venerdì 23 ottobre 2020

"Spensieratezze giovanili"

 

Non c’è una sola crisi economica che sia uguale ad un’altra ma tutte si assomigliano. Questa è una frase che suona abbastanza bene e racchiude in sé anche una certa verità, ma che in definitiva è banale e non ci porta in nessun posto.

Se ogni crisi assume caratteristiche particolari che possono più o meno differenziarla dalle precedenti non è per dar modo agli economisti di sbizzarrirsi su cause presunte e rimedi ipotetici, ma perché il fenomeno è sempre più ricco della legge (in natura e in società, come osserviamo nostro malgrado in questo frangente).

In un modo o in un altro c’è accordo che nella sostanza la contraddizione centrale dell’economia capitalistica sia da rintracciarsi nel rapporto tra produzione e consumo. Però anche questa constatazione in definitiva è banale considerato che ogni aspetto della realtà è un’unità di opposti.

Gli economisti individuano la causa della crisi nella sovrapproduzione di merci determinata dalla loro impossibilità a realizzarsi in seguito al “sottoconsumo”, fenomeno riconducibile al mercato. Si era giunti a teorizzare persino che i consumi flettano, rispetto all’offerta, per mera propensione psicologica alla parsimonia, quasi per far dispetto alla classe dei nostri benefattori (*).

Anche la cosiddetta teoria di “sproporzionalità” appartiene al novero delle concezioni che individuano la causa della crisi nella sovrapproduzione di merci, ossia per uno sviluppo sproporzionato dei diversi settori della produzione sociale.

C’è anche chi, tra i cosiddetti “marxisti” (che non si fanno mai mancare nulla in fatto di teorizzazioni), sostiene che Marx, partendo dal III libro del Capitale, dimostri che il credito appare come la causa dello squilibrio:

«se il credito appare come la leva principale della sovrapproduzione e degli eccessi e della sovraspeculazione nel commercio, ciò accade soltanto perché il processo di riproduzione, che per sua natura è elastico, viene qui forzato sino al suo estremo limite, e vi viene forzato proprio perché una gran parte del capitale sociale viene impiegata da coloro che non ne sono proprietari, che quindi rischiano in misura ben diversa dal proprietario il quale, sinché agisce in prima persona, considera con preoccupazione i limiti del proprio capitale privato».

Secondo tale Vincenzo Vespri, che cita questo passo tratto da un saggio di Valdimiro Giacché, è “Grazie al credito, infatti, [che] la produzione può essere spinta oltre i limiti del consumo (ossia dell’effettiva domanda pagante), ma alla fine il processo s’inceppa e la crisi finisce per mostraci l’invalicabilità di quel limite”.

Pertanto le ragioni della crisi sarebbero da ricercare nella sproporzione del credito rispetto agli effettivi bisogni d’investimento produttivo e commerciale. Sia chiaro, Marx con tutto ciò non c’entra, checché ne dicano coloro che lo tirano per ogni lato della giacca.

Pur essendo “sottoconsumo” e “sproporzione” concetti diversi, nella sostanza rinviano alle stesse cause, ai medesimi effetti della crisi e agli stessi velleitari rimedi, cioè alle solite chiacchiere e tabacchiere. Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

Nel modo di produzione capitalistico la contraddizione tra produzione e consumo assume effettivamente una rilevanza di primo piano, poiché la crisi di sovrapproduzione è anche “crisi di sottoconsumo”, benché quest’ultima ne rappresenti unicamente un lato, un aspetto, non la necessità.

È il movimento delle categorie economiche, considerate nella loro interdipendenza, a tradurre la possibilità della crisi in necessità, dimostrando che il modo in cui s’iscrive lo sviluppo capitalistico, potendo avvenire solo attraverso successivi momenti di crisi, ha un carattere storico, transeunte, così come il carattere dei concetti che ne definiscono le leggi e le proprietà (**).

Le contraddizioni operanti nella sfera del consumo, del commercio e del credito sono indotte da quelle interne alla sfera della produzione. Di conseguenza la genesi della crisi va ricercata nella produzione di plusvalore, e non nella sua realizzazione. Procedere in senso opposto, collocando la contraddizione principale nella sfera della circolazione e, nella fattispecie qui considerata, nell’eccesso di credito e nell’avventurismo finanziario, conduce inevitabilmente alle interpretazioni della crisi come, appunto, crisi di sottoconsumo o di sproporzione.

Questa tesi della crisi causata dal credito facile, in buona sostanza come crisi di sproporzione, alimenta l’illusione che sia possibile risolvere la crisi intervenendo sulla sfera del mercato, del credito e degli investimenti, in definitiva agendo sul movimento del denaro, dei tassi e sulla fiscalità. Oppure, come suggerisce Vespri sulla scorta di Giacché, si finisce col dire: “Se si legge questa crisi come una crisi di sistema, significa che si deve investire in nuovi modelli che superino le contraddizioni insite nel modello capitalista”.

Ma questa è la quadratura del cerchio: bravi, bravissimi, bis e anche tris. A che cosa si voglia alludere con “investire i nuovi modelli che superino le contraddizioni insite nel modello capitalista” resta in definitiva un mistero, come “ai tempi della nostra spensierata gioventù”, per citare lo stesso Vespri.

Lasciamo queste nostalgiche “spensieratezze”. Ciò che osserviamo, nella fase del dominio generale-assoluto del capitale, è che, nonostante la crisi, l’accumulazione continua e su una base produttiva più estesa e monopolistica. E però tra contraddizioni crescenti e socialmente dirompenti che non possono più essere contenute all’interno dei rapporti economici esistenti (ne ho parlato troppe volte per dilungarmi). Con quali esiti futuri ancora non lo sappiamo (almeno per quanto mi riguarda non tiro a indovinare).

(*) Se le reali cause della crisi fossero legate semplicemente alla domanda, basterebbe favorirla. Come dava ad intendere anche quel furbacchione di Keynes, il quale negò quanto avevano sostenuto Say e Ricardo, e cioè che l’offerta crea la domanda. È necessario un “modello” più aderente alla realtà, scrisse, che prenda atto dello squilibrio domanda-offerta. Ed è a questo punto che nasce la famosa “legge psicologica”, corroborata, come si conviene nei casi in cui la parola non basta, da una serie di: D1 + D2 = φ (N), dove φ è la funzione di offerta complessiva ...

(**) Le difficoltà di valorizzazione si manifestano periodicamente attraverso crisi cicliche, ossia quando il profitto sociale non è in grado di far fare al capitale il necessario salto di composizione organica si determina la crisi di sovrapproduzione.

In altri termini, la crisi per cause di sovrapproduzione (o di sproporzione tra le diverse sfere produttive), ha la sua reale causa, in ultima istanza, nel meccanismo stesso dell’accumulazione, vale a dire nella produzione del plusvalore per il plusvalore (da non confondere con il profitto e tanto meno con il cosiddetto “valore aggiunto”, il quale vi allude soltanto).

Per sovrapproduzione di capitale (quindi anche di credito), non s’intende sovrapproduzione di merci (benché la sovrapproduzione di capitale determini sempre sovrapproduzione di merci) ma sovraccumulazione di mezzi di produzione (anche in forma di liquidità e di credito) e sussistenza poiché questi possano operare come capitale.

Si tratta pertanto, di là del fenomeno speculativo che denota spettacolarmente gli eventi, di crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale e di caduta del saggio generale del profitto. L’abnorme trasferimento di capitali dalla sfera produttiva a quella speculativa (compreso il credito facile e il denaro a costo quasi zero), con relative periodiche bolle e bollicine, ne costituisce la conferma.


4 commenti:

  1. https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/10/23/xi-lotta-contro-chi-crea-problemi-alle-porte-della-cina_82a4d887-9636-4924-9bde-bdd63f5b8db2.html

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  2. un appunto: la élite sa benissimo queste cose. E cerca di indirizzarle a proprio vantaggio. Anche per questo il fenomeno è più ricco della legge. Anche i "fenomeni" che vediamo in ogni posizione di potere mediatico, sono più ricchi delle leggi... Tutti gli economisti sono scaraventati in prima linea proprio ad alzare fumo. Va abbattuto il fumo, ma dietro non è che c'è il nulla, c'è gente molto preparata. Anche nelle circostanze attuali c'è chi sfrutta a proprio vantaggio, dietro al polverone. Il blocco messo in atto in Italia è stato infatti un blocco alla circolazione, dando a intendere che era lì il problema e la soluzione possibile. Ed è così che fca è passata dal fabbricare autovetture a produrre mascherine... Ma il problema è nella produzione stessa, nell'accumulazione, nello sfruttamento dove non ci sono misure di contenimento possibili che non siano conflitto. Questo loro lo sanno fin troppo bene.
    Dal mio punto di vista "sfruttano" l'epidemia per distruggere interi settori esausti e irriformabili, per poi concentrare ulteriormente il succo...

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  3. Forse se si ammettesse che la nostra è una specie insoddisfatta, necessariamente non in equilibrio con l'ambiente in cui vive, non ci sarebbe bisogno di testi sacri ed esegetica economica. Qualunque comunità umana sconvolge l'ambiente in cui vive ma riesce a superare tecnologicamente le crisi che essa genera, è qui la tragedia e la bellezza della nostra ostinazione. Se si misurano le imprese umane sui tempi della biologia esse divengono risibili; il problema è che nel lungo periodo inevitabilmente saremo morti mentre l'offerta di Poltrone&Sofà deve rinnovarsi ogni settimana. Per i sistemi biologici tutti i nostri "needs" sono dei volgari "wants"; produciamo scorie che non servono ad altre forme di vita, siamo fuori dal circuito della vita. Come scrisse Stanislaw Lem, non ci interessa l'alterità, l'unica cosa che desideriamo è uno specchio. (Peppe)

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