mercoledì 5 marzo 2014

Di là dal fiume e tra gli alberi


È il modo di concepire e misurare la ricchezza che impedisce il suo estendersi all’intera società (*). Tuttavia si tratta di un modo di concepire e misurare che dipende dalla stessa ragion d’essere del modo di produzione capitalistico (che è di per sé un modo limitato di produrre la ricchezza), non dunque dal mero capriccio dell’individuo. Perciò i riformatori del capitalismo o sono dei velleitari oppure dei furboni, ivi compresi i teorici della decrescita: non esiste una mezza via, un compromesso, se non nella loro fantasia (**).

Il capitale è contraddizione in processo, non ne vogliamo tenere conto? Per massimizzare il profitto è necessario ridurre il rapporto tra lavoro e capitale costante, non si tratta di un capriccio bensì di un fatto confermato dall’aritmetica. Dall’altro, questa riduzione del capitale variabile determina tendenzialmente la caduta del saggio del profitto. E anche qui siamo nel pieno effetto di una legge, sia pure dialetticamente contrastata nel suo movimento da delle controtendenze.

Si dirà che si tratta di questioni teoriche e astratte. Eh no, belli; non si può capire dove va il mondo se non se ne comprendono le leggi che lo fanno muovere. Difficile da intendere? Proviamo con le caramelle.

martedì 4 marzo 2014

Lo stato dell'arte


C’è chi (e non sono pochi) studia e s’impegna con sacrificio per decenni e poi deve emigrare per mancanza di adeguate opportunità di lavoro, e c’è chi invece guadagna milioni di euro per presentare delle canzoni da un palco. C’è chi sputa la vita da mane a sera per tirare a campare e chi senza arte né parte siede a far nulla negli scranni della politica percependo stipendi ingiustificati (Scilipoti e Razzi non è necessario citarli poiché ce n’è moltissimi altri).

C’è chi sfrutta il lavoro a 750 euro il mese facendo i milioni sulla pelle di poveri disgraziati. Insomma, era poi questa la società che c’eravamo immaginati per il XXI secolo? Possibile che in questo paese non vi siano persone migliori e più decenti di quelle che da decenni sgovernano? Ci sono, eccome, ma appunto perché sono persone preparate e decenti si guardano bene dal farsi coinvolgere dal mercato delle mafie politiche.

lunedì 3 marzo 2014

La grande burla


Lo Stato paga gli stipendi pubblici, in parte le pensioni e la cassa integrazione, i servizi sociali (sanità, istruzione, trasporti, ecc.), le infrastrutture e tutto quanto serve finanziandosi a debito. È una cosa molto nota, perciò perdonate la propedeutica. Notorio è anche il fatto che il debito, di regola, viene emesso sul mercato sottoforma di obbligazioni (bot, btp, cct, ecc.), ossia di titoli a scadenza sui quali viene pagato un interesse a chi lo acquista. È risaputo che ad acquistare questi titoli del debito statale sono le banche, i privati e i fondi d’investimento. Ciò che vale per l’Italia, vale sostanzialmente anche per gli altri Stati, chi più e chi meno. Tutto il sistema regge sul debito, e dunque sul credito. Maggiore è il debito di uno Stato in rapporto alla propria ricchezza prodotta, maggiore è il rischio d’insolvenza e perciò più alto il tasso d’interesse che i creditori chiedono per acquistare i relativi titoli.

Ma non è di codeste cose fin troppo note che voglio dire, ma di un film. Perciò, quanto in premessa serve solo a creare l’ambientazione. Anche la trama del film non è inedita, specie nei suoi tratti essenziali. Infatti, il tutto comincia così come iniziò con la seconda banca tedesca nel 1931, la Danat-Bank, o come, nello stesso anno, con il Kredit Anstalt, banca austriaca. Voci d’insolvenza e corsa agli sportelli. Oppure come successe nel settembre del 2008 con la ormai ben nota Lehman Brothers. In tal caso qualche voce d’insolvenza circolava almeno da mesi, e tuttavia le agenzie di rating le assegnavano il massimo di affidabilità, fino al giorno stesso in cui la banca fu dichiarata fallita.


La vittoria


Fa un certo effetto, di sorpresa quasi, leggere nel maggiore quotidiano economico finanziario europeo, ossia sul Sole 24 ore, queste parole:

«La vittoria in questa fase storica dell'economia finanziaria sul diritto ha tolto centralità e sovranità alla politica, riversandole sul governo della moneta. Intorno al denaro ruotano gli Stati, le democrazie e le autocrazie, sicché è proprio questo governo della moneta a determinare in larga misura il destino dei popoli nella nuova globalizzazione. È così che le Banche centrali, che di quel governo hanno la leadership, costituiscono ormai il vero e indiscusso potere delle nazioni e mai come in questo periodo le loro decisioni ne hanno condizionato la vita. La rapidità con cui le Banche centrali possono agire sull'andamento delle economie globalizzate, in continua variabilità, è superiore a qualunque politica di Stati democratici o autocratici».

Tradotto, significa anzitutto che i governi e i parlamenti, anche laddove sussistono le democrazie, anziché rappresentare almeno formalmente la volontà dei popoli essi ormai non sono altro che la lunga mano degli interessi dell’economia finanziaria, delle decisioni prese in luoghi distanti dai palazzi delle istituzioni statuali e da personaggi prevalentemente occulti.

domenica 2 marzo 2014

I socialisti della Goldman Sachs


Chi vuole essere lieto sia, di doman non c’è certezza. Con questo richiamo a Lorenzo di Pietro il Gottoso, apre e chiude in punta d’abisso l’editoriale dell’Eugenio nazionale. E che l’incertezza percorra il globo intero non v’è dubbio, e tuttavia finché la Federal Reserve continuerà a drogare il mercato speculativo e la Bce a tenere in piedi le banche, tutto procederà secondo quest’ordine per un certo tempo. Poi, inevitabilmente, come sempre accade, il tempo finisce, tant’è che sanno bene di essere seduti su una polveriera, ben più pericolosa di quella di Sebastopoli. Come ho scritto a noia in questi anni di blog, il capitalismo non è morto, però è fallito. Prenderne atto? Scherziamo? anzi, si balla e si canta, loro in omaggio e noi in ostaggio al profitto e alla volontà di potenza.