È il modo di concepire e misurare
la ricchezza che impedisce il suo estendersi all’intera società (*). Tuttavia
si tratta di un modo di concepire e misurare che dipende dalla stessa ragion
d’essere del modo di produzione capitalistico (che è di per sé un modo limitato di produrre la ricchezza), non
dunque dal mero capriccio dell’individuo. Perciò i riformatori del capitalismo
o sono dei velleitari oppure dei furboni, ivi compresi i teorici della
decrescita: non esiste una mezza via, un compromesso, se non nella loro
fantasia (**).
Il capitale è contraddizione in processo,
non ne vogliamo tenere conto? Per massimizzare il profitto è necessario ridurre
il rapporto tra lavoro e capitale costante, non si tratta di un capriccio bensì
di un fatto confermato dall’aritmetica. Dall’altro, questa riduzione del
capitale variabile determina tendenzialmente la caduta del saggio del profitto.
E anche qui siamo nel pieno effetto di una legge, sia pure dialetticamente contrastata
nel suo movimento da delle controtendenze.
Si dirà che si tratta di questioni
teoriche e astratte. Eh no, belli; non si può capire dove va il mondo se non se
ne comprendono le leggi che lo fanno muovere. Difficile da intendere? Proviamo
con le caramelle.