tal fine, si decise di dispiegare un’armata di 10.000 truppe regolari britanniche che aveva l’ordine di mantenere la pace in Nord America. Il Parlamento britannico ritenne che non poteva permettersi, dato che era alle prese con montagne di debiti di guerra, la spesa per il mantenimento di quelle truppe. Occorreva trovare una nuova fonte di entrate economiche e, dato che il denaro era utilizzato per la difesa delle colonie americane, il Parlamento decise sarebbe stato giusto che fossero gli stessi coloni a coprire parte dei costi.
Con il Proclama di Giorgio III del 1763, furono istituiti nuovi territori britannici in America – le province del Quebec, della Florida orientale e occidentale e di Grenada (nelle Isole Sopravento) – e una vasta riserva per i nativi americani amministrata dai britannici a ovest degli Appalachi, da sud della Baia di Hudson a nord delle Florida. Il commercio con le popolazioni native fu rigidamente regolamentato e reso accessibile solo tramite licenze reali. Il Proclama vietò l’insediamento nei territori dei nativi americani, ordinò ai coloni già presenti di ritirarsi e limitò rigorosamente i futuri insediamenti. Per la prima volta nella storia della colonizzazione europea del Nuovo Mondo, il proclama formalizzò il concetto di titoli fondiari dei nativi americani, vietando il rilascio di brevetti per qualsiasi terra rivendicata da una tribù a meno che il titolo nativo americano non fosse stato prima estinto tramite acquisto o trattato.


L'Inghilterra fece all'America quello che Trump ha fatto ai paesi Nato: io mando le truppe ma tu devi pagare. Gli americani si ribellarono, gli europei si son fatti fare un protesi per allungare la lingua e leccare meglio il culo.
RispondiEliminaPietro